venerdì, 3 settembre 2010 ore 12:33

Economia

Podda: la Cgil deve essere riformista discutiamo del contratto unico per tutti
di Tonia Mastrobuoni

Se non impariamo a essere innovativi e non recuperiamo i ritardi degli ultimi 15 anni, rischiamo di fare la fine del sindacato peronista: grande ma ininfluente. Dobbiamo uscire dall'angolo e fare proposte. Una è eliminare i contratti precari e introdurle uno solo, con tutele crescenti.

Guglielmo Epifani con Carlo Podda

I sindacati italiani, inclusa la Cgil, hanno in sé «il germe della loro ininfluenza» se non usciranno dall’angolo e non si porranno in maniera innovativa. In prospettiva, rischiano di fare la fine del sindacato peronista che «è ancora una grande organizzazione, ma non conta più niente». Per Carlo Podda le rappresentanze dei lavoratori devono essere, per definizione, moderate, ma non bisogna scambiare la “moderazione” con il “moderatismo”, che tende a spingere i sindacati sulla difensiva, osserva il segretario generale della Funzione pubblica della Cgil. In quest’intervista con il Riformista, il numero uno del potente sindacato degli Statali, ammette i ritardi dell'ultimo quindicennio e tenta un potente contropiede: «apriamo una discussione seria sul contratto unico». Un tabù nel suo sindacato, di cui il Pd discute timidamente, ma che secondo Podda è una proposta attraverso la quale la Cgil «potrebbe dimostrare nei fatti che è un sindacato riformista».

Podda, cosa suggerisce per uscire dall'impasse della spaccatura tra la sua confederazione e Cisl, Uil e Ugl, soprattutto in questo momento di recessione pesante?

Io vorrei fare una considerazione più ampia. I sindacati italiani, inclusa la Cgil, hanno in sé il germe della loro ininfluenza. Pur essendo delle grandi organizzazioni democratiche, rischiano di fare la fine del sincacato peronista, che è ancora una grande organizzazione, ma non conta più niente. Abbiamo commesso degli errori, negli ultimi 15 anni, non abbiamo visto crescere una vera e propria emergenza. Il risultato è che oggi, per dieci milioni di persone - tra lavoratori precari, lavoratori al nero e migranti - i sindacati non soltanto sono ininfluenti, ma rischiano di diventare soggetti ostili.

Come si è arrivati a questo?

Una fetta rilevante del sindacato non ha capito fino in fondo che le diseguaglianze sociali si stavano acuendo enormemente. E un sindacato che non è in grado di raccogliere le sfide della diseguaglianza, commette un errore storico. Oggi ci ritroviamo con un “esercito industriale di riserva” di 10 milioni di persone che svolgono le stesse mansioni dei lavoratori assunti ma subiscono un trattamento del tutto diverso. Hanno tutele diverse, un reddito diverso e prospettive di carriera azzerate. E sono talmente tanti, ormai, da fungere da zavorra verso il basso anche per i lavoratori tutelati.

Un errore che molti commentatori hanno sempre riassunto nella famosa accusa contro i sindacati, Cgil in testa, che tutelerebbero i posti di lavoro ma non i lavoratori. Oltretutto la Cgil ha reagito con ritardo alle riforme che hanno creato o “istituzionalizzato” i contratti atipici come la legge Treu. Il Nidil è nato con 4 anni di ritardo.

È vero. Abbiamo sottovalutato l'esercito di precari che stava invadendo il mondo del lavoro. E, badi bene, uso una parola, “precari”, che fino a pochi anni fa era un tabù. Bisognava parlare di “lavoratori flessibili”. Adesso che a questi “lavoratori flessibili” i contratti vengono reiterati spesso per cinque, sei, o 10 anni, finalmente anche gli economisti e i commentatori più autorevoli hanno imparato ad usare questo termine. Tra l'altro, mi lasci dire che l'idea del Nidil è da rivedere. Sono le categorie che si devono gestire i loro precari. E il sindacato deve lavorare nel suo complesso alla riunificazione del lavoro e della sua rappresentanza.

Ma se sono state proprio le categorie a sottovalutare il fenomeno dei precari. E poi, cosa vuol dire “riunificazione del lavoro”?

L'emergenza a cui stiamo assistendo nel mondo del lavoro impone di fare delle scelte nuove, innovative, guardando anche al patrimonio della parte sindacale più moderata. Dobbiamo declinare “a sinistra” dei temi considerati tradizionalmente “di destra”. Anche perché io penso che dobbiamo distinguere tra moderazione e moderatismo. La prima deve essere intrinseca ad ogni sindacato, il secondo rischia di essere tipico di chi scimmiotta le posizioni dell'avversario e si ritrova sempre in una posizione difensiva. La Cgil deve porsi come un grande sindacato riformista. Deve proporre, quindi, l'unificazione del mondo del lavoro.

Di nuovo, che vuol dire? Intende che la Cgil deve proporre il contratto unico, quello elaborato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, o, più di recente, del senatore del Pd, Pietro Ichino?

Sì. Ma con tre limiti precisi. Primo, deve sostituire tutti gli attuali lavori precari. Secondo, c'è il problema delle aziende sotto i 15 dipendenti, per le quali l'articolo 18 oggi non vale. Se introducessimo un solo contratto, con tutele crescenti, cosa succederebbe ai lavoratori di queste imprese? Terzo, i 36 mesi ipotizzati da Boeri e Ichino sono un tempo troppo lungo. Le tutele vanno reintrodotte prima.

Si rende conto che sta intaccando un grande tabù del sindacato, in nome del quale la Cgil portò in piazza tre milioni di lavoratori nel 2002, cioè l'articolo 18?

Questa discussione sull'articolo 18 è stucchevole. Ripeto, oltre l'80 per cento degli ingressi nel mondo del lavoro avvengono con contratti atipici. Dobbiamo guardare avanti e occuparci di loro.

mercoledì, 6 maggio 2009

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commenti dei lettori

3 commenti presenti

Piero

07 mag 2009 11:42

Prima di discutere del contratto unico, sarebbe meglio pubblicare i bilanci del sindacato. O è troppo "democratico"? Cordialmente.

Bruno Pierozzi

07 mag 2009 09:19

Ho letto con grande piacere l'intervista del segretario della FP Cgil Podda sul Riformista. Finalmente si rompono gli indugi e si apre la discussione di merito sui veri nodi essenziali per il futuro, non solo della Cgil, ma di tutto il movimento sindacale italiano. Fino a pochi giorni fa mi trovavo a predicare - come mi ha detto qualcuno ironicamente - nel deserto, ora dopo questa intervista inizio a sentirmi meno solo. Ritengo anche io come Podda che oggi il vero nodo che deve affrontare il sindacato italiano è quello della rappresentanza di ampi settori del lavoro che sfuggono alla tutela sindacale: precari, lavori a tempo determinato, atipici, lavoratori in nero - di cui gran parte provenienti da altri paesi. In questo contesto dobbiamo fare il punto sulle nuove dinamiche del capitalismo internazionale e italiano alla luce della crisi economica e finanziaria, che inevitabilmente determinerà nuovi scenari. Trovo quindi di grande buon senso che la discussione unitaria nel sindacato si riavvii partendo dalla necessità di una nuova strategia contrattuale, che apra alle proposte di riorganizzazione del modello contrattuale che si stanno delineando nel dibattito economico e politico italiano. Su questo versante sono autorevolmente intervenuti il giuslavorista Pietro Ichino e gli economisti Tito Boeri e Garibaldi, con la proposta del contratto unico di lavoro. Certamente - come fa rilevare Podda - vanno discusse e approfondite nel merito le proposte sul contratto unico e sulla flex security, per un sistema che tuteli pienamente i lavoratori, ma è da lì che dobbiamo avere il coraggio di partire. La costruzione di una nuova strategia sindacale deve oggi saper coniugare due versanti: il versante contrattuale (tutela del reddito) e quello della negoziazione sociale territoriale (tutela attraverso i servizi) . L’attuale politica contrattuale è oggi del tutto inadeguata a dare risposte efficaci alle nuove dinamiche del sistema produttivo e della società. Occorre sviluppare adeguate forme di tutela che affrontino alcune specificità, e tra queste in modo particolare: la questione della forte discriminazione delle donne, i disoccupati maturi, i pensionati con bassi redditi, la dequalificazione professionale – frutto di un sistema scolastico e formativo inadeguato. Per fare tutto ciò occorre un grande e innovativo sindacato. Le divisioni, frutto della storia politica del '900 sono ormai alle nostre spalle, lavoriamo per costruire da subito le basi di un nuovo grande sindacato unico di tutti: lavoratori, precari, pensionati, disoccupati. Bruno Pierozzi sindacalista Spi Cgil nazionale

Il Compagno

06 mag 2009 12:57

Per EPIFANI, queste sono solo parole sconosciute. Speriamo che la caduta di stile della CGIL, lo faccia ragionale altrimenti addio sindacato dei lavoratori .........................................................