venerdì, 3 settembre 2010 ore 12:33

Culture

Saviano si rivela scrittore, non il martire in cattività
di Andrea Di Consoli

LA BELLEZZA E L'INFERNO. Parla di Truman Capote, di Singer, di Vollmann, si riconferma autore, non «professionista dell’anticamorra».

© Marco Merlini / LaPresse 30-06-2009 Roma Interni Festival delle Letterature, serata conclusiva con Roberto Saviano Nella foto Roberto Saviano Literatures' Festival, concluding event with Roberto Saviano


Cosa è accaduto in questi ultimi tre anni, intendo dopo la pubblicazione di Gomorra di Roberto Saviano? Ho appena finito di leggere La bellezza e l’inferno, d’un fiato – anche se avevo già letto tutti questi scritti su quotidiani e riviste –, e ho ritrovato intatto il grande talento retorico di Saviano. In tanti, hanno trasformato Saviano in un santo, lo hanno utilizzato per avere «pensieri buoni». A me fa male il cuore a pensare alla vita esiliata e raminga di Saviano – ci penso spesso, con angoscia -, e tutto sommato vedo che ha il fegato e i nervi forti per reggere il compito che si è ritrovato a svolgere.

Molti dicono che questo suo nuovo libro sia un libro “minore”. Siamo alle solite: solo il romanzo rende gloriosi. Questi scritti sono invece bellissimi, intelligenti, retorici, gonfi di umori, di invettive, di informazioni, di amore rabbioso per un Sud avvelenato e perduto. Io però so che il destino di Saviano sarà sempre un destino di solitudine. Glielo leggo in faccia. La paura ti fa cercare la protezione della massa: questo è umano, questo è comprensibile. Sarebbe strano il contrario. Ma quando sei in pericolo, tutti i vecchi diventano “grandi vecchi”. Saviano – anche con libri come questo, dove parla di Truman Capote, di Uwe Johnson, di Isaac Singer, di Vollmann, ecc. –, si riconferma scrittore in pieno, non un «professionista dell’anticamorra». E si badi: nessuno sta difendendo la letteratura dei letterati, la letteratura come menzogna e come gioco di parole. Ma è che non ci si fida degli italiani, e Saviano ha commesso quest’errore: credere negli italiani, nel loro appoggio, nella loro palingenesi improvvisa. Un giorno capiranno che Saviano è uno scrittore. A quel punto cercheranno altri Sangennari da portare in processione.

Certe volte penso alla difficile vita che Saviano è costretto a vivere. Mi piacerebbe avesse vere parole di conforto, ma conosco Saviano, e so che in fondo è un uomo solo, e che anche in mezzo a un milione di persone si sentirebbe egualmente l’uomo più solo del mondo. E so anche che i suoi tanti lettori lo rincuorano soltanto perché è grazie a loro che riesce a smaltire l’ansia logorante che gli procura il sapersi braccato dai vermi della sua terra.

Saviano è uno scrittore vero, e uno scrittore vero non scrive mai con un obiettivo a raggio limitato: sconfiggere un clan, o un’organizzazione criminale. Se la Campania divenisse un Eden, Saviano troverebbe in quell’Eden la strada dell’Inferno. Oppure canterebbe le meraviglie dell’Eden? La verità è che Saviano cerca le strade infernali che stanno dentro di noi. Un giorno mi piacerebbe chiedere a Saviano: Roberto, cos’è per te la felicità? Probabilmente, prima mi risponderebbe che la felicità è la libertà di camminare e di vivere da “uomo libero”; poi, ne sono certo, ammetterebbe l’impossibilità della felicità terrena.

L’Italia è un paese che ha bisogno di eroi, non di scrittori. E secondo me Saviano ha fatto benissimo a pubblicare un libro come questo; un libro, cioè, non reboante, non clamoroso, ma un necessario, scritto nel tempo, che mostra “l’officina”. La cosa che più mi fa tristezza è però questo fatto che molti criticano Saviano in privato, e poi lo esaltano in pubblico. Forse Roberto non ci crederà, ma più di una volta ho alzato la voce per dire che lui era un grande scrittore. Poi, in pubblico, ho criticato il discorso pericoloso e ingenuo della «letteratura superiore», dei «superiori doveri dello scrittore». E mi sono ritrovato all’angolo. Certo, può darsi che mi sbagli. Può darsi che Saviano sia effettivamente il principale avversario della camorra e che tale ruolo lo gratifichi. Ma le parole sono polvere, come tutto, e questo Saviano dovrebbe saperlo, visto che sa di filosofia. Oppure deve spiegarci donde tragga tutta questa fiducia nella morale, e da quale Dio provenga tale morale. Non sottovaluti, Saviano, l’assenza di Dio nelle tante perdizioni terrene. L’Inferno, a quel punto, non si chiamerebbe più “camorra”, ma in un altro modo, in altri mille modi diversi. La paura delle minacce non determini l’uso spropositato di parole come “morale”, “bene”, ecc. Ci vuole sangue freddo, se è possibile, anche nell’Inferno.

Io però voglio esprimere un desiderio finale: quello di diventare un lettore “normale” di Saviano. Non voglio più prendere in mano un suo libro e pensare che si tratti del libro di un santo. Non voglio avere “doveri” culturali o politici imposti dal vento mediatico. E allora dico questo: La bellezza e l’inferno è più intenso di Gomorra e ancora non riesco a sopportare la simbolizzazione di questi libri, di cui si parla sempre troppo poco (molto invece si parla della scorta di Saviano, delle sue sortite in televisione, dei suoi successi). Forse è letteratura anche questo, non lo so (io, comunque, non sono ancora pronto a questa novità).

Ultimamente, alle Conversazioni di Capri, Saviano si è lamentato dell’invidia che scrittori e giornalisti proverebbero nei suoi confronti. Un’ingenuità, quella di Saviano. Semmai è lui che un tempo recensiva molti scrittori su giornali e riviste e poi – dal “caso” in poi – ha smesso di occuparsi dei libri degli altri, mettendo al centro solo il suo dolore, il suo vivere tra caserme e case di fortuna (ma, ripeto, questo è comprensibile). Eppure tutti lo hanno letto, tutti ne hanno parlato, e su di lui sono usciti migliaia di articoli che proprio questi presunti giornalisti e scrittori invidiosi hanno scritto. Saviano sta facendo l’errore di considerare le critiche come gesti di ostilità, e gli osanna come linfa vitale. Purtroppo, è il contrario. I libri di Saviano sono belli e importanti. Il “savianismo”, invece, sta diventando una farsa. Quanti anni dovrà durare questa situazione di sentirci dire che le parole hanno senso solo se la massa le accoglie? Per quanto ancora dovremo sentirci dire che siamo “invidiosi” solo perché non abbiamo sul collo una “fatwa” di Sandokan? Tra lo scrittore e il martire incattiivo, costretto a vivere in cattività, io preferisco lo scrittore. Uno scrittore di prima categoria, tanto per essere chiari.

La bellezza e l'inferno

Roberto Saviano
Mondadori, 252 pp., € 17,50

sabato, 4 luglio 2009

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commenti dei lettori

6 commenti presenti

pino

05 lug 2009 15:05

il libro la casta e la deriva,dimostrano come lo stato non si discosta molto dalla camorra bisognerebbe che qualcuno scrivi un libro (lo stato camorra). paghi la tassa di circolazione non circoli?diventa una tassa di proprietà.strade di m...da comprese hai un tv che non vedi?diventa tassa di proprietà.informazione di m..da compresa passaggi di proprietà auto?non si cambiano le targhe non si va dal notaio?le spese aumentano,a volte spendi più della vettura. ogni tanto una folata di cartelle gia pagate nella speranza che hai perso la ricevuta. qualcuno ti ruba ti fà un danno?ma che ci vai a fare dalla polizia? finchè i mariuoli si tervestono da deputati e senatori non c'e saviano che tenga. caro Saviano spero che il tuo sacrificio ci aiuti un pò.

il mattatore

05 lug 2009 07:39

io penso a quelle persone che senza fiatare hanno accettatoil ruolo di difendere la legaità contro la mafia ., ele altre associazioni di delinquenti lasciando la loro vita sulle strade e penso ai loro famigliari che hanno perso una persona squisita servitore dello stato difendendo principi morali difendendo capi di stato e poi lasciati soli senza la possibilita di arricchirsi sulle loro discgrazie non per scelta ma per dignità

ciro colonna

05 lug 2009 02:08

Nella mia citta ho sentito dire a tanti la frase: "Saviano si sta facendo il soldi". Per istinto quella frase non mi piaceva. Sò dietro quelle parole cosa ci possa essere.E non si tratta solo d'invidia.Di chi fino a qualche anno prima l'aveva visto al bar, per strada, nei panni di un ragazzo anonimo, e ora ne sentiva parlare come uno che vendeva milioni di copie di un libro che "chiunque avrebbe potuto scrivere". O di chi, lavorando in una redazione di un quotidiano o d'altro, ritenesse di essere più titolato a scrivere di "quelle cose". Credo che dietro quelle parole ci sia un po di vergogna, perchè qualcuno ci abbia buttato in faccia la tragica realtà, con la quale, come con una mortale abitudine, conviviamo. Questa è la cosa , per molti, veramente insopportabile. Saviano, io l'ho conosciuto tardi. Non ho neanche letto Gomorra. L'ho scoperto come giornalista, la serata in cui da Fazio ha dato una lezione a tanti, di come si fa giornalismo. A tanti che mancano non solo di coraggio, ma anche di dignità professionale, a intere redazioni conniventi. A intere comunità complici. E dopo, l'ho scoperto come scrittore, attraverso i suoi scritti sui giornali. Il motivo per cui l'ho conosciuto tardi è lo stesso che mi fa oggi dire " Saviano è un grande scrittore". Come gran parte di quelli che amano la letteratura, anch'io ho un piccolo pregiudizio verso i contemporanei. Ammetto che con lui sia stato così. Ma poi, della sua scrittura, me ne sono innamorato.

mario p

05 lug 2009 00:42

Illustre Andrea Consoli. Faccia come noi, sia solo lettore. Non faccia saponate frenate sottotraccia con pure la sufficenza. Saviano era consapevole del fardello trasparente messo in vetrina, ha osato quindi eroe, non ha voluto insegnare. Solo indicare.

franco mistretta

04 lug 2009 22:52

Peccato che questa sua profonda riflessione sia letta solo da pochi lettori del Riformista. Provi a mandarla a Repubblica o al Corriere, o magari al New Yorker, perché Lei ha messo a fuoco il problema: tutti questi ammiratori di Saviano non sarebbero disposti ad alzare un dito contro la camorra, come invece tutti noi dovremmo fare. E' questo che intendeva dire, è vero?

filomena

04 lug 2009 17:48

Il primo della classe e`un`altra cosa. Non ha bisogno ne chiede applausi, e` bravo e basta. Saviano voleva stupire e ci riesce, pero` ignorando l`oste.