venerdì, 3 settembre 2010 ore 12:46

Prima pagina

Storia di Joe, l'altro Marrazzo
di Alberto Alfredo Tristano

PADRI PRODIGIO. Cominciò per caso. Poi alla Rai divenne il più grande reporter dei mille Vietnam italiani: criminalità, droga, caporalato, il terremoto dell'80. Scrisse “Il Camorrista”, sul boss Raffaele Cutolo: Tornatore ne trasse il suo primo film. Ma lui non lo vide mai. Divorato da un male incurabile. Che arrivò prima della (già decisa) condanna a morte della mafia siciliana.

... ’cause ain't no hangman
gonna put no noose on me
(… perché nessun boia
mi metterà il cappio al collo)
 “Hey Joe”


Piero, nei giorni della caduta, ha voluto far visita alla sua tomba di Prima Porta, a Roma. Da lui aveva ricevuto l’orgoglio di un cognome e di una professione: Marrazzo, giornalista. E se non si è liberato dai ricatti né ha mai parlato di quella relazione proibita con un trans, forse è anche per un semplice motivo: «Per paura, una paura fottuta, per vergogna. Perché mio padre era il grande Joe…» (dal Fatto del 27 ottobre).

Joe all’anagrafe era Giuseppe. Quasi per caso, a vent’anni o poco più, divenne giornalista: doveva entrare nell’amministrazione del Mattino d’Italia, ma quel posto l’avevano già occupato, e la mattina che andò al colloquio c’era un buco alle cronache. Così cominciò la carriera del più grande tele-reporter dei mille Vietnam italiani: la camorra, Cosa nostra, l’abbandono minorile, la droga, il caporalato, il terremoto dell’80. Armato solo del suo “nagrino”, minuscolo microfono a filo che appena gli spuntava tra le dita, mentre la pellicola girava nella macchina da presa. Qualche titolo: Camorra, Eroina Spa, Gli intoccabili di Taurianova, Fatica nera, Sciuscià 80, Il giorno della Ficuzza, Mafia terzo stadio, Nessuno li vuole. Grandi successi, anche fuori dall’Italia. La Rai li vendette perfino negli Stati Uniti. «Un maestro», disse di lui Peter Arnett, premio Pulitzer e tra i più celebri inviati di guerra al mondo. Un maestro scomodo, non sempre ben visto dalla sua Rai. Un episodio: era da poco uscito Il Camorrista, il libro sul boss Raffaele Cutolo, e avrebbe dovuto presentarlo a Domenica In, ma quel pomeriggio Pippo Baudo ai telespettatori dovette annunciare che l’intervista non ci sarebbe stata.

Giuseppe divenne Joe quando prese a lavorare per gli americani. Agli inizi degli anni ’50 decise infatti di lasciare la natìa Nocera Inferiore, anche se rimase sempre legato alla sua Nofi (come la ribattezzò il suo conterraneo Domenica Rea): della sua città fu consigliere comunale nelle fila del Pci, e in quella provincia volle fondare agli inizi degli anni 80 un quindicinale, Dossier Sud, simile all’esperienza catanese de I Siciliani di Pippo Fava: finì male, perché finì presto, seppellito dalle maxi-querele dei potenti dc.
Nella Capitale agli albori del boom fece il corrispondente dall’Italia per il Progresso italoamericano, quotidiano per gli italiani residenti degli Stati Uniti d’America. Direttore per lunghi anni della sede romana del giornale fu Eugenio Spina: Joe ne sposò la figlia, che aveva già un bambino e gli avrebbe dato Piero; l’altro figlio di Joe, Giampiero, nacque da un’altra relazione.

Il 3 ottobre scorso sul quotidiano americano in lingua italiana America Oggi (che ha sostituito il vecchio Progresso) c’era la notizia della visita del governatore laziale alla redazione newyorkese: sulla prima pagina campeggiava la foto di Piero con in mano una targa che ricordava il «corrispondente» Joe. Il viaggio nella Grande Mela, vissuto ancora una volta nel segno del padre, è stato una delle ultime esperienze da politico per il presidente prima della bufera.

Un bel documentario realizzato nel 2003 dalla Rai, Joe Marazzo. La passione della verità, ha riempito il vuoto di informazioni sulla vita di Joe e il suo sterminato lavoro. Il racconto, intessuto con numerose immagini dei suoi migliori reportage realizzati soprattutto per il Tg2 Dossier, colleziona i ricordi delle persone che più gli sono state vicino. Piero tiene il filo della narrazione, impreziosita da materiali privati, innanzitutto le pagine dei suoi diari personali. È toccante quel ricordo che si riferisce all’arrivo nella Capitale nel ’53 («Sono arrivato a Roma per restarvi. Ho 1500 lire, la camicia e le scarpe bucate. La macchina da scrivere impegnata»). Oppure quel proverbio, «Chi è in mare naviga, chi è a terra giudica»: c’era tutto il suo lavoro, lì dentro.

Joe a Roma aveva collezionato esperienze in varie redazioni: Omnibus, Epoca, Tempo Illustrato. Dal 1965 cominciò a collaborare con la tv e una decina d’anni dopo eccolo al neonato Tg2, figlio della grande riforma del ’76. Negli speciali impose da subito il suo stile; presto vennero fama e popolarità; nel ’78 fu proclamato Cronista dell’anno.

Giancarlo Santalmassi fu a lungo vicedirettore della testata: proprio a lui toccò annunciare ai telespettatori la morte di Joe nel febbraio dell’85. Ricorda oggi: «Aveva una straordinaria capacità di mimesi negli ambienti che doveva raccontare. Riusciva a far parlare chiunque: i parenti delle vittime, i capoclan, i caporali, i disgraziati. Tutto restituito con immagini che già erano racconto. Me ne è rimasta una, conficcata nella memoria: quella di una Rolls Royce bianca che attraversa il paesaggio disperato di una campagna calabrese. Tutto il potere di un capocosca trovava in quella sequenza la sua rappresentazione esatta». Il reportage si intitolava Gli intoccabili di Taurianova, del 1978: il ritratto del boss Francesco Macrì: «Ciccio per gli amici, Ciccio Mazzetta per i nemici, un uomo che nella Calabria di oggi viaggia in Rolls Royce, possiede ville, tenute, quadri d’autore». Era la ‘ndrangheta di lusso, cancro altoborghese, con il contorno di sorelle, cognati, fratelli, quasi tutti medici, per il quali l’ospedale pubblico era il feudo privato.

Nel 1980 la tv di Stato fece vedere per la prima volta un “buco”. L’eroina stava devastando da circa un decennio settori sempre più ampi della gioventù, ingrassando le tasche della grande criminalità. Ma non si conosceva fino in fondo il fenomeno, né si sapeva ancora bene cosa significasse “farsi”. Lo mostrò Joe in Eroina Spa, girato a Verona, con quella drammatica immagine di un ragazzo che si preparava la sua dose e, stretto il cordone intorno al braccio, se la iniettava in vena. Quel reportage lasciò una traccia profonda, tanto che scrivendone nel suo diario lo indusse a ragionare sul suo stesso mestiere: «Anche il dossier sulla droga è nato da un’ipotesi senza pensarci eccessivamente su, senza ponderare i rischi e le difficoltà. A riflettere non sarei mai dovuto partire per realizzarlo, eppure è andato. È il segno che le cose più affascinanti nascono soltanto con un pizzico di fantasia, con un po’ di ardimento e di irresponsabilità. Se si riflette troppo, si circola soltanto nell’ambito dei progetti piatti».

Un capitolo a parte merita poi la camorra. Anzi, il camorrista. Raffaele Cutolo. Ha fatto epoca l’intervista in tribunale al Professore - com’era soprannominato - dietro le sbarre da 18 anni. Cutolo, in quella gabbia che non ne arginava però il potere, parlava di sé come di «un Robin Hood», «uno che combatte contro le ingiustizie, io e tutti gli amici miei», uno che non è «pazzo scemo, ma pazzo intelligente»; uno che dedica parole d’affetto all’«amico d’infanzia» Pasquale Barra ‘O Animale, che aveva ucciso in carcere il boss della mala milanese Francis Turatello con quaranta coltellate e poi ne aveva preso a morsi le viscere. Cutolo era il grande capo della camorra. E il boss di Ottaviano a un certo punto esondò dalla cronaca per diventare materia letteraria. Nacque Il Camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo.

Racconta Tullio Pironti, l’editore che pubblicò il libro: «Ero agli inizi della mia carriera come editore, non ero nessuno. Incontrai casualmente Joe in un ristorante di Napoli, non lo conoscevo ma trovai il coraggio per fargli a bruciapelo la proposta di un libro su Cutolo. Gli piacque l’idea e dopo pochi giorni firmammo il contratto. Nel tempo divenimmo amici. Dopo un paio d’anni gli dissi: “Joe, non mi importa più nulla del libro, del contratto, dell’anticipo che ti ho dato. Perché in te ho trovato un amico vero”. E lui, di tutta risposta: “Tra quindici giorni avrai il libro”».

Si mise in ferie alla Rai, rinchiudendosi in un albergo napoletano: dopo due settimane consegnò il libro. La primissima copia bruciò insieme alla sua macchina: non era la prima volta che gli facevano un attentato. «Io volevo fare bella figura con Joe - racconta ancora Pironti - e così feci fare un editing molto accurato. Lui, quando lesse la versione ripulita, mi disse: “Tullio se non ti volessi bene come a un fratello, ti avrei già accoltellato”. Lo voleva pubblicato così come gli era uscito di getto in quei pochi giorni. E così buttai le copie che avevo già ordinato e ripristinai la prima stesura. Fu un successo clamoroso. Come spero che lo possa essere il libro con dvd di suo figlio Giampiero, Sopra e sotto il tavolo, sulla tragedia di Ustica: lo pubblicherò a breve, con una prefazione di Giulio Andreotti». E ancora: «Il grande Joe mi fece diventare editore. E fece diventare regista un certo Giuseppe Tornatore che proprio col Camorrista debuttò, con Ben Gazzarra nella parte di Cutolo. Peccato che Joe il film non riuscì a vederlo».

Era la fine di febbraio del 1985, Joe stava molto male. Aggredito da un male incurabile. Aveva subìto qualche mese prima una delicata operazione. Però continuava a lavorare instancabilmente: alle prese, come sempre, con mille progetti. Ma di notte un aneurisma mise fine ai suoi giorni nella sua casa di Roma: aveva 57 anni.

Il pentito Giovanni Brusca nel 1998 rivelò che i cugini Nino e Ignazio Salvo avevano deciso di uccidere Joe: i potenti esattori di Salemi volevano liberarsi di quel giornalista che aveva fatto troppe inchieste su di loro e sui rapporti tra mafia e politica in Sicilia. Joe doveva morire. Il male fece prima dei boia.

mercoledì, 4 novembre 2009

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commenti dei lettori

6 commenti presenti

Solidarietà al Riformista

05 nov 2009 14:52

Il direttore Antonio Polito ed i giornalisti del suo giornale sono stati offesi dal giornalista D'Avanzo con illazioni e dicerie vergognose.Se D'Avanzo fosse persona e giornalista vero,constatato da giornalista quanto sta emergendo dalle dichiarazioni dello stesso Marrazzo dovrebbe chiedere scusa al Direttore Polito ed al Riformista e nel contempo mangiare tre Kg di me.da di cane senza bere,in televisione alle ore 20,30 RAI 1.Questo D'Avanzo non lo farà perchè quanto vomita dalla sua bocca non vuole rimangiare e perchè non è stato abituato alle sue responsabilità che sono doppie perchè uomo e giornalista.Dante lo metterebbe all'inferno costretto a mangiare tutta la me..da che ha vomitato dalla bocca di pseudogiornalista.Ma lui non conosce,da ignorante,la legge del contrappasso.E' bene che incominci a studiare la Divina Commedia di Dante Alighieri perchè dovrà abituarsi a subire la legge del contrappasso che per un presuntuoso è una condanna indigeribile.Finchè non chiederà scusa a Polito ed al Riformista continueremo a domandare a D'Avanzo che faccia le doverose scuse!!!!! Ed anche in Inglese !!!

Carlo Trinchi

05 nov 2009 09:58

Basta con questa triste storia, non se ne può più. Sulle televisioni non si fa altro che parlare di trans e se sia normale avere rapporti con i trans. Che il Marrazzo vada sulla tomba del padre sono fatti suoi come lo sono il suo andare in convento, come pure lo è il dramma della povera moglie che leggendo e ascoltando quello che dice il suo disgraziato marito non sa più chi è lei ed il ruolo che deve avere: se di moglie o di infermiera. Il punto è mettere in chiaro se sia normale nella sfera personale avere rapporti transessuali. La sinistra dice di si che è normale, la destra tace. Io credo che il popolo che legge e vede le televioni vi mandi tutti a quel paese. Non credo che il popolo che lavora e si fa il mazzo per mandare avanti la propria famiglia insegni ai propri figli il comportamento che in televisione ci propinano. Al contrario cercano in questo caos di salvaguradare i propri figli da simili esempi.Poi ci si chiede perchè la gente si distacca dalla politica e sia nauseata da simili dibattiti finti eruditi. Non credo che ai soloni del giornalismo o della politica piaccia vedere il proprio figlio a letto con un trans e, credo, si chiederebbero il perchè di questa scelta. Quindi fatela finita di fare i bempensanti, gli intellettuali da salotto perditempo ma guardate in faccia la realtà, le cose concrete. Il vostro parlare a ruota libera scardina i punti fondanti delle regole che gli umani, su tali argomenti, si sono dati migliaia di anni fa. Sentirvi e vedervi in televione o leggervi sui giornali quando sostenete le deviazioni del povero Marrazzo è patetico. Guardo i miei figli, i miei nipoti e mi chiedo se vivo una realtà o sono sprofondato in un incubo. Poveri figli, poveri nipoti. Un saluto Carlo Trinchi

luca

05 nov 2009 09:23

E' sconcertante sapere queste cose. Come si possa dilapidare un patrimonio morale di questo tipo con frequentazioni assurde, spendendo migliaia di euro come se fossero spiccioli, rimane un mistero per chi deve tirare avanti la famiglia con uno stipendio da operaio. Hai voglia ad andare in convento. Doveva pensarci prima di farle, certe ca@@ate.

sandro

05 nov 2009 07:25

Una solo commento sul fatto Marrazzo:si è fatto beccare troppo stupidamente ,pur sapendo che essendo un personaggio in vista senz'altro era nel mirino dei cercatori di notizie. Ora una persona che si comporta stupidamente ,tanto intelligente non è, e quindi inadatto a governare e dirigere la cosa pubblica. Tutto qui il resto è solo roba per guardoni. Sono sempre dell'opinione che è sempre meglio un ladro intelligente che un onesto stupido,...se poi non è neppure onesto...

Ottimo articolo

04 nov 2009 18:26

Ottimo articolo.Mi piace come è stato scritto,la sostanza e la carica positiva che trasmette.E certamente nel ricordo di un padre di tale levatura morale la fine del figlio sa di tragedia greca.E questo mi rattrista perchè Piero Marrazzo è stato consapevole ed artefice del suo destino.Il fatto di andare a trovare il padre al cimitero o di ritirarsi nel convento di Montecassino è questione che,eventualmente,da' il segno delle cose!!!! E le cose,purtroppo,per Piero Marrazzo non cambiano se si va a trovare il padre al cimitero o si va in convento. Un ridicolo modo di pensare fa credere che un modo di essere del tutto negativo possa essere cancellato da pianti collettivi,riti purificatori etc.etc.. Certo è meglio un ripensamento che niente ma resta il fatto di aver buttato un patrimonio ideale e di valori che il genitore gli aveva trasmesso.Ed allora della vita resta poco o nulla se non si sa trasmettere ai posteri neanche un minimo di memoria positiva.!!!!! Nella vita esiste il libero arbitrio ed ognuno è libero di scegliere!!!! Qui non si tratta di fame o di persone irresponsabili per ambiente,per censo etc.Qui si tratta di altro.Che Piero Marrazzo vada in convento e/o sia seguito dalla moglie etc.è cosa del tutto insignificante.E non so quanto questi rituali possano risolvere i suoi problemi che sono tanto più grandi quanto la sua a priori presunta capacità di guidare in politica o nel giornalismo.

leonardo

04 nov 2009 18:24

i geni paterni non sono necessariamente trasmissibili