giovedì, 9 settembre 2010 ore 22:22

Prima pagina

Fini offre la pace
di Tommaso Labate

Giornata convulsa. Dall'ipotesi espulsione di quattro finiani alla proposta del premier di ritirare il ddl intercettazioni. E in serata la proposta del presidente della Camera: «esettiamo tutto, senza risentimenti».


La notte tra martedì e ieri l'ha passata a ragionare su tre foglietti. Nel primo c'erano i nomi dei finiani da espellere dal Pdl. Nel secondo quelli dei parlamentari dell'opposizione da “portare” nella maggioranza. Nel terzo la bozza dell'attacco alla magistratura che leggerà in Aula sotto forma di proposta per la riforma della giustizia penale. Poi, però, subentra la paura di cadere. E il Cavaliere annuncia: «Sono tentato di ritirare il ddl sulle intercettazioni».

Stavolta il premier non s'è fatto anticipare da retroscena, rumors, voci di corridoio o sfoghi affidati ai fedelissimi. Stavolta l'annuncio l'ha dato lui stesso, parlando alla Farnesina al tramonto di una giornata caratterizzata da mosse e contromosse, tattiche e strategie, tutte concentrate su un unico obiettivo: trasformare la separazione da Gianfranco Fini in un «divorzio per colpa» (del presidente della Camera, ovviamente). E così, alle 8 di sera, prima di imboccare il portone di Palazzo Grazioli per l'ultimo supervertice della giornata (iniziato quando il Riformista era già andato in stampa), il presidente del Consiglio ha deciso di lasciare di stucco anche gli ambasciatori riuniti al ministero degli Esteri: «La legge sulle intercettazioni? È stata massacrata e io sono tentato addirittura di ritirarla».

Caso vuole che allo stesso momento, in un Transatlatico ormai deserto, i primi parlamentari “a tiro” dei cronisti siano Carmelo Briguglio e Fabio Granata, due dei quattro finiani (gli altri sono Italo Bocchino ed Enzo Raisi) che rischiano l'espulsione dal partito. Sono entrambi increduli, faticano quasi a convincersi che non sia uno scherzo: «Eravamo pronti a votarlo... Comunque noi abbiamo contribuito ad apportare al provvedimento delle correzioni doverose. Se Berlusconi decide di ritirarlo davvero, allora ci si prenderà quella pausa di riflessione che noi da tempo chiedevamo».

È il segnale della resa berlusconiana, che per giunta arriva nel bel mezzo di una sfida à la Mezzogiorno di fuoco? Oppure l'inizio di una controffensiva, che parte - paradossalmente - nel giorno in cui l'esecutivo incassa la fiducia sulla manovra? Per capirlo occorre riavvolgere la pellicola della giornata.

In mattinata, dopo una notte passata a ragionare su come rompere con Fini salvando il governo, Berlusconi dirama l'ordine al sancta santorum del Pdl: «Dobbiamo cacciare i finiani per iniziare a mettere Gianfranco nell'angolo». I nomi sono quelli di Italo Bocchino e Fabio Granata, Carmelo Briguglio e Enzo Raisi. Il presidente della Camera? «L'ha detto lui che non è iscritto, no? Per cui è già fuori». L'appuntamento è da fissare per venerdì: ufficio di presidenza del partito e, a seguire, la convocazione dei probiviri a cui sottoporre i dossier con le dichiarazioni «fuori linea» del poker di parlamentari finiani. Sembra una soluzione sbrigativa. Troppo sbrigativa. Infatti non tutti sono d'accordo e Ignazio La Russa, sull'uscio dell'Aula di Montecitorio, lo fa capire: «Ancora non è deciso niente».

Il premier, però, è convinto di cavarsela con un piccolo maquillage nella maggioranza. E ai più stretti collaboratori, fa sapere di aver iniziato la «campagna acquisti» nel fronte nemico. Infatti, puntuali come un orologio svizzero, si materializzano a Palazzo Grazioli gli ex diniani Daniela Melchiorre e Italo Tanoni, seguiti dall'ex pd Riccardo Villari. «E altri ancora», confessa il premier, «sono pronti a venire da noi». Fini da espellere. E una «bella riforma della giustizia penale», da leggere in Aula martedì, molto simile a un attacco frontale nei confronti della magistratura.

Poi, però, qualcosa si rompe. Succede quando Bersani evoca in Aula «un governo di transizione per fare la riforma elettorale». E quando Bossi, manco un'ora dopo, annuncia il divorzio tra «Silvio» e «Gianfranco» sostenendo che no, «comunque non si andrà subito al voto». È a quel punto che il premier vede scattare la trappola. Qualcuno dei suoi lo avverte: «Sulle intercettazioni, se i finiani votano contro, siamo uno sotto. Possiamo anche farcela, e farcela bene, certo. Ma il voto segreto ci condanna, a quel punto il governo è finito. E se la Lega, pur di non andare a votare, si mette a sostenere un governo tecnico? Vale la pena rischiare?».

Berlusconi si ravvede. E, anche se non sono escluse ulteriori giravolte, si convince che no. «Tanto la legge è ormai massacrata». È la paura di cadere. La paura degli amici (Tremonti e Bossi) che fanno più paura dei nemici (Fini e i suoi). Sul Predellino Giorgio Stracquadanio mette in fila lo scenario peggiore: Fini premier a ottobre, con Tremonti ministro, col biglietto da visita per fare lo Chirac italiano.

«Silvio è il più forte. Ma qua rischia il bis del '94», riassume un ministro del governo. E di fronte a un Berlusconi che ingrana l'ultima retromarcia, alle 9 in punto, arrivano i lanci su una conversazione del presidente della Camera col Foglio: «Resettiamo tutto senza risentimenti», manda a dire Fini al premier. «La mattanza non avrebbe né vincitori né vinti», scandisce. «Vuol dire che Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani». E quindi uscirono entrambi a riveder la stelle.

giovedì, 29 luglio 2010

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commenti dei lettori

3 commenti presenti

Giuditta

29 lug 2010 19:09

Si puo sbagliare, ma che sia proprio chi vorrebbe porsi a modello, e´troppo.

defelice

29 lug 2010 18:22

Il 25 Luglio è appena passato, vuol dire che non saranno proprio i mesi esatti del grande anniversario, ma ci siamo. Di nuovo la Destra anticostituzionale italiana si divide. Il voto del Gran Consiglio del PdL, o in mancanza, l'editto bulgaro del suo Capo, provocherà l'affermazione di autonomia della fazione Grandiana e questo provocherà la caduta del Capataz col desiderio di vendetta che si concluderà colla condanna al processo di Verona, perchè il cognato di Fini aveva un alloggio a Montecarlo. Io spero che tutta la vicenda sia seguita passo passo da Giampaolo Pansa con una serie di articoli da raccogliere in un libro dal titolo "Carnefici Rossi", che sarà pubblicato dalla casa editrice Mondadori, come appendice al volume "Il Sole in Tasca".

lupimor@gmail.com

29 lug 2010 14:27

Caro Direttore, tanto tuonò che piovve. L'ultimo tuono, gelidamente dirompente l'ha emesso Fini che, come riporta il Foglio di oggi, ha dichiarato: <Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere e, nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani> Però, se tra due persone, con una storia comune non banale, come precisa Fini e, col comune compito di onorare un impegno politico verso gli elettori, uno dei due ritiene opportuno puntualizzare che si possa farlo, non solo senza il dovere d’essere amici ma addirittura evitando di sembrarlo, la cosa suona incongrua, provocatoria e pretestuosa. Scalare una montagna con chi ti dice che non vuol neppure sembrare tuo amico, equivale a decretare il fallimento dell'impresa. Salire in cordata con uno che algidamente, sente la necessità, non richiesta da nessuno, di questa precisazione è pure offensivo. Usciamo dal giochetto infantile di stabilire chi “sia stato il primo”, in politica non vale. Il Presidente del Consiglio e quello della Camera non sono i fondatori di un negozio di frutta e verdura, e, molto banale, e Fini dovrebbe sapere che quei distinguo tra “il non essere e il nemmeno sembrare” tolgono attendibilità, consenso ed efficacia a quell'obiettivo cui si riferisce. Onorare un impegno politico verso milioni di persone, richiede una forma di comportamenti che mal si sposano con lo spettacolo dei due galli nel pollaio. L’introduzione studiata, nel dibattito interno al PdL del problema morale e della legalità, prendendo pretesto, non da fatti accertati ma accodandosi alla favoletta della P3, è indicativa del fatto che uno dei galli vuole prendere il predominio del pollaio o rompere. Non si possono usare argomenti simili contro il proprio partito, senza prevederne le conseguenze, se non con l’intenzione, da parte di Fini, di rimarcare la presenza di una incompatibilità tale da impedire una concorde azione comune. In altre, concrete, parole: delegittimare l’esecutivo e Berlusconi, infischiarsene del dovere di onorare l’impegno. Correzioni, aggiustamenti, limature non possono annullare il senso e il peso politico di quelle dichiarazioni. Siamo alla Danzica di Fini? Al calcolo di un'ulteriore strappo, confidando sulla arrendevolezza di Chamberlain? Il tempo massimo è scaduto. Cordialmente Moreno Lupi

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