D'Alema silurato dai premier del Pse. Van Rompuy-chi-era-costui sarà il primo presidente dell'Unione. L'inglese Catherine Ashton sarà il ministro degli esteri. Decide il lodo Brown-Zapatero.
«Tradito», come dicono i suoi, dalla famiglia eurosocialista cui aveva portato in dote anche il Pd. E «fermato» dalla trappola anglo-spagnola imbastita da Brown e, soprattutto, da Zapatero. Massimo D'Alema non ce l'ha fatta a diventare il ministro degli Esteri dell'Ue. «Mrs Pesc» sarà la britannica Catherine Margaret Ashton, oggi commissario al Commercio, candidata all'unanimità dai leader del Pse a metà di ieri pomeriggio, poco prima che avesse inizio il vertice finale del Consiglio europeo.
In serata, a giochi chiusi, il presidente di ItalianiEuropei ha limitato la sua reazione pubblica a una gelida nota di poche righe: «Faccio i migliori auguri alle persone che sono state nominate. È stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso in un momento così importante per l’Europa». L'irritazione stava in un'altra dichiarazione, firmata Bersani: «Nomine di basso profilo».
Se l'aspettava, il verdetto finale, Massimo D'Alema. Chiuso per tutta la giornata nel suo ufficio alla fondazione ItalianiEuropei, l'ex premier non s'è praticamente mai staccato dal blackberry. Lo stesso apparecchio da cui in mattinata aveva ricevuto la telefonata di Silvio Berlusconi. Era stato chiaro, il Cavaliere. «Farò il possibile. Posso garantire che il sostegno del governo italiano alla candidatura è attivo e leale. Sono già in contatto con gli altri capi di governo», ha esordito nel colloquio telefonico con D'Alema. Lo stesso Berlusconi, però, ha aggiunto: «Purtroppo non dipende solo da noi. Se non c'è l'accordo tra i socialisti...».
Oltre i puntini di sospensione c'era appunto il «veto» dei governi socialisti, quell'opposizione al suo nome che D'Alema aveva subodorato ormai da giorni e di cui aveva avuto l'ennesima conferma il 13 novembre. Quando, incontrando in gran segreto il primo ministro ungherese Gordon Bajnai, di passaggio a Roma per un colloquio col Papa, s'era sentito dire: «La sua candidatura a Mister Pesc è senz'altro la più autorevole che abbiamo. Ma i governi socialisti, da Londra a Madrid passando per Atene e Lisbona, sono contrari. E poi, caro D'Alema, c'è sempre il veto dei paesi dell'Est». Il premier ungherese, sostenuto in patria dai socialisti, aveva congedato l'ex premier italiano dicendo che «no, la partita non è ancora chiusa». Ma aggiungendo che «senza aver superato l'ostacolo socialista», la candidatura italiana si sarebbe bloccata a pochi metri dal traguardo.
L'oscuro presagio s'è materializzato ieri mattina a Bruxelles. Quando l'accordo messo nero su bianco da Brown e Zapatero toglieva il nome di D'Alema fuori dalla contesa. È il «lodo Londra-Madrid»: la casella del Ministro degli Esteri spetta al Pse che farà il nome di una personalità che in patria sta al governo, non all'opposizione. Martin Schulz la prende male. Il capogruppo eurosocialista parla con l'ambasciatore dalemiano a Bruxelles Gianni Pittella: gli spiega che «D'Alema è il mio candidato», che «vivrei il suo siluramento come una sconfitta» ma precisa che non c'è nulla da fare. Game over. «Peccato che non è il candidato di un governo socialista», sussurra il tedesco prima di entrare nel vertice decisivo.
Nel summit tra i capi di stato e di governo socialisti si consuma definitivamente la bocciatura di D'Alema e nasce l'investitura della baronessa Ashton. Rasmussen ci prova a rilanciare il lìder maximo, ricordando tra l'altro che il gruppo europarlamentare del Pse s'era speso in questa direzione. Ma Gordon Brown, supportato da Zapatero, consuma anche l'ultima speranza.
Il premier britannico premette che i laburisti non sono ancora spacciati. Ricorda la candidatura (tramontata) di Blair alla presidenza («Mr. Pesc tocca a noi») e lancia i suoi due nomi: Peter Mandelson o Catherina Ashton. Il rapidissimo giro di tavolo conferma la seconda, che ha meno esperienza però è donna.
D'Alema, aggiornato in tempo reale di quanto stava accadendo a Bruxelles, ha giocato anche l'ultima carta. E Giorgio Napolitano, dalla Turchia, ha fatto il “passo ufficiale” a sostegno della candidatura italiana: «Massimo D'Alema ha le carte in regola per questo incarico, ora bisogna vedere da chi sarà sostenuto e da chi sarà avversato».
Alle 18, ora in cui l'intervento di Napolitano veniva ripreso dalle agenzie, il film era ai titoli di coda. La liturgia delle nomine. Il capogruppo Schulz che, parlando del tramonto della candidatura D'Alema, chiamava in correità il governo italiano per il sostegno «non fattivo». E le reazioni. Quella furibonda di Bersani («Nomine di basso profilo»), quella dispiaciuta di Cicchitto («Il no a D'Alema è una sconfitta oggettiva per l'Italia»), quella amareggiata di Casini («Un'occasione persa»). Il tutto mentre «Massimo» rimaneva chiuso coi suoi all'ufficio della fondazione ItalianiEuropei e Berlusconi abbandonava silente l'eurovertice che ha messo l'Italia nell'angolo.
venerdì, 20 novembre 2009
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