Incontro e litigio con l'autore non più buonista di Luca Mastrantonio
Scene da Trastevere. La sala buia della libreria è stracolma, lo scrittore presenta un video, il pubblico non gradisce, rumoreggia, finché una signora esplode in un«Basta oh, c'hai rotto er cazzo». Apriti cielo. Inizia la tenzone che qui si racconta, con citazioni di Carmelo Bene, inviti ad andarsene e outing anti-veltroniano.
Qualche tempo fa, lo scrittore Sandro Veronesi è tornato a Roma, per parlare del nuovo romanzo che sta scrivendo. Una storia di follia e solitudine. Il titolo del romanzo, provvisorio, è “XY” e racconta di un evento che sconvolge un paese delle montagne trentine: tutti i suoi abitanti impazziscono, tranne il prete che, assieme alla psicologa della Asl, prova a mettere ordine tra i montanari. La libreria scelta è la Bibli, a Trastevere, di cui Veronesi è stato un assiduo frequentatore. La sala delle presentazioni è stracolma, ci saranno un centinaio di persone: Veronesi è uno scrittore piuttosto schivo, ora che è tornato nella sua Prato si vede ancora di meno nella Roma post-Veltroni. Non capita spesso, inoltre, che gli scrittori parlino dei romanzi cui stanno lavorando. Ha accettato l’invito dalla fondazione Bellonci, per il premio Strega che ha vinto tre anni fa con “Caos calmo”. È da due anni che prova a scrivere il romanzo nuovo, non è sicuro di farcela. Perché condividere questi dubbi con un pubblico di sconosciuti?
Attorno alle 10 la sala è buia, al centro c’è Veronesi, le bisacce notturne sotto gli occhi. Ha davanti a sé il suo pc, sul tavolo c’è vino e taralli, per tutti. Uno schermo alle spalle, ai lati le casse. È una specie di riproduzione del suo studio, lo studio dove scrive. Immagini e musica che vede e ascolta per ispirarsi. O sopportare la mancanza di ispirazione. Tutto attorno, come in un caffè letterario, il pubblico è agglutinato a dei tavolini dotati di candela, per rischiare il buio da proiezione. Il video mostra un angolo di strada, presumibilmente americano, il cui grigio metropolitano è graffiato dal giallo dei taxi, che disegnano scie colorate sui pixel dello schermo. È l’affaccio di una finestra, da cui esce una musica dolente, da adolescente chiuso in gabbia.
Il pubblico non gradisce. Prende a rumoreggiare a pochi minuti dalla proiezione. In sala si levano fischi, qualche buuu prende vigore, finché una voce di donna, sguaiata, urla, squarciando il buio, in ostentato romanesco: «Basta oh, c’hai rotto er cazzo!». Apriti cielo. Da quel momento Veronesi non parlerà solo del nuovo romanzo, dei suoi dubbi di scrittore, ma dell’estetica sociale del dissenso, della letteratura come esclusione e delusione di gusti e aspettative. Il pubblico, di contro, mescolerà interventi - anche deliranti - sul romanzo in fieri a discussioni trascendentali sul perché e il percome uno scrittore deve trattare un suo lettore. A tratti, si sfiora la riunione condominiale. Il titolo del libro che sta scrivendo, spiega Veronesi, è “XY” perché rappresenta le ascisse e le ordinate della vita: scienza e fede. «Ho scelto il punto di vista di un prete perché è un eterno adolescente, perché un prete secolare, rispetto a un ayatollah, è uno che mette sempre un po’ in discussione le sue certezze… Quando deve aiutare i suoi compaesani, capisce che non è un problema semplicemente spirituale,. Allora chiede aiuto alla scienza, va allo sportello dall’Asl e arriva una donna, giovane, psicologa. Lui racconta in prima persona al passato, gli eventi di cui è stato testimone, lei invece, in prima persona ma al tempo presente, racconta la solitudine di questo prete, che è la bellezza che sto inseguendo. Il prete racconta la vicenda, il suo racconto è storico, quello della donna è isterico…». Rumoreggia la platea, soprattutto femminile e femminista, a tratti isterica, come la signora del c’hai rotto il cazzo - «lo dice anche l’etimo che i racconti delle donne sono isterici».
Se fosse un film, racconta Veronesi, sarebbe “Balla coi lupi”, perché la bellezza che insegue è la solitudine del bastare a sé stessi. Come Kevin Costner che balla da solo, con i lupi, senza sapere di essere visto dagli indiani. Se il protagonista di “XY” è un prete, la parte del lupo, cioè del testimone, la fa la psicologa della Asl. Se fosse una canzone, il nuovo libro sarebbe “Tunnel of love”, di Bruce Springsteen, perché il protagonista scopre di essere un duro. Se fosse un video, sarebbe “Back in New York” dei Genesis, suonata e filmata da Jeff Buckley. Veronesi ha mostrato un clip che impazza su YouTube e che riproduce un suono sporco, come la strada grigia graffiata dal giallo dei taxi e dalla voce del musicista. Se fosse un libro, sarebbe un libro di Stephen King. Lo confermano le prime righe del romanzo che a fine serata Veronesi regala al pubblico, strappando quell’applauso che a lungo gli era stato negato. Questo incontro, se fosse un film, sarebbe un mix di “Shining”, con Veronesi sopra le righe, e “Misery non deve morire”, per l’ostinazione della lettrice. Le presentazioni di libri, d’altronde, sono sempre più un’occasione sociale di ritrovo per quanti la legge Basaglia lascia a piede libero. Prendete un autore noto, un buffet gratuito, e certe librerie diventano piccoli circoli di auto-ascolto, riunioni di alcolisti anonimi, dove al posto di fare domande agli altri si racconta la propria storia. «Oh, siete sicuri di essere nel posto giusto», esordisce Veronesi alla fine della proiezione del video contestato. «Perché questo è lo studio di uno scrittore, che è un posto palloso. Io ho portato le cose che mi garbano, se vi rompono il cazzo, come ha detto qualcuno, non so…». Una signora, piuttosto magrolina, minaccia di andarsene. Veronesi la incoraggia, con successo. Proclama, soddisfatto e un po’ cafone. «Avanti, s’è liberato un posto». Lei se ne va, torna per prendere la giacca, qualcuno le chiede di rimanere, ma niente da fare.
Un’altra signora protesta con Veronesi, dice di conoscere l’altra, che è una persona sensibile, che ha problemi. Veronesi non si regola e ribatte: «Se mi dite che è una persona con problemi mentali allora chiedo scusa, non ho abolito io la legge Basaglia… se invece è la prima volta che le succede ha sbagliato lei è comunque c’è sempre il pronto soccorso, dove sarà probabilmente andata… io accetto da 25 anni le critiche ai libri, ma questo non l’ho ancora scritto, vengo qui per condividere con voi il mio studio, i miei timori, e al secondo minuto di un video che amo, di un artista che è morto e non può difendersi, ci si mette a dire c’hai rotto il cazzo… Se la si butta in caciara io non mi tiro indietro, sono della scuola di Carmelo Bene. Comunque è sempre così: quando qualcuno paga si gusta lo spettacolo, quando non paga si incazza sempre… ahò, c’è pure da mangiare qui, vi rimborso il biglietto del tram se volete». In effetti, sembra una conferenza stampa di Carmelo Bene. In realtà è il primo degli appuntamenti di Scrittori in corso, organizzati dalla fondazione Strega e gestiti dall’ottimo responsabile della fondazione Bellonci, Stefano Petrocchi - che in sala se la ride, volete mettere la noia del Ninfeo con queste baruffe? - e in questo caso in collaborazione con Mario Desiati, giovane editor Fandango cui Veronesi ha promesso tre libri più uno, dopo aver lasciato la Bompiani di Elisabetta Sgarbi. Veronesi ne approfitta anche, in una specie di outing psico-politico, per rompere ufficialmente con quel buonismo veltroniano che gli hanno sempre appicciato (quelli che non lo conoscono per nulla, perché il carattere toscanaccio non è mai stato un mistero). «La prima reazione - dice in riferimento all’incidente con la lettrice - era di tirare una testata alla signora, poi magari scoppiava in rissa perché qualcuno dice che le donne non si toccano… comunque anch’io mi sono rotto er cazzo, con quelli che pensano che sono un buonista solo perché sono amico di Veltroni».
Ma il litigio con la lettrice svela, come un lapsus, la poetica di Veronesi. Lui “sente” quello che scrive. Non ascolta, semplicemente, il gusto dei lettori. Non si conforma, non si trasforma o sintonizza. Non è Baricco, per semplificare e rimanere in casa Fandango. Baricco alla Holden o in tv fa lo scrittore spettacolare. Veronesi no. «Non sono come quelli scrittori che si sentono sul palco e alzano la testa a vedere la folla, come un musicista. Io sono come il protagonista di quel video che vi ha fatto schifo, che è Jeff Buckley, che interpreta un brano dei Genesis, è un adolescente che suona la chitarra nella sua stanza, il video mostra una strada, sempre e solo una strada: scrivere è un po’ così, focalizzare su una cosa sola». Chiarisce. «Io non scrivo libri fighetti, non faccio cose costruite con professionalità. Quello che faccio può generare dissenso… certo - e inizia a tornare sulla donna del c’hai rotto il cazzo - questo video non è fighetto, non è mai passato su Mtv, ma è cliccatissimo su YouTube. YouTube è pieno di video e storie così, di gente che sta nella sua stanza e suona la chitarra, guarda fuori e fissa un solo punto. È la solitudine che è al centro del mio romanzo, è la solitudine dello scrittore. La solitudine disperata è la condizione per scrivere. La compagnia è bella, ma non si scrive, è una sospensione dal lavoro». A meno che non si faccia lo sceneggiatore. «Francesco Piccolo, per esempio - aggiunge Veronesi - lui se la gode, scrive in compagnia, da sceneggiatore cazzeggia, ride e intanto lavora. Io sono una pippa come sceneggiatore».
La differenza tra scrivere un romanzo e girare un film? Per Sandro Veronesi è soprattutto nel rapporto con i personaggi-attori. «I miei personaggi vengono e impongono la loro voce, io posso al massimo cancellarli, se non mi garbano, ma devo comunque far parlare loro, soprattutto se si scrive in prima persona. Vivo una schizofrenia naturale, con loro. Non sono io che mi riconosco in loro, ma loro in me. Come dice James Gardner… - pausa - letto da Carver - anche se forse l’ha detto Stevenson». Risate, timide, ma diffuse. Un film è diverso. È più superficiale, continua Veronesi. «Mio fratello, Giovanni, non capisce il rapporto che ho con i miei personaggi. Lui gli attori li tratta malissimo. Ricordo che quando diresse Harvey Keitel, che per me era un mito, sul set stavo tutto il tempo ad adorarlo. E lui l’ha disprezzato, e ha fatto benissimo. L’attore arriva alle registrazioni con il suo coach, una donnona con l’aria antipatica. È tutto vestito da cowboy. Chiede a mio fratello: “Io da dove vengo?” Io da dove vengo? Che cazzo vuol dire? Mio fratello gli dice che lui viene da una strada piena di cacche, le ha schivate tutte tranne una, che ha calpestato. Ecco, gli dice, come dice a tutti, tu vieni dall’aver calpestato una cacca». Non sia mai. Dal pubblico, un signore con un dolcevita, accusa: «Lei sta dileggiando il metodo dell’Actor’s studio». Sta scambiando forse certe commedie italiane per Bergman? «Un conto è il teatro - conclude Veronesi - ma il cinema è superficiale, e mio fratello sa quanto è superficiale. È così superficiale, il cinema, che una linguaccia può essere più espressiva. L’Actor’s studio sicuramente ha fatto ottimi attori… però anche danni. Oh, il figlio di Marlon Brando si è suicidato…». La serata volge al termine, stremato, Veronesi accende il pc, perché gli organizzatori gli chiedono di leggere qualche riga. Generosamente, sceglie l’incipit. «Borgo San Giuda non era nemmeno più un paese, era un villaggio. 74 case di cui due in realtà abbandonate, un bar, uno spaccio per gli alimentari e la chiesa con la sua canonica, spropositata rispetto al resto. Niente giornalaio, niente da bere, niente pronto soccorso, niente scuola elementare. Per tutto questo e per gli altri frutti della civiltà bisognava andare a Serpentina, oltre il bosco, oppure a Doloroso, a Maccanera, a Gobbabarzagli a Fondo, a Dogana Nuova o addirittura più giù. Però c’era un fabbro, che faceva i chiodi a mano che sembrava Mangiafuoco e un cimitero con oltre 300 tombe. Vivere lì non aveva senso, ma ci vivevano in 50, 49 per la precisione da quando era morto il vecchio. Era un borgo che non esisteva quasi e nessuno riuscirà mai a capire perché quello che è successo sia successo proprio lì».
lunedì, 22 giugno 2009
commenti dei lettori
2 commenti presenti
Piero
23 giu 2009 09:37
Quale potrà mai essere il significato di questo articolo? E del "futuro" libro? Cordialmente.
gianni solazzo
22 giu 2009 21:09
veronesi è juventino motivo più che sufficiente per non leggere le scemenze che scrive
foto del giorno
Lussana: Cooperative sotto controllo dei Comuni soggette al fisco