Antonio Di Pietro forse non lo sa. Ma quando incita a cacciare via a pedate Tizio, Caio e Sempronio imita un precedente illustre. Quello di un leader politico ben più grande di lui, nel bene e nel male. Un signore dalla vocetta stridula e dal cinismo assoluto che aveva attraversato gli orrori del Novecento: Palmiro Togliatti. Anche il Migliore voleva cacciare a pedate il suo avversario storico: Alcide De Gasperi. E in un comizio arrivò a mostrare i robusti scarponi che avrebbe calzato per rendere più dura l’espulsione dell’odiato democristiano.
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Come è orrendo questo inverno 2010! L’Italia si guarda allo specchio e scopre di essere mangiata dai vermi. Sono vermi famelici, mai sazi, capaci di fare strazio di tutto, pur di guadagnare, di arricchirsi, di diventare sempre più grassi, di dominare il campo, di spazzare via chi non ci sta a farsi divorare. È quello che si intravvede dall’inchiesta sugli appalti della Protezione civile. Finiti nelle mani di affaristi che mi ricordano i terroristi degli anni Settanta e Ottanta.
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Bisogna augurarsi che la Procura della Repubblica di Firenze abbia visto giusto nell’inchiesta sulla Protezione civile. E non abbia sbagliato nessuna mossa, a cominciare da quelle che hanno incastrato Guido Bertolaso. In caso contrario, dovremo addebitare ai magistrati fiorentini una responsabilità pesante: l’aver provocato un disastro politico e, prima ancora, morale.
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«Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Era uno dei mantra di Giulio Andreotti, la mente più fina della Democrazia cristiana. Riassumeva la sua filosofia della vita e anche della politica. In una fase, gli ultimi anni Ottanta, quando ormai risultava chiaro che il potere della Balena Bianca stava declinando. E prima o poi alla Dc poteva succedere di morire. Ma allora, suggeriva Giulio, meglio tirare a campare.
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Vedo che non poche eccellenze dell’ex Pci intervengono nel dibattito sul decennale della morte di Bettino Craxi. Sono due i motivi che li spingono. Il primo è la convinzione che la vicenda politica di Craxi sia anche la loro: una biografia che diventa autobiografia. Il secondo è la sensazione che la storia stia vendicando Bettino, con la rovina di quanti lo hanno combattuto.
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Nel marzo 2009, in occasione della nascita del Popolo della libertà, il Riformista mi chiese due ampi ritratti di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini. Cominciai da Fini e il mio articolo uscì il 20 marzo. Raccontavo il percorso del leader di Alleanza nazionale e il suo tentativo di staccarsi dal passato fascista.
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Nel pomeriggio del 4 maggio 1949, la squadra di calcio del Torino morì in un incidente aereo. Stava ritornando da Lisbona dove aveva giocato con il Benfica. Nel scendere sull’aeroporto di Caselle, il velivolo si schiantò contro la Basilica di Superga. Scomparvero dei campioni molto amati. In Italia l’emozione fu enorme. La Camera e il Senato sospesero i lavori in segno di lutto.
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Sono stato a Roma per tre giorni e dappertutto mi hanno raccontato la stessa storia. Riguarda Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Del Cavaliere si dice che è cotto, che si rende conto di essere assediato da troppi nemici e ha voglia di mollare tutto. Ma soltanto dopo aver tentato un’ultima sortita con le elezioni anticipate.
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Nel tragico caso di Piero Marrazzo ci sono due aspetti che impongono qualche domanda. Il primo riguarda le somme spese dal presidente della Regione Lazio nei suoi rapporti con i transessuali di via Gradoli. La questione non può essere cancellata con l’ovvia risposta che Marrazzo poteva fare dei propri redditi quel che voleva.
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Aldo Cazzullo è un inviato del Corriere della sera, dopo aver fatto lo stesso mestiere alla Stampa. Viene considerato uno dei primi della classe nel giornalismo italiano e si merita il rango che gli è riconosciuto. Nato ad Alba, la capitale delle Langhe, ha tutte le qualità dei langaroli, parola sbagliata perché, come ci spiega Aldo, bisogna dire langhetti.
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