Cosa è accaduto in questi ultimi tre anni, intendo dopo la pubblicazione di Gomorra di Roberto Saviano? Ho appena finito di leggere La bellezza e l’inferno, d’un fiato – anche se avevo già letto tutti questi scritti su quotidiani e riviste –, e ho ritrovato intatto il grande talento retorico di Saviano. In tanti, hanno trasformato Saviano in un santo, lo hanno utilizzato per avere «pensieri buoni». A me fa male il cuore a pensare alla vita esiliata e raminga di Saviano – ci penso spesso, con angoscia -, e tutto sommato vedo che ha il fegato e i nervi forti per reggere il compito che si è ritrovato a svolgere.
Molti dicono che questo suo nuovo libro sia un libro “minore”. Siamo alle solite: solo il romanzo rende gloriosi. Questi scritti sono invece bellissimi, intelligenti, retorici, gonfi di umori, di invettive, di informazioni, di amore rabbioso per un Sud avvelenato e perduto. Io però so che il destino di Saviano sarà sempre un destino di solitudine. Glielo leggo in faccia. La paura ti fa cercare la protezione della massa: questo è umano, questo è comprensibile. Sarebbe strano il contrario. Ma quando sei in pericolo, tutti i vecchi diventano “grandi vecchi”. Saviano – anche con libri come questo, dove parla di Truman Capote, di Uwe Johnson, di Isaac Singer, di Vollmann, ecc. –, si riconferma scrittore in pieno, non un «professionista dell’anticamorra». E si badi: nessuno sta difendendo la letteratura dei letterati, la letteratura come menzogna e come gioco di parole. Ma è che non ci si fida degli italiani, e Saviano ha commesso quest’errore: credere negli italiani, nel loro appoggio, nella loro palingenesi improvvisa. Un giorno capiranno che Saviano è uno scrittore. A quel punto cercheranno altri Sangennari da portare in processione.
Certe volte penso alla difficile vita che Saviano è costretto a vivere. Mi piacerebbe avesse vere parole di conforto, ma conosco Saviano, e so che in fondo è un uomo solo, e che anche in mezzo a un milione di persone si sentirebbe egualmente l’uomo più solo del mondo. E so anche che i suoi tanti lettori lo rincuorano soltanto perché è grazie a loro che riesce a smaltire l’ansia logorante che gli procura il sapersi braccato dai vermi della sua terra.
Saviano è uno scrittore vero, e uno scrittore vero non scrive mai con un obiettivo a raggio limitato: sconfiggere un clan, o un’organizzazione criminale. Se la Campania divenisse un Eden, Saviano troverebbe in quell’Eden la strada dell’Inferno. Oppure canterebbe le meraviglie dell’Eden? La verità è che Saviano cerca le strade infernali che stanno dentro di noi. Un giorno mi piacerebbe chiedere a Saviano: Roberto, cos’è per te la felicità? Probabilmente, prima mi risponderebbe che la felicità è la libertà di camminare e di vivere da “uomo libero”; poi, ne sono certo, ammetterebbe l’impossibilità della felicità terrena.
L’Italia è un paese che ha bisogno di eroi, non di scrittori. E secondo me Saviano ha fatto benissimo a pubblicare un libro come questo; un libro, cioè, non reboante, non clamoroso, ma un necessario, scritto nel tempo, che mostra “l’officina”. La cosa che più mi fa tristezza è però questo fatto che molti criticano Saviano in privato, e poi lo esaltano in pubblico. Forse Roberto non ci crederà, ma più di una volta ho alzato la voce per dire che lui era un grande scrittore. Poi, in pubblico, ho criticato il discorso pericoloso e ingenuo della «letteratura superiore», dei «superiori doveri dello scrittore». E mi sono ritrovato all’angolo. Certo, può darsi che mi sbagli. Può darsi che Saviano sia effettivamente il principale avversario della camorra e che tale ruolo lo gratifichi. Ma le parole sono polvere, come tutto, e questo Saviano dovrebbe saperlo, visto che sa di filosofia. Oppure deve spiegarci donde tragga tutta questa fiducia nella morale, e da quale Dio provenga tale morale. Non sottovaluti, Saviano, l’assenza di Dio nelle tante perdizioni terrene. L’Inferno, a quel punto, non si chiamerebbe più “camorra”, ma in un altro modo, in altri mille modi diversi. La paura delle minacce non determini l’uso spropositato di parole come “morale”, “bene”, ecc. Ci vuole sangue freddo, se è possibile, anche nell’Inferno.
Io però voglio esprimere un desiderio finale: quello di diventare un lettore “normale” di Saviano. Non voglio più prendere in mano un suo libro e pensare che si tratti del libro di un santo. Non voglio avere “doveri” culturali o politici imposti dal vento mediatico. E allora dico questo: La bellezza e l’inferno è più intenso di Gomorra e ancora non riesco a sopportare la simbolizzazione di questi libri, di cui si parla sempre troppo poco (molto invece si parla della scorta di Saviano, delle sue sortite in televisione, dei suoi successi). Forse è letteratura anche questo, non lo so (io, comunque, non sono ancora pronto a questa novità).
Ultimamente, alle Conversazioni di Capri, Saviano si è lamentato dell’invidia che scrittori e giornalisti proverebbero nei suoi confronti. Un’ingenuità, quella di Saviano. Semmai è lui che un tempo recensiva molti scrittori su giornali e riviste e poi – dal “caso” in poi – ha smesso di occuparsi dei libri degli altri, mettendo al centro solo il suo dolore, il suo vivere tra caserme e case di fortuna (ma, ripeto, questo è comprensibile). Eppure tutti lo hanno letto, tutti ne hanno parlato, e su di lui sono usciti migliaia di articoli che proprio questi presunti giornalisti e scrittori invidiosi hanno scritto. Saviano sta facendo l’errore di considerare le critiche come gesti di ostilità, e gli osanna come linfa vitale. Purtroppo, è il contrario. I libri di Saviano sono belli e importanti. Il “savianismo”, invece, sta diventando una farsa. Quanti anni dovrà durare questa situazione di sentirci dire che le parole hanno senso solo se la massa le accoglie? Per quanto ancora dovremo sentirci dire che siamo “invidiosi” solo perché non abbiamo sul collo una “fatwa” di Sandokan? Tra lo scrittore e il martire incattiivo, costretto a vivere in cattività, io preferisco lo scrittore. Uno scrittore di prima categoria, tanto per essere chiari.
La bellezza e l'inferno
Roberto Saviano
Mondadori, 252 pp., € 17,50