In stato vegetativo dice sì e no col cervello di Anna Meldolesi
Per la prima volta un gruppo di ricercatori è riuscito a “parlare” con un paziente a cui era stato diagnosticato lo stato vegetativo. Incapace di emettere suoni e persino di sbattere le palpebre per comunicare. Lo hanno allenato a evocare due immagini mentali - una partita a tennis o una passeggiata in ambienti familiari - e a utilizzarle alternativamente per rispondere in modo affermativo o negativo a domande personali, ad esempio sulla composizione della sua famiglia.
Quindi hanno monitorato la sua attività cerebrale con la risonanza magnetica per comprendere la risposta, utilizzando come riferimento le mappe cerebrali di volontari sani impegnati nello stesso esercizio. Cinque volte su sei la risposta è arrivata, la sesta volta la macchina non ha registrato reazioni. Qualcuno sarà tentato di usare la parola miracolo. Ma questo caso clinico, descritto sul New England Journal of Medicine (Nejm), può essere festeggiato più laicamente come un piccolo, preziosissimo passo avanti in un territorio ancora avvolto dalle tenebre, quello dei disturbi della coscienza.
Ad aprire un nuovo spiraglio di luce nel buio è ancora una volta la coppia formata dal britannico Adrian Owen e dal belga Steven Laureys, che negli ultimi anni si sono affermati come protagonisti indiscussi di queste ricerche di frontiera. Le indiscrezioni giornalistiche sostengono che il paziente che sta suscitando clamore sia un maschio, giovane, di lingua francese. Ma i dettagli davvero rilevanti sono quelli riportati nello studio ufficiale: sappiamo che è entrato in coma in seguito a un trauma e che questo è avvenuto più di cinque anni fa. Non è poco, perché dopo un lasso di tempo tanto lungo in genere le probabilità di recupero appaiono ridottissime.
La prima domanda che bisogna porsi, a questo punto, è: questo caso è rappresentativo delle potenzialità nascoste in tutti i pazienti in stato vegetativo? Ci dice qualcosa su Eluana Englaro o su Terri Schiavo? Anche se la scienza non esclude che i pazienti in simili condizioni possano avere qualche forma di vita mentale, la risposta non può che essere negativa. Il gruppo diretto da Owen e Laureys racconta di aver sottoposto al test delle due immagini mentali 54 persone con disturbi della coscienza e solo cinque di loro sono riuscite a immaginare di muovere la racchetta o di camminare per casa quando è stato loro richiesto. Il passo successivo, quello di imparare a utilizzare le due immagini mentali al posto del sì e del no, è stato tentato in uno solo di loro, almeno per il momento. Dunque l’attivazione cerebrale è stata riscontrata solo in un’esigua minoranza di pazienti e in tutti i casi i danni cerebrali erano di natura traumatica, non ischemica e anossica.
La seconda domanda che bisogna farsi è se il test evidenzi la presenza di un’attività mentale piena, con tanto di autoconsapevolezza, memoria, pensiero simbolico, e magari anche stati d’animo come ansia o disperazione. Il Nejm ha affidato il commento del caso all’americano Allan Ropper, che propende per il no. La mente - sostiene - è una proprietà emergente che non si può fotografare con una risonanza, perciò non è il caso di scomodare Cartesio arrivando a conclusioni del genere «ho un’attivazione corticale, dunque sono». Probabilmente quello di cui bisogna rendersi conto è che la linea di confine tra coscienza e incoscienza è confusa, che esistono diverse forme e gradi di consapevolezza, connessi a diverse funzioni cerebrali. Neppure la distinzione, relativamente recente, fra stato vegetativo e stato di minima coscienza, evidentemente basta più.
Ecco infine la terza domanda: cosa significa questa ricerca per il dibattito sulle questioni di fine vita? Al momento è troppo presto, ma un domani si potrebbe mettere la risonanza magnetica al servizio del paziente. Ad esempio per chiedergli se ha bisogno di analgesici. Oppure per sapere se vuole proseguire o interrompere i trattamenti di sostegno vitale. Ma sicuramente c’è già chi trova nei risultati appena pubblicati delle buone ragioni per opporsi alla sospensione delle cure nei malati che non sono in grado di comunicare. La discussione etica e politica, insomma, si potrebbe ulteriormente complicare.
venerdì, 5 febbraio 2010
commenti dei lettori
4 commenti presenti
bellini c
07 feb 2010 18:00
Siamo entrati di recente nell`era della scienza. La medicina sarebbe progredita quasi niente, non ci
fosse stato il microscopio l`autopsia la chirurgia i simposi. Tutto e`ancora empirico e arroccato su
pochi punti certi, la macchina chimica costituente l`uomo rappresenta il massimo della creazione, si
sa del cervello la centrale, si gettano ipotesi sul funzionamento. L`obesita sicuramente una malattia
dal medico ignorata, scambiata per una scala di valori non rispettati, insomma siamo agli albori della scienza, signori della terra nati curiosi, ma dotati anche di presunzione.
michelangelok
07 feb 2010 10:50
Quando si devono interrompere i trattamenti di sostegno vitale?
Almeno un'ora dopo dell'ultimo respiro.
Un secondo prima è un delitto. E questa è legge adamantina.
FrancoPo.
06 feb 2010 11:42
Se fosse confermato sarebbe sconvolgente: menti lucide nell'impossibilità di comunicare. Orrore allo stato puro, come essere sepolti vivi e non poter neppure morire.
franco mistretta
05 feb 2010 20:31
Grazie, Anna, articolo equilibrato e rigoroso.
Non è che voglio sempre mettere il becco, ma poiché a volte mi arrabbio con qualche vostro collega, questa volta mi pare giusto ringraziare !