venerdì, 30 luglio 2010 ore 04:49

Economia

L'Italia vista dai think tank: da Crusoe a Tocqueville
di Stefano Feltri

A destra c'è una divisione dei compiti: valori, economia reale, mercato. Tremonti ne è la sintesi, ma è anche il principale bersaglio culturale e politico delle istituzioni di sinistra

Il terreno su cui si consuma gran parte dello scontro intellettuale tra i think tank italiani è quello della crisi. Le origini, l'analisi, le tempistiche, le previsioni e, soprattutto, le risposte politiche per uscirne. Soltanto nell'ultima settimana, oltre alle tante già attive, sono nate altre due istituzioni ibride, un po' culturali e molto politiche: la fondazione Italia Futura ispirata da Luca Cordero di Montezemolo, e Robinson Crusoe, rivista di dibattito sul web voluta da Giulio Tremonti e Giuliano Amato e coordinata dall'economista Mauro Marè. La prima ha scelto un approccio pragmatico, partendo dalle micropolitiche e non dall'analisi delle grandi questioni di scenario, finanzierà con 30 mila euro il progetto più innovativo tra quelli che partecipano a un concorso. Un'iniziativa lascia intendere un messaggio di politica economica: dalla crisi si esce grazie alle idee dei singoli, meglio agire da stimolo nella società imprenditoriale che denunciarne le rigidità. Crusoe parte invece con un manifesto programmatico, in inglese, per spiegare le dieci debolezze dell'Italia, dal debito alla spesa pubblica, chiudendo con un invito a essere ottimisti (come sollecita il governo e Silvio Berlusconi da mesi).

Sia Tremonti che Amato sono, rispettivamente, presidente ed ex presidente anche dell'Aspen Institute, che di crisi discute da due anni nei seminari a porte chiuse e pubblicamente sulla rivista Aspenia diretta da Marta Dassù: l'ultimo numero si chiama “Krìsis”. Tremonti spiega nel saggio introduttivo che questo è soprattutto un momento di cambiamento, l'occasione per accettare finalmente un'Unione europea intergovernativa, che possa emettere titoli di debito. La vera novità culturale del saggio di Tremonti è che il ministro, da critico di una globalizzazione costruita sul debito privato, suggerisce di riconsiderare in prospettiva storica l'importanza del debito pubblico come propellente della crescita: a supporto cita le performance dell'Italia degli anni Ottanta.

L'azione politica di Tremonti è stata però, finora, rigorista: poca spesa per avere saldi di bilancio sostenibili. Una linea che viene contestata, in forme diverse, da tutti i siti di dibattito a sinistra. Non si tratta di veri e propri think tank (non sono strutture permanenti ma piazze virtuali dove si incontrano persone con idee simili), però hanno la stessa funzione dei pensatoi strutturati: dare idee alla politica e monitorare le politiche della maggioranza. Il sito più a sinistra è Economia e politica, che fa capo all'economista Riccardo Realfonzo, oggi assessore al bilancio a Napoli. Realfonzo promuove da tempo la tesi che il debito pubblico non va ridotto ma stabilizzato, rifinanziandolo senza chiedere sacrifici all'economia reale nel nome del rigore di bilancio. Uno degli articoli pubblicati più di recente, a firma dello storico del pensiero economico Guglielmo Forges Davanzati, è dedicato a «Il governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario».

Più complesso individuare una linea editoriale precisa nella voce.info, il sito di riferimento per gli economisti di appartenenza - o almeno di cultura - bocconiana: nell'editoriale collettivo che celebra il settimo compleanno del sito, si ringrazia il ministro Tremonti «di tante solerti attenzioni. Vuol dire che ha paura del nostro giudizio. Non glielo faremo certo mancare. Neanche per un giorno. Neanche per un’ora. Anche perché non siamo certo noi i catastrofisti. Ricordiamoci di chi in questi anni ha più volte evocato l’apocalisse». Non prevale una visione netta della crisi, se non che può rivelarsi il momento per le riforme, soprattutto nel mercato del lavoro e nella razionalizzazione della spesa pubblica. Sul piano macro alcuni collaboratori, come Francesco Daveri, continuano a segnalare i pericoli della deflazione (per ora solo teorici) e dell'eccesso di regolazione di emergenza. Ancora più difficile individuare i tratti comuni degli interventi nel blog collettivo noisefromamerika, meno accademico e più informale della voce.info, dove si sfogano economisti italiani che lavorano negli Stati Uniti. Anche in quel caso la critica a Tremonti sembra essere uno dei pochi punti fermi.

A destra le posizioni sono più marcate, c'è anche una divisione di compiti. La fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini e diretta a Adolfo Urso, ha appena pubblicato un rapporto di cinquecento pagine che invece di analizzare l'origine della crisi analizza il contesto in cui l'Italia dovrà competere. Individua una soluzione che, in sintesi, è la difesa del Made in Italy: lotta alla contraffazione, incentivi alle piccole imprese a crescere di dimensione, attirare investimenti esteri per proiettarsi poi nel mondo con basi più solide, un po' sul modello della Fiat di Sergio Marchionne.

Il centro Tocqueville-Acton si concentra sul vuoto di valori che la crisi ha evidenziato. Con un piede nel mondo vaticano, il pensatoio animato da economisti come Flavio Felice (Università Lateranense) e Stefano Zamagni (consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) parlano di un «mercato da civilizzare». La sponda politica è quella dell'Udc di Pierferdinando Casini, il punto di riferimento la dottrina sociale della chiesa, l'obiettivo un'economia ricca di valori anche quando si parla di nuove tecnologie e si usano formule matematiche. Michael Novak, in uno degli articoli più recenti pubblicati sul sito, ha denunciato le «eresie economiche degli statalisti», ma ha ammonito anche i liberisti: «I processi di mercato funzionano bene solo se sottoposti a un sistema di regole, e solo sulla base di regole del gioco certe. Un mercato senza regole è una finzione dell’immaginazione». E i liberisti che più hanno difeso la deregulation in Italia sono quelli dell'Istituto Bruno Leoni. Il think tank diretto da Alberto Mingardi continua a preoccuparsi degli eccessi della regolazione (cui la politica può ricorrere approffittando della crisi) e delle tentazioni keynesiane cui è soggetta la nostra cultura. Ma ha un approccio più prudente nel valutare la situazione italiana. «Al governo si chiede autorevolezza in una fase cruciale. Ma anche dalla società civile dovrebbe venire qualcosa d'un po' meglio», ha scritto Mingardi, che - da liberista - auspica che «ciascuno aiuti se stesso, sperando nella complicità delle stelle». Il ministro Tremonti, nella formula d'azione «economia sociale e di mercato» ha trovato la sintesi per combinare le istanze caratteristiche dei tre pensatoi di destra.

sabato, 4 luglio 2009

invia il tuo commento alla notizia

commenti dei lettori

4 commenti presenti

bibendum

06 lug 2009 00:07

ma chi da i soldi a queste fondazioni?mi sembrano più lo strumento per dare lavoro 'prestigioso' a qualche figlio di papà che si è comprato la laurea in qualche università privata.ci sarà uno intelligente e studioso e 100 che non sanno nemmeno l'elenco delle regioni italiane.Io consiglierei meglio provini per film porno.naturalmente anche per le ragazze,visto che le università private italiane pullulano di modelle alla paris hilton.a proposito feltri,perchè non fai qualche indagine sul livello di preparazione degli esami alla bocconi?w il merito,specie quando proviene dalle nuove generazioni delle famiglie con la grana.

Paolo G

05 lug 2009 15:51

Mi pare che da tutte queste riflessioni che propongono soluzioni in chiave molto ideologica e poco pratica (francamente a me pare una follia finanziare la crescita con il debito pubblico: in economie mature i rischi di una strada del genere sono elevati, essendo assai difficile stimare correttamente la crescita economica in un contesto competitivo ma statico) manchi sempre una considerazione fondamentale: l'assoluta necessità di costruire nel nostro paese una classe dirigente caratterizzata da cultura adeguata a promuovere il passaggio da una struttura imprenditoriale a una manageriale. In assenza, gli "incentivi alla piccola impresa a cambiare di dimensione" saranno inefficaci, visto l'interesse degli imprenditori a drenare i profitti nelle loro tasche e ad investirli nell'aumento del loro tenore di vita anziché nella gestione del cambiamento dell'impresa, e a limitarne la crescita per aggirare più agevolmente il sistema fiscale ecc. La grave carenza di cultura manageriale in Italia (della quale sono responsabili il sistema di formazione secondaria e universitaria prima di tutto) comporta costi enormi per l'economia nazionale. E la quasi totale assenza di imprese con massa critica sufficiente a competere sugli scenari internazionali in contesti di globalizzazione e consolidamento potrebbe portare all'Italia povertà e dipendenza da paesi più sviluppati del nostro.

mariano

05 lug 2009 14:03

I cari professori della voce info sono quelli che non si sono accorti minimante di quello che stava per accadere. Anzi qualcuno di loro ( l'esimio prof. Giavazzi ) ipottizzava addirittura che il liberisomo è di sinistra. Tutto questo mentre Prodi faceva le valigie da Palazzo Chigi. Non c'è che dire!

lupimor@gmail.com

05 lug 2009 01:08

Quanto scritto non è pane per i denti di un normale lettore. Emerge chiaramente, però, che questi dibattiti-confronti tra espertissimi hanno tutti una componente politica che li caratterizza. Mi viene in mente quello che diceva il mio prof. di filosofia:<Economia e politica non possono non essere complementari, ma odiano l'esserlo, in quanto limitante per il loro esplicarsi> Dalla necessità, ineludibile di stare insieme, senza poter fare l'una a meno dell'altra, deriva. secondo me, il motivo di tutte le dotte discussioni. La storia insegna che quando la politica ha dominato incontrastata l'economia non era più economia, ma l'ancella servile impossibilitata a seguire i suoi, propri intrinseci principi, e quando l'economia, massime nel suo aspetto finanziario, ha preso il comando, la politica, opportunisticamente, ha cessato di fare il suo dovere. Due galli in un pollaio, che invece di mettersi d'accordo sulla "gestione" delle galline, impiegano le loro energie nel tentativo di sopraffarsi a vicenda. Ogni gallo ha i suoi alleati: lo sviluppo, la produttività, il mercato da una parte, la socialità, la morale, l'uguaglianza dall'altra. Ogni alleato ha le sue truppe, e così via. Il tutto riconducibile ad interessi concreti, non coincidenti. La formula tremontiana <economia sociale e di mercato>, che anche il pensiero economico della sinistra troverebbe accettabile, magari dopo profondi accademici distinguo, contiene nella sua esemplare semplicità enunciativa, anche il terribile quesito del "come?". Il "come" sarebbe compito della politica? O no? Cordialmente Moreno Lupi