Vita d'artista dietro il Muro di Tonia Mastrobuoni
11 dicembre 1989. Niente occhiali à la Godard o aria finto stropicciata. Jan Bauer indossa un maglionaccio di lana con geometrie fuori moda che fa a cazzotti con la camicia a righe. Ha i lunghi capelli biondi legati e l'aria poco trendy. Ma è uno dei più talentuosi e acclamati artisti della cosiddetta Nuova scuola di Lipsia, nato e cresciuto nella Ddr.
Mentre ci intratteniamo in uno stanzino della galleria berlinese ArtMbassy per l'intervista, di là è un continuo andirivieni di scatoloni e volenterosi aiutanti per l'allestimento della mostra di Roberto De Paolis. Bauer sta dando una mano. La gallerista - un'italiana, Chiara Marzi - è l'unica ogni tanto che osa affacciarsi per prendere qualcosa. Sussurra, si scusa, sorride, sparisce.
Bauer aveva diciassette anni quando cade il Muro. Veniva da Schwerin, città del nord della Ddr «meno coinvolta nella rivoluzione d'autunno della Sassonia». Ma a quell'età Jan possedeva già una dote tipica dei suoi connazionali. E di molte persone cresciute sotto il giogo di una dittatura. L'ipersensibilità interpretativa, chiamiamola così. La sua città di provenienza era famosa per il teatro. «Naturalmente, andavamo a vedere i classici: c'erano solo quelli. L'arte o il teatro contemporanei praticamente non esistevano. Ma i classici li studiavamo davvero a fondo, ricevevamo la migliore educazione ai classici che si possa immaginare. Ed eravamo naturalmente in grado di cogliere ogni sfumatura, ogni variante minima, ogni accenno, per quanto velato, alla politica. Un mio coetaneo dell'Ovest non avrebbe mai potuto comprendere perché certi passaggi di un famoso Guglielmo Tell di Schiller dell'autunno dell'89 - non so, il cappello appeso in un certo modo, un gesto allusivo o il famoso verso “il muro deve cadere” detto in un certo modo - mi mandassero in estasi». Anche alle mostre, ricorda Bauer, «era facile per noi rintracciare messaggi nei quadri. Ma molte cose erano davvero solo visibili per noi».
Forse non è un caso, allora, che i quadri di Bauer siano permeati dall'ossessione per la comunicazione, in particolare «per il linguaggio delle immagini: mi interessa come funzionano, come sono interpretabili». Sono riproduzioni su tela di ritagli di giornali o riviste. I dettagli più importanti sono evidenziati con un cerchio rosso che è indubbiamente il suo “marchio di fabbrica”. Anche il tributo a una tradizione iconografica antica: «sono come le aureole dell'arte sacra dei secoli scorsi, identificano, focalizzano, isolano». Infine, è il ponte con un'epoca in cui «era sufficiente un dettaglio perché uno spettatore qualsiasi identificasse la scena esatta della Bibbia che costituiva il grande patrimonio comune». Con la modernità i riferimenti culturali diventano più incerti, «più frustranti, per certi versi». A Bauer interessa capire dunque «come funziona l'immagine, a cosa rimanda, a quale patrimonio attinge».
Dopo la caduta del Muro studia a Lipsia dove c'era la più importante scuola d'arte della Ddr, famosa per la sua eccezionale educazione tecnica. Ma si rende conto presto che quell'ambiente gli sta stretto. «Ci arrivai nel 1993: l'ambiente era intatto. Ma i vecchi maestri erano abituati ad essere le superstar e improvvisamente, dopo il Muro, erano precipitati nel mare magnum dell'ambiente internazionale. Ridotti a “nicchia”, molti di essi erano davvero frustrati. Ma c'erano anche delle grandi eccezioni come Neo Rauch, che ha contribuito enormemente a tenere alto il nome della scuola nel mondo».
Bauer invece sceglie di affidarsi a una pittrice della Germania Ovest, «gli imput erano effettivamente diversi, mi diceva di andare a vedere i quadri di Cy Twombly, aveva una cultura diversa, rispetto ai miei vecchi, grandi maestri. Loro erano stati sempre chiusi fuori - anzi, dentro - non avevano visto tante cose importanti del '900».
La fame di arte era talmente grande ai tempi del Muro, ricorda Jan, che il primo regalo che si fece quando cadde la frontiera, il 10 novembre, fu precipitarsi ad Amburgo a passeggiare per le vie di una delle più belle città della Germania e spendere «ben un terzo del mio ricco patrimonio», cioè 15 marchi, (all'epoca più o meno 10mila lire) per andare a vedere il museo di arte contemporanea. «Non dimenticherò mai quelle due ore. Poi andammo al cinema, con mio fratello e mio padre, a vedere un film dal titolo “Rosemary goes shopping”, era un film sulla cialtroneria capitalista, su come diventare ricchi trasformando la cacca in caramelle. Insomma, un'iniziazione...».
lunedì, 14 dicembre 2009
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