... ’cause ain't no hangman
gonna put no noose on me
(… perché nessun boia
mi metterà il cappio al collo)
“Hey Joe”
Piero, nei giorni della caduta, ha voluto far visita alla sua tomba di Prima Porta, a Roma. Da lui aveva ricevuto l’orgoglio di un cognome e di una professione: Marrazzo, giornalista. E se non si è liberato dai ricatti né ha mai parlato di quella relazione proibita con un trans, forse è anche per un semplice motivo: «Per paura, una paura fottuta, per vergogna. Perché mio padre era il grande Joe…» (dal Fatto del 27 ottobre).
Joe all’anagrafe era Giuseppe. Quasi per caso, a vent’anni o poco più, divenne giornalista: doveva entrare nell’amministrazione del Mattino d’Italia, ma quel posto l’avevano già occupato, e la mattina che andò al colloquio c’era un buco alle cronache. Così cominciò la carriera del più grande tele-reporter dei mille Vietnam italiani: la camorra, Cosa nostra, l’abbandono minorile, la droga, il caporalato, il terremoto dell’80. Armato solo del suo “nagrino”, minuscolo microfono a filo che appena gli spuntava tra le dita, mentre la pellicola girava nella macchina da presa. Qualche titolo: Camorra, Eroina Spa, Gli intoccabili di Taurianova, Fatica nera, Sciuscià 80, Il giorno della Ficuzza, Mafia terzo stadio, Nessuno li vuole. Grandi successi, anche fuori dall’Italia. La Rai li vendette perfino negli Stati Uniti. «Un maestro», disse di lui Peter Arnett, premio Pulitzer e tra i più celebri inviati di guerra al mondo. Un maestro scomodo, non sempre ben visto dalla sua Rai. Un episodio: era da poco uscito Il Camorrista, il libro sul boss Raffaele Cutolo, e avrebbe dovuto presentarlo a Domenica In, ma quel pomeriggio Pippo Baudo ai telespettatori dovette annunciare che l’intervista non ci sarebbe stata.
Giuseppe divenne Joe quando prese a lavorare per gli americani. Agli inizi degli anni ’50 decise infatti di lasciare la natìa Nocera Inferiore, anche se rimase sempre legato alla sua Nofi (come la ribattezzò il suo conterraneo Domenica Rea): della sua città fu consigliere comunale nelle fila del Pci, e in quella provincia volle fondare agli inizi degli anni 80 un quindicinale, Dossier Sud, simile all’esperienza catanese de I Siciliani di Pippo Fava: finì male, perché finì presto, seppellito dalle maxi-querele dei potenti dc.
Nella Capitale agli albori del boom fece il corrispondente dall’Italia per il Progresso italoamericano, quotidiano per gli italiani residenti degli Stati Uniti d’America. Direttore per lunghi anni della sede romana del giornale fu Eugenio Spina: Joe ne sposò la figlia, che aveva già un bambino e gli avrebbe dato Piero; l’altro figlio di Joe, Giampiero, nacque da un’altra relazione.
Il 3 ottobre scorso sul quotidiano americano in lingua italiana America Oggi (che ha sostituito il vecchio Progresso) c’era la notizia della visita del governatore laziale alla redazione newyorkese: sulla prima pagina campeggiava la foto di Piero con in mano una targa che ricordava il «corrispondente» Joe. Il viaggio nella Grande Mela, vissuto ancora una volta nel segno del padre, è stato una delle ultime esperienze da politico per il presidente prima della bufera.
Un bel documentario realizzato nel 2003 dalla Rai, Joe Marazzo. La passione della verità, ha riempito il vuoto di informazioni sulla vita di Joe e il suo sterminato lavoro. Il racconto, intessuto con numerose immagini dei suoi migliori reportage realizzati soprattutto per il Tg2 Dossier, colleziona i ricordi delle persone che più gli sono state vicino. Piero tiene il filo della narrazione, impreziosita da materiali privati, innanzitutto le pagine dei suoi diari personali. È toccante quel ricordo che si riferisce all’arrivo nella Capitale nel ’53 («Sono arrivato a Roma per restarvi. Ho 1500 lire, la camicia e le scarpe bucate. La macchina da scrivere impegnata»). Oppure quel proverbio, «Chi è in mare naviga, chi è a terra giudica»: c’era tutto il suo lavoro, lì dentro.
Joe a Roma aveva collezionato esperienze in varie redazioni: Omnibus, Epoca, Tempo Illustrato. Dal 1965 cominciò a collaborare con la tv e una decina d’anni dopo eccolo al neonato Tg2, figlio della grande riforma del ’76. Negli speciali impose da subito il suo stile; presto vennero fama e popolarità; nel ’78 fu proclamato Cronista dell’anno.
Giancarlo Santalmassi fu a lungo vicedirettore della testata: proprio a lui toccò annunciare ai telespettatori la morte di Joe nel febbraio dell’85. Ricorda oggi: «Aveva una straordinaria capacità di mimesi negli ambienti che doveva raccontare. Riusciva a far parlare chiunque: i parenti delle vittime, i capoclan, i caporali, i disgraziati. Tutto restituito con immagini che già erano racconto. Me ne è rimasta una, conficcata nella memoria: quella di una Rolls Royce bianca che attraversa il paesaggio disperato di una campagna calabrese. Tutto il potere di un capocosca trovava in quella sequenza la sua rappresentazione esatta». Il reportage si intitolava Gli intoccabili di Taurianova, del 1978: il ritratto del boss Francesco Macrì: «Ciccio per gli amici, Ciccio Mazzetta per i nemici, un uomo che nella Calabria di oggi viaggia in Rolls Royce, possiede ville, tenute, quadri d’autore». Era la ‘ndrangheta di lusso, cancro altoborghese, con il contorno di sorelle, cognati, fratelli, quasi tutti medici, per il quali l’ospedale pubblico era il feudo privato.
Nel 1980 la tv di Stato fece vedere per la prima volta un “buco”. L’eroina stava devastando da circa un decennio settori sempre più ampi della gioventù, ingrassando le tasche della grande criminalità. Ma non si conosceva fino in fondo il fenomeno, né si sapeva ancora bene cosa significasse “farsi”. Lo mostrò Joe in Eroina Spa, girato a Verona, con quella drammatica immagine di un ragazzo che si preparava la sua dose e, stretto il cordone intorno al braccio, se la iniettava in vena. Quel reportage lasciò una traccia profonda, tanto che scrivendone nel suo diario lo indusse a ragionare sul suo stesso mestiere: «Anche il dossier sulla droga è nato da un’ipotesi senza pensarci eccessivamente su, senza ponderare i rischi e le difficoltà. A riflettere non sarei mai dovuto partire per realizzarlo, eppure è andato. È il segno che le cose più affascinanti nascono soltanto con un pizzico di fantasia, con un po’ di ardimento e di irresponsabilità. Se si riflette troppo, si circola soltanto nell’ambito dei progetti piatti».
Un capitolo a parte merita poi la camorra. Anzi, il camorrista. Raffaele Cutolo. Ha fatto epoca l’intervista in tribunale al Professore - com’era soprannominato - dietro le sbarre da 18 anni. Cutolo, in quella gabbia che non ne arginava però il potere, parlava di sé come di «un Robin Hood», «uno che combatte contro le ingiustizie, io e tutti gli amici miei», uno che non è «pazzo scemo, ma pazzo intelligente»; uno che dedica parole d’affetto all’«amico d’infanzia» Pasquale Barra ‘O Animale, che aveva ucciso in carcere il boss della mala milanese Francis Turatello con quaranta coltellate e poi ne aveva preso a morsi le viscere. Cutolo era il grande capo della camorra. E il boss di Ottaviano a un certo punto esondò dalla cronaca per diventare materia letteraria. Nacque Il Camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo.
Racconta Tullio Pironti, l’editore che pubblicò il libro: «Ero agli inizi della mia carriera come editore, non ero nessuno. Incontrai casualmente Joe in un ristorante di Napoli, non lo conoscevo ma trovai il coraggio per fargli a bruciapelo la proposta di un libro su Cutolo. Gli piacque l’idea e dopo pochi giorni firmammo il contratto. Nel tempo divenimmo amici. Dopo un paio d’anni gli dissi: “Joe, non mi importa più nulla del libro, del contratto, dell’anticipo che ti ho dato. Perché in te ho trovato un amico vero”. E lui, di tutta risposta: “Tra quindici giorni avrai il libro”».
Si mise in ferie alla Rai, rinchiudendosi in un albergo napoletano: dopo due settimane consegnò il libro. La primissima copia bruciò insieme alla sua macchina: non era la prima volta che gli facevano un attentato. «Io volevo fare bella figura con Joe - racconta ancora Pironti - e così feci fare un editing molto accurato. Lui, quando lesse la versione ripulita, mi disse: “Tullio se non ti volessi bene come a un fratello, ti avrei già accoltellato”. Lo voleva pubblicato così come gli era uscito di getto in quei pochi giorni. E così buttai le copie che avevo già ordinato e ripristinai la prima stesura. Fu un successo clamoroso. Come spero che lo possa essere il libro con dvd di suo figlio Giampiero, Sopra e sotto il tavolo, sulla tragedia di Ustica: lo pubblicherò a breve, con una prefazione di Giulio Andreotti». E ancora: «Il grande Joe mi fece diventare editore. E fece diventare regista un certo Giuseppe Tornatore che proprio col Camorrista debuttò, con Ben Gazzarra nella parte di Cutolo. Peccato che Joe il film non riuscì a vederlo».
Era la fine di febbraio del 1985, Joe stava molto male. Aggredito da un male incurabile. Aveva subìto qualche mese prima una delicata operazione. Però continuava a lavorare instancabilmente: alle prese, come sempre, con mille progetti. Ma di notte un aneurisma mise fine ai suoi giorni nella sua casa di Roma: aveva 57 anni.
Il pentito Giovanni Brusca nel 1998 rivelò che i cugini Nino e Ignazio Salvo avevano deciso di uccidere Joe: i potenti esattori di Salemi volevano liberarsi di quel giornalista che aveva fatto troppe inchieste su di loro e sui rapporti tra mafia e politica in Sicilia. Joe doveva morire. Il male fece prima dei boia.