Quando l'emissario di Mosca, Nikolai Portugalov, fumando una sigaretta dopo l'altra allunga a Horst Teltschik qualche appunto scritto a mano, il consigliere di Kohl fa fatica a credere a quegli scarabocchi. Nonostante il tedesco stentato, Teltschik capisce al volo che è dinamite.
Budneskanzler Helmut Kohl (CDU) w?hrend der Haushaltsdebatte im Deutschen Bundestag in Bonn am 28. November 1989. Kohl legte einen Zehn-Punkte-Plan zur schrittweisen Wiederherstellung der deutschen Einheit vor, der am 1. Dezember vom Bundestag gebilligt wurde.
Portugalov li ha buttati giù quando è già in Germania per non portarsi dietro nulla di scritto che possa essere intercettato alla frontiera. Il consigliere di Kohl capisce subito che è dinamite. Mentre il consigliere sovietico continua a scusarsi per la pessima traduzione, Teltschik è «elettrizzato» per il contenuto di quel messaggio dal Cremlino. Pur essendo un consigliere di Gorbaciov sulla questione tedesca, il russo non è una figura di spicco nel comitato centrale del Pcus. Ma come scrive la storica americana Mary Elise Sarotte, «nella struttura dicotomica della leadership sovietica - c'era un governo ma era la gerarchia di partito quella che contava davvero - questi emissari di partito erano la controparte essenziale rispetto ai canali diplomatici formali».
Lo scarabocchio. Quello di Portugalow è un messaggio per il cancelliere. Dice che «la Germania Est e la Germania Ovest vanno liberate dai relitti del passato». Il Cremlino è perfettamente consapevole dell'instabilità dei dirigenti della Sed, dunque della debolezza della Ddr. Chiede, in linea «del tutto teorica» se Bonn stia preparando una discussione sulla riunificazione. Perché allora per Mosca è arrivato il momento di definire l'uscita dalla Nato e dalla Comunità europea. Da parte sua, l'Urss «sta già considerando a tutte le possibili alternative sulla questione tedesca, anche l'impensabile». Mosca vuole però rassicurazioni, per accettare una sorta di «confederazione tedesca», che sul suolo tedesco non saranno più installate testate nuclerari.
Dinamite smentibile. Il messaggio di Portugalow «non ufficiale» - facilmente smentibile dunque - è accompagnato da un messaggio ufficiale meno mozzafiato ma importante. Proviene da due pesi massimi tra i consiglieri di Gorbaciov: Valentin Falin e Anatoly Cernyaev. Chiedono la costruzione di una «situazione di pace in tutta Europa». I due smentiranno successivamente di aver appoggiato anche il resto. Ma la dinamite dell'emissario del Cremlino sarà in sintonia con un messaggio che Kohl ha ricevuto in quelle ore dal ministro degli Esteri Shevardnaze che suggerisce che se in Europa intervenissero cambiamenti pacifici, a Mosca sarebbero ben accolti.
Parte il contropiede. È il 21 novembre, ma già due giorni dopo Teltschik ha convinto Kohl che è necessario parlare il prima possibile al Bundestag dell'unità tedesca. Viene selezionato un ristrettissimo gruppo di collaboratori fidati che in pochi giorni elabora il “Piano di dieci punti” con il quale Kohl sbaraglia gli avversari interni e costringe gli alleati stranieri a porre esplicitamente all'ordine del giorno la questione tedesca. Nessuno ne è al corrente, all'infuori della ristretta cerchia di fidatissimi: né i colleghi di governo, neanche il ministro degli Esteri Genscher, né i partner stranieri. Solo al presidente statunitense George W. Bush il cancelliere ha fatto arrivare la mattina stessa una lettera in cui lo informa dei contenuti che legge quella mattina in Parlamento, dall'altra parte dell'Atlantico.
Discorso alla nazione. In realtà, come sottolinea lo storico Andreas Rödder, «dal punto di vista contenutistico, nessuno dei dieci punti era una novità». Nelle singole proposizioni tornavano molti temi trattati sin dagli anni Sessanta. Ma in quel contesto di sgretolamento della Cortina di ferro e di implosione dei regimi comunisti, i dieci punti di Kohl assumono un sapore rivoluzionario. Il cancelliere comincia la sua disamina nel bel mezzo della discussione sulla finanziaria. Anzitutto, garantisce il sostegno del governo alla soluzione dei problemi che derivano dall'esodo di massa dalla Ddr; poi promette aiuti economici alla Germania Est, se ci sarà «un cambiamento profondo del sistema politico ed economico» (in linea con quanto aveva già precisato l'8 novembre nella stessa sede), compresa la «liberazione dei prigionieri politici». Finalmente Kohl entra nel vivo. Si dice favorevole ad una «struttura confederativa» dalla quale poi scaturisca una «federazione, cioè una struttura federale in Germania».
Finezze lessicali. La differenza non è piccola. La confederazione non forma uno Stato: anche se può essere un soggetto di diritto internazionale e può negoziare a pieno titolo con altri Stati, resta un insieme di realtà sovrane. Al contrario la federazione è uno Stato vero e proprio. Nelle sue memorie, il cancelliere spiegherà successivamente che immaginare una confederazione permanente «tra uno Stato democratico e uno non democratico era assurdo». Ma Kohl va anche oltre la federazione.
Last but not least. Dopo aver sottolineato che tutto andrà stabilito «all'interno della cornice europea», incluso «l'accesso della Ddr al mercato europeo» e che «bisogna accelerare il processo di disarmo e di controllo degli armamenti», il decimo ed ultimo punto osserva che «con questo ampio programma puntiamo ad uno stato di pace in Europa, in cui il popolo tedesco possa raggiungere nella piena autodeterminazione la sua unità».
Omissis. Già l'ultima frase basterebbe a far saltare le cancellerie di mezzo mondo sulla sedia. In più Kohl non ha menzionato due punti fondamentali. Primo, non ha chiarito la questione delle frontiere della Polonia. In secondo luogo, non ha fatto cenno alla Nato. D'altra parte, l'obiettivo dell'unità non è stato inserito in un orizzonte temporale preciso: un dettaglio che disinnescherà molte critiche.
Alleati atlantici. All'estero, l'unico che è ha in mano il testo, accompagnato da una lunga lettera, nelle stesse ore in cui il cancelliere lo legge al Bundestag è George Bush. Come racconta il suo consigliere di allora, Philip D. Zelikow in un libro scritto successivamente a quattro mani con Condoleeza Rice, il presidente statunitense «reagì rilassato alla prospettiva di un processo di riunificazione tedesca». Anche se il suo consigliere per la Sicurezza, Scowcroft, in un primo momento è «molto contrariato». Margaret Thatcher è «molto critica» sul discorso di Kohl, ça va sans dire.
Il freddo di Mosca. Ma sulle prime la reazione più preoccupante è quella sovietica. Il consigliere di Gorbaciov Wadim Sagladin, come riporta l'agenzia di stampa tedesca Dpa del giorno dopo, critica il piano del cancelliere e ricorda i motivi storici che hanno portato alle due Germanie. Si dichiara «meravigliato» del programma di Kohl che contraddirebbe le posizioni assunte sinora dal cancelliere. D'un lato parla di autodeterminazione, dall'altro non sembrerebbe riconoscere l'autonomia della Ddr. L'Unione sovietica, aggiunge, non rinuncerà mai al suo compito di garantire la sicurezza nella Ddr. Probabilmente, conclude velenoso, l'uscita di Kohl ha a che fare con la campagna elettorale tedesca.
Risultati. Certo è che il contropiede di Kohl è un capolavoro tattico. All'interno, gli consente di serrare i ranghi: l'offensiva costringe sia gli alleati della coalizione (la Fdp di Genscher) sia i socialdemocratici ad accodarsi alle sue richieste. Kohl ha rotto inoltre il tabù internazionale della riunificazione tedesca. Infine, ha colto perfettamente l'umore della maggioranza del popolo della Germania Est. Il suo indice di popolarità sarà da quel momento alle stelle, al di là del vecchio Muro.
sabato, 28 novembre 2009
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