venerdì, 3 settembre 2010 ore 12:08

Prima pagina

L'autodifesa di Honecker, lo sconfitto
di Fabrizio d'Esposito

23 dicembre 1989. Un uomo vecchio e malato, trascinato in tribunale. E che ai giudici della corte dice: «Ci si sbarazza degli avversari politici con i mezzi del diritto penale». No, non è Silvio Berlusconi. Ma Erich Honecker, l’ultimo stalinista della Rdt, capo indiscusso del governo e del partito.

Honecker pronuncia queste parole il 3 dicembre del 1992. Il processo contro di lui e altri uomini della Ddr è iniziato da meno di un mese, il 12 novembre. Quella del 3 dicembre è la quinta udienza. Aula 700 del tribunale di Moabit, a Berlino. La Norimberga rossa contro i responsabili dello Schiessbefehl, l’ordine di sparare a vista contro uomini e donne che volevano fuggire oltre il Muro. Centonovantadue omicidi, in tutto. Honecker arriva in tribunale con un impeccabile completo di colore blu, camicia bianca e cravatta rossa. Tra il pubblico ci sono alcuni suoi irriducibili sostenitori, che lo accolgono con il pugno chiuso. Lui ricambia e poi ridà una sbirciata al manoscritto di venti pagine che stringe tra le mani. Venti cartelle dattiloscritte in cella, con una macchina portatile.

È la sua celebre autodifesa, proclamata con voce ferma, nonostante il cancro che ha aggredito il fegato. All’ottantenne ex dittatore sono stati diagnosticati pochi mesi di vita. Il suo discorso parte da qui per dimostrare come il processo voluto dal cancelliere Kohl sia una farsa (tesi sostenuta, peraltro, in quei giorni da Luciano Canfora sul Corriere della sera): «Difendendomi dall’accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo tribunale e a questo procedimento penale l’apparenza della legalità. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perché non vivrò abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. Basterebbe questo a dimostrare che il processo è una farsa. È una messa in scena politica». Un processo politico alla storia: «Se voi oggi sedete in giudizio contro di noi, lo fate come tribunale dei vincitori contro i vinti». Honecker si paragona ad altri perseguitati e condannati dallo «Stato di diritto tedesco» come Karl Marx, August Bebel, Kark Liebknecht e mette sullo stesso piano la ferocia di Hitler e quella del capitalismo: «Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto». E ancora: «Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, così come aveva fatto Hitler vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione». Quindi, la prima contestazione ai giudici, riferendosi in terza persona a se stesso e ai suoi compagni accusati: «Quelle stesse personalità che ieri venivano ricevute con tutti gli onori come ospiti di Stato e interlocutori degli sforzi congiunti per impedire che potesse mai più scaturire una guerra dal suolo tedesco, vengono oggi etichettate come criminali».

Nel merito, Honecker poggia la sua difesa su due punti: il Muro fu necessario e non fui io, da solo, a volerlo: «La costruzione del Muro fu decisa a Mosca il 5 agosto 1961 in una riunione degli Stati del Patto di Varsavia. In quella alleanza tra i Paesi socialisti la Rdt era un membro importante, ma non la potenza guida. Tutti noi che avevamo a quell’epoca responsabilità di governo nei paesi del Patto di Varsavia prendemmo quella decisione politica collettivamente. Non lo dico per scaricarmi dalle mie responsabilità attribuendole ad altri; lo dico soltanto perché così è stato e non altrimenti e io sono convinto che quella decisione di allora, del 1961, fosse giusta e tale sarebbe rimasta finché non fosse terminato lo scontro tra Usa e Urss». Senza il Muro, prosegue l’ex dittatore, la guerra fredda sarebbe sfociata nel terzo conflitto mondiale: «L’acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l’accusa ritiene l’unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi è un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza». A questo punto ritorna la contrapposizione tra legittimità delle scelte politiche che «hanno avuto un costo di vite umane» e il processo in corso. Honecker cita i morti del Vietnam e il presidente americano Kennedy, la lady di ferro e le Falkland, Reagan e Grenada, Bush senior e Panama, poi conclude: «Credo che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che è successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta».

La parte finale dell’autodifesa è una celebrazione del bilancio «onesto e obiettivo» della Ddr. Honecker ammette sì che «l’esperimento è fallito» ma resta convinto che «il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo». Dice: «Chi si è impegnato con il proprio lavoro e con la propria vita per la Rdt non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’Est si renderanno conto che le condizioni di vita della Rdt li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’Ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della Rdt crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della Rft». Bimbi, ma anche malati e artisti: «I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della Rdt, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della Rdt non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato».

Honecker finisce la sua difesa con una stoccata alla «stretta amicizia» tra Kohl e Gorbaciov e le sue ultime parole sono rivolte ai giudici: «Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare». Parole destinate, però, a rimanere sospese. Nella macabra gara fra il tribunale di Berlino e la morte, a vincere sarà la signora con la falce, senza martello. Il 12 gennaio 1993, infatti, la Corte costituzionale regionale interrompe il processo. Riconosce all’ex dittatore un legittimo impedimento a procedere: la sua aspettativa di vita è inferiore alla prevedibile durata del processo. Il 14 gennaio, Honecker lascia per sempre la Germania. Raggiunge in Cile la moglie Margot e la figlia Sonja. Morirà a Santiago il 29 maggio del 1994.

sabato, 26 dicembre 2009

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