Reporter Filkins, quando la guerra è per sempre di Stefano Ciavatta
Dispacci. Il giornalista del New York Times ha appena vinto il Pulitzer, dopo nove anni come inviato in Afghanistan e Iraq. Le sue cronache dal fronte raccontano l’ambiguità del conflitto tra occidente e fondamentalismo islamico: talebani voltagabbana, suicidi di Al Qaeda comandati a distanza, e un’umanità sempre più mutilata, anzi cyberpunk.
La grande guerra di Monicelli compie 50 anni. È il racconto degli italiani ingenui e sprovveduti (persi tra i tanti dialetti) di fronte al grande macello del primo conflitto mondiale. Una lunga e costosa (650 mila morti) guerra di trincea. Ma la guerra è per sempre, e ognuno la racconta di volta in volta come può. Nel 1924 l’anarco pacifista tedesco Ernst Friedrich pubblicò un testo allineando una serie di fotografie shock, da incubo irreversibile. Mise insieme i cadaveri provenienti dal fronte, da fucilazioni, stragi e bombardamenti, e i volti e i corpi delle guerra, quelli sfigurati e mutilati dei reduci, rimontati senza grazia dalla chirurgia estetica. Il cyberpunk 70 anni prima, come la calotta di metallo di Stroheim immortalata nella Grande illusione di Renoir. Ma a Friedrich quelle foto non bastavano. Mise delle brevi didascalie in tre lingue, aveva bisogno di un segno scritto che denunciasse quanto tutto fosse insensato e tuttavia destinato a ripetersi. Citazioni come «L’eroismo è menzogna, l’orrore è realtà». Un segno necessario.
E oggi? La guerra si racconta da tempo attraverso i video e le foto d’agenzia, la Magnum e la Contrasto realizzano dei reportage interi visibili sul web, come fa anche Mediastorm di Brian Storm. Ma anche i giornali non sono da meno. Sul sito del New York Times è stato appena pubblicato un reportage, che unisce immagini e voci in presa diretta, An Ambush and a Comrade Lost: un plotone di marines sorpreso in un agguato in Afghanistan. Quest'anno il New York Times si è aggiudicato cinque premi Pulitzer. Tra questi proprio quello relativo alla categoria reportage internazionali, per la copertura dei conflitti in Afghanistan e Pakistan. Sono reportage raccontati dalla prima linea, scritti attraverso taccuini, pc e palmari. Tra i giornalisti che hanno firmato i reportage premiati c'è Dexter Filkins, per anni inviato in Afghanistan e Iraq.
Anche per Filkins guerra è per sempre, come recita il titolo della sua raccolta di cronache di guerra che Bruno Mondadori ha appena pubblicato. Nove anni di servizio, un veterano che spesso si è sentito spaesato, un cane nello spazio: «Quando ero in Iraq avrebbe potuto essere la stessa cosa che essere in orbita intorno alla terra in una navicella spaziale. Come Laika a borbo dello Sputnik, che mandava segnali alla base, priva di ormeggi, e senza tenere traccia del tempo». Filkins è in Afghanistan per la prima volta come corrispondente del L.A. Times dal 1998 fino al 2000. Per il New York Times è reporter a Ground zero. Poi ritorna in Afghanistan fino al 2002. Nel marzo 2003 è nell' Iraq invaso dagli americani, ci resta fino al 2006, per poi tornare l’anno dopo. Guerra per sempre è il frutto di 561 taccuini. E di ricordi, fotografie, traduzioni di documenti. Tutto per documentare la guerra al fondamentalismo islamico, l’ascesa dei talebani, l’11 settembre, l’Iraq.
La guerra di Filkins è una guerra umana. E dai suoi resoconti emerge tutta l’ambiguità dell’umanità. Così come ambigue si mostrano le posizioni in conflitto tra occidente e Islam, culture unificate dalla globalizzazione, come le donne arabe in burqa e scarpe firmate che aspettano di imbarcarsi all’aeroporto di Kabul: «Il burqa di ordinanza le copriva dalla testa ai piedi, rendendole invisibili, ma le scarpe sbucavano da sotto. E che scarpe: alla moda, costose, con i tacchi alti, bassi o mocassini, modelli italiani. Forse Ferragamo. Parlavano arabo con accento saudita. -Potrei fare shopping a Parigi e invece sono in questo luogo orrendo- disse una di loro a un’altra attraverso la fessura del velo. L’altra annuì. – Già, mio marito deve fare il prode guerriero che combatte per l’Islam- sbottò una. -Pensa che questo lo avvicini a Dio, e così eccomi qui- Siamo bloccate in questo posto maledetto- disse una terza. Tutti i burqa annuirono».
Una guerra iper tecnologica ma fatta ancora dagli uomini, dove i corpi continuano essere mutilati. Per esempio da quella che Filkins chiama l’archeologia di mine: quelle dei sovietici, dei mujaheddin, dei talebani, e ancora dei mujaheddin: «C’è stato un tempo che a Kabul 25 persone al giorno saltavano in aria su una mina e nel frattempo i signori della guerra si davano da fare per minare altri campi più in fretta che potevano. L’Afghanistan era come una cavia da laboratorio». Mine che non risparmiano nessuno, neanche i protagonisti. Da Baghdad: «il giorno seguente, lo Sheraton era ancora in piedi. La hall era distrutta: tutte le finestre erano in frantumi. Un paio di piedi, esangui e verdi, facevano bella mostra sul marciapiede. Gli americani dicevano che erano dell’autista della betoniera. E c’era un midollo spinale sul marciapiede. E un dito, verde e nero». A Kabul: «I vecchi capi talebani erano degli sfasciacarrozze ambulanti. Pieni di buchi e cicatrici, camminavano con gambe di legno e braccia artificiali inadatte e quando si lasciavano cadere sulle loro sedie sembrava di vedere la carrozzeria di una vecchia auto che si accartocciava. Versavano il tè sul piattino e lo sorbivano rumorosamente perché faceva più elegante. Come fai ad ammazzarli? Sono di un altro mondo, hanno sconfitto l’Unione Sovietica».
Tutti i congegni di guerra possono incepparsi, ma non tradiscono mai, gli uomini di sicuro sì, è una delle ambiguità più dinamiche. Se ne accorge Filkins: «In Afghanistan avevano combattuto così a lungo -23 anni- che quando erano arrivati gli americani avevano elaborato una serie di regole per salvare quanti più combattenti fosse possibile. La guerra poteva così proseguire per sempre. Gli uomini combattevano, passavano al nemico, combattevano di nuovo. La guerra sembrava una gara tra amici. Martedì puoi far parte di un temibile reggimento talebano che corre in un campo minato. Mercoledì potresti essere di guardia in un checkpoint di una fazione dell’Alleanza del Nord. Giovedì potresti ritornare con i talebani, imbracciare un kalashinikov e combattere l’eterna guerra santa. La guerra era una faccenda seria ma non troppo, faceva parte della vita quotidiana. Era un lavoro». Le sole persone che prendevano sul serio i combattimenti erano gli stranieri, scrive Filkins, ovvero gli americani e gli uomini di Al Qaeda: «loro erano venuti per uccidere».
Una guerra dove la parola eroe fatica a coincidere con i protagonisti. Da una parte i giovanissimi marines americani in missione, di cui Filkins segue il mirino che punta le finestre, mettendosi al riparo mentre escono da una palazzina a Falluja sotto una pioggia di proiettili, o appiattendosi sul tetto minacciato dai cecchini: «Non aveva senso inquadrarli in una luce romantica, erano ragazzi in grado di colpire un uomo a cinquecento metri o di tagliarli la gola da un orecchio all’altro. Avevano fede, facevano quello che gli veniva detto di fare e ammazzavano la gente. Avrei voluto che facessero più domande. Ma le cose erano complicate a Keezletown e a Punxsutawney come qui. A Falluja nelle strade ero contento che fossero davanti a me. Saranno stati anche ragazzi ma erano più agili e più forti di quelli rimasti a Manhattan o a Santa Monica. I tre comandanti di plotone della compagnia Bravo, ognuno responsabile della vita di 50 uomini, avevano 23 e 24 anni».
Dall’altra i suicidi della jjhad di Al Qaeda, comandati a distanza, perché la fede non sempre era incrollabile: «Talvolta la polizia trovava le mani dell’attentatore ammanettate al voltante dell’automobile. Altre volte ritrovavano il piede destro bloccato sull’acceleratore con il nastro isolante». Una violenza spietata a cui si affianca un desiderio d'ordine, etico e schizofrenico. Se ne accorge Jacob Yusef, preside del Baghdad college, l’antica scuola superiore dei gesuiti alla periferia nord della capitale. A cui rapirono il fratello Saadi. Arrestato per attività sospette. «Il corpo di Saadi era nel vano frigorifero di autocarro usato per distribuire prodotti agricoli. L’uomo mi disse- lei è fortunato, alla maggior parte delle persone il corpo non viene restituito. Dovrebbe esserci molto riconoscente- aspettava che lo ringraziassi e così feci. E poi mi disse, non posso restituire il corpo perché deve pagare i proiettili che sono stati usati per ucciderlo. E li ho pagati, 150 dinari e l’uomo mi ha dato una ricevuta».
O i talebani che nello stadio di Kabul scendono dai Toyota Hilux per punire un prigioniero, un borsaiolo, mentre la legge del Corano ammonisce dall’altoparlante: «I cappucci verdi sembravano molto indaffarati, e uno di loro si alzò. Sollevò la mano destra recisa per mostrarla alla folla. La teneva per il dito medio, descrivendo un semicerchio perché la gente potesse vedere. I mutilati e le donne, poi si tolse il cappuccio e mostrando il volto inspirò. Gettò la mano nell’erba e scrollò leggermente le spalle».
Se le ragioni della guerra stanno nella testa, anche la guerra raccontata da Filkins sopravviverà a se stessa, 75 anni dopo le foto di Friedrich: «La cosa più assurda degli attentatori suicidi era la testa che spesso rimaneva intatta dopo l’esplosizione. La potenza dell’esplosione stacca la testa dell’attentatore e la scaglia lontano con tale velocità che l’esplosione stessa non riesce a distruggerla». E si continua allora a fare la guerra.
lunedì, 27 aprile 2009
commenti dei lettori
1 commento presente
pierlu
28 apr 2009 17:54
Mi dispiace commentare qui,dove si parla di guerra,tribu',morti,kamikaze,religione assolutistica,delle "nostre" guerre televisive tra corona(ma non dovrebbe star in galera?) brunetta(rabbiosetto docgc) e i o le conduttrici che tengono banco col seno seminvista sorrisone ,naso e viso rifatto e parlano parlano recitano ciarlano miseramente(a me sembra una truffa una presa in giro):spesso non conoscono il "di cui si parla", spessissimo non gl' importa diciamo "un fico secco" ed hanno tanti collaboratori dietro,poi sono super pagati -ricordate cimoli all' ALITALIA - soldi a palate per far fallire tutto _italia compresa_(con il colpo di grazia di BERLUSCONI°°) per spararle piu' grosse;e tengono banco.Si potrebbe dire sono tanti piccoli berlusconi in miniatura; che sia una epidemia tipo peste suina o aviaria? Il tragico e' che tanta gente anche di sinistra o in buonafede o di destra o di centro "imbocca con tutte le scarpe" . Scoppiera' la politica spettacolo trash,la RAI (pessimo servizio) con i vari VESPA ,FORBICE, le regie madame del PDL,o il paese prima? i soldi mancano ma non per i ricchi e per i super pagati specie se azzurri
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