Due uomini in borghese bloccano un manifestante. Lui non si ribella, fa un gesto con la mano, «forse quello sbagliato». Lo buttano a terra, lo prendono per i capelli e lo trascinano sull'asfalto. «La giacca, il pullover e la camicia gli scivolano su, gli scoprono la schiena e l'asfalto gli procura delle orribili escoriazioni», racconta l'inviato del settimanale di Amburgo Die Zeit che ha seguito le drammatiche giornate di Dresda.
La città della Sassonia è diventata teatro di scontri estesi tra polizia e manifestanti dopo il 3 ottobre, quando la Cecoslovacchia ha reso noto di aver introdotto il visto per chi ha passaporto della Ddr. Si tratta degli scontri più violenti dal 17 giugno del 1953, quando un'ondata di scioperi e di manifestazioni si era trasformata in un bagno si sangue dopo l'intervento dei carri armati sovietici. Una data indelebile, nella memoria dei tedeschi di entrambi le Germanie.
Quella del 3 ottobre è una mossa concordata dal governo di Praga e da quello della Ddr per tentare di frenare l'inarrestabile esodo dei tedeschi orientali verso la città boema. Appena svuotata degli ottomila rifugiati del 30 settembre, l'ambasciata si è immediatamente riempita di nuovi profughi.
Mentre gli ottomila “liberati” e trasportati in treno in Baviera, passando da Dresda, montavano sui treni nella notte del 30 settembre, dopo una estenuante attesa di settimane o mesi accampati in ogni angolo dell'ambasciata della Germania federale, dirigendosi verso la libertà, migliaia avevano già fatto le valigie e si erano diretti con ogni mezzo in senso opposto, verso la frontiera ceca. Secondo cronache dell'epoca, il 3 ottobre sono 10mila i tedeschi entrati nel paese o già giunti a Palazzo Lobkowitz.
Una grottesca dichiarazione del portavoce del governo cecoslovacco di quel 3 ottobre dà la colpa a Bonn, spiega che «dopo aver trovato una soluzione a quel problema (n.d.r. l'espatrio in Occidente dei rifugiati), abbiamo ricevuto rassicurazioni che il governo della Repubblica federale avrebbe impedito il ripetersi di una situazione simile. Invece, dopo poche ore l'ambasciata era di nuovo pronta ad accogliere nuovi rifugiati».
Quel giorno, dopo l'ennesima notizia di un giro di vite di Honecker, oltretutto su uno dei temi su cui dissidenti e oppositori battono di più - la libertà di viaggiare - suscita immediatamente una ondata di scioperi spontanei a Eisenach, Ruhla, Altenberg e in altre città della Ddr. Ma soprattutto, dal giorno successivo, dal 4 ottobre, a Dresda si scatena l'inferno.
Alla notizia del passaggio dei treni speciali dalla Cecoslovacchia - gli ultimi, per volontà di Honecker - migliaia di persone si incontrano il 4 ottobre alla Prager Strasse per dirigersi verso la stazione. I convogli sono partiti da Praga in ritardo per «problemi tecnici», hanno fatto sapere le autorità della Ddr. La verità, come racconta il giorno dopo il quotidiano di Berlino Ovest Tageszeitung, è che le forze dell'ordine stanno sgomberando nella Ddr chilometri di binari e molte stazioni presidiate dai cittadini, intenzionati a saltare sui treni che viaggiano verso Occidente. Tra di loro, anche molti tedeschi che sono stati rimandati indietro dalla polizia di frontiera ceca.
Il quotidiano racconta anche che Honecker ha fatto bloccare a Berlino Est l'accesso alle ambasciate degli Stati Uniti, dove si erano rifugiati 20 tedeschi, ha arrestato 8 persone nei paraggi, ed ha isolato anche quella della Germania federale, dove ce ne erano 6. Il regime, cieco e sordo, continua a erigere muri mentre quello che crollerà ufficialmente a Berlino, un mese dopo, mostra già profonde crepe. Alfred Dregger, esponente della Cdu, commenta: «Se la Ddr si chiude anche verso Est, i dirigenti del regime sono giunti davvero al capolinea». Ciliegina sulla torta, la Germania Est accusa Bonn quel giorno di «violazione ripetuta dei diritti umani».
Il giorno dopo, a Dresda, in diecimila si dirigono dunque agguerriti verso la stazione. La Prager Strasse, la via Praga, lungo la quale si snoda il corteo, è una strada pedonale piena di bar e negozi. Quando la polizia comincia a caricare, non fa grande distinzione tra i manifestanti e chi si trova casualmente per quelle strade. «Quando comincia a sgomberare la stazione e procede verso il centro della città - racconta l'inviato della Zeit - la polizia lo fa picchiando indistintamente chiunque capiti a tiro, dando calci anche a passeggini e buttandoli giù per i gradini».
I manifestanti tentano invano di assaltare i treni, per ore e ore la stazione di Dresda si trasforma in un campo di battaglia. Chi tira pietre alla Volkspolizei, ai famigerati Vopos, alla polizia di Stato, e contro l'edificio della stazione, viene respinto con idranti e manganelli. Le proteste si concludono con numerosi feriti e 1300 arresti. Immancabilmente, sui giornali di regime, appaiono nei giorni successivi clamorose testimonianze false. Una è di Maik Schmidt, un poliziotto che narra di gruppi di «provocatori e, purtroppo, di curiosi, che gridavano parole pieni di odio e slogan neonazisti». Quando Schmidt tenta di calmarli, racconta, «ci aggredirono, picchiandoci con tubi di gomma riempiti di ferro, bombe incendiarie e idranti».
Un sasso gli rompe la mascella. E lui conclude la sua testimonianza con sentita indignazione: «Ma che razza di madre è una che mette il passeggino sui binari, per fermare il treno! E che razza di madre è una che porta avanti un digiuno, costringendo i suoi tre bambini a fare lo stesso, finché non otterrà l'espatrio in Occidente». Già, che razza di madre è.
lunedì, 5 ottobre 2009
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