lunedì, 21 maggio 2012 ore 10:57

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Il nostro fallimento in Pakistan
di Nino Sergi

Assenza. Diciassette milioni di bisognosi in un Paese allagato e distrutto. Ma questa volta la mobilitazione umanitaria non è scattata. Mancano la politica e i media. Si tiranno i ballo i talebani, per ignoranza o malafede. E si perde così un'occasione preziosa per dimostrare chi siamo.

E se ciò che sta avvenendo in Pakistan fosse il segnale che l’Occidente, con i suoi valori solennemente affermati ma troppo spesso non praticati, stia esaurendo la sua spinta propulsiva?

L’interrogativo sembra assurdo ma l’atteggiamento delle nostre società verso le sofferenze di 17 milioni di persone, in un paese allagato e distrutto, potrebbe esserne un tremendo sintomo.

Abbiamo davanti a noi l’occasione per comunicare concretamente, in un’area molto problematica del mondo, i nostri valori di umanità, solidarietà, convivenza pacifica e per creare le condizioni per un nuovo e diverso sguardo verso di noi, a dispetto di qualsiasi altra affermazione, propaganda e strumentalizzazione, ma la stiamo stupidamente perdendo. Se fossero arrivati aiuti consistenti, in fretta e fino alle aree più remote e isolate, la risposta dei pakistani sarebbe stata di riconoscenza e di amicizia (come stiamo verificando quotidianamente nei villaggi dove portiamo soccorso) e durerebbe per decenni nella loro memoria, cancellando la quantità di odio e di ideologia pseudo religiosa che altri stanno seminando, facendo purtroppo presa.

C’è chi se la cava, per ignoranza o in malafede, confondendo e massificando pakistani con talebani, e talebani con terroristi. Si lascia così libero spazio proprio a queste ultime forze che, sotto altre forme, molto più costose e molto meno efficaci, si cerca di combattere. Esse possono così facilmente presentarsi come l’unico riferimento credibile per la gente, anche perché dello stesso sangue e della stessa religione.

Quale dei nostri valori, che tutti continuiamo ad affermare, può permettere che si consideri la sofferenza e il bisogno dei pakistani meno gravi e degni di minor attenzione di quelli degli haitiani terremotati o dei cingalesi, thailandesi e indonesiani colpiti dallo tsunami? Perché in quelle occasioni abbiamo visto grande e immediata attenzione e mobilitazione, dalle testate televisive a quelle giornalistiche, dalle compagnie telefoniche alla gente dello spettacolo e dello sport, capaci di sollecitare l’impegno di milioni di persone, mentre ora poco si muove?

Dov’è la portaerei Cavour, che qui occorreva rimpiazzare con l’invio immediato di elicotteri per trasportare persone e viveri? Dov’è la Protezione Civile che nelle catastrofi naturali è preparata ad intervenire nell’immediatezza? Dov’è la Politica, che in definitiva deve assumere queste decisioni destinandovi i finanziamenti necessari?

Per non rimanere sommersa dai rimproveri, la Politica prenderà probabilmente qualche decisione nei prossimi giorni, rientrando dalle ferie: qualcosa di molto visibile, come al solito, tanto per gettare fumo negli occhi, e questa volta con i media al seguito. Per alleviare le sofferenze dei pakistani, ma soprattutto per evitare la lievitazione di un meritato biasimo politico. Sarà fatto in modo scoordinato, come al solito, senza guardare a quanto già le Ong stanno facendo da settimane e ai rapporti costruiti con le comunità. Data la mancanza di risorse, si useranno probabilmente quelle, ormai esigue, rimaste alla Cooperazione allo sviluppo, sottraendole ad altri paesi bisognosi. Un film già visto, con grande amarezza e un po’ di disgusto.

In questa emergenza, la più grave degli ultimi decenni, la nostra coscienza collettiva è rimasta assopita, anestetizzata anche da un’informazione in tutt’altre faccende affaccendata. Come non vedere che l’aiuto solidale al popolo di un paese islamico quale il Pakistan sarebbe estremamente utile alla costruzione di nuovi rapporti umani e quindi anche politici, forse più di tanti e spesso inefficaci sforzi diplomatici? Si sta perdendo un’occasione unica: quella di dimostrare chi siamo e quali sono i valori che guidano le nostre società. Un’occasione preziosa per togliere terreno fertile ai produttori di odio.

Ma forse non ci crediamo più, noi stessi, ai nostri valori, quelli che hanno dato energia e forza alle nostre società e alle nostre coscienze, e viviamo la nostra quotidianità disattenti e cinici di fronte a ciò che accade, a ciò che sta cambiando nel mondo, e intorno a noi, talvolta senza possibilità di ritorno. Omissioni, disattenzioni, scelte miopi, pregiudizi, paure e chiusure sono ormai una costante dell’azione politica internazionale, che sembra non avere più alcun chiaro orientamento. La Somalia, tornata alla ribalta in questi giorni, come l’Afghanistan e molti altri casi, sono lì a rinfacciarcelo.

Alcune organizzazioni umanitarie italiane sono in Pakistan fin dal primo momento, da sole, con poco supporto dei media e senza alcun supporto governativo. Di fronte all’immensità del bisogno fanno quello che possono e, nonostante i rischi che stanno emergendo, continueranno ad esserci. Il “sistema paese”, quello che lo stesso ministero degli Esteri intende da anni sviluppare nell’azione internazionale dell’Italia, non ha funzionato. Peccato.

Noi di Intersos ci stiamo coordinando nel network “Agire” (ww.agire.it) per meglio sollecitare la solidarietà degli italiani e per rispondere con più efficacia ai crescenti bisogni. Distribuzione di farina e acqua potabile, rifugio ai senza tetto, tutela dei minori, fornitura di sementi e attrezzi per la prossima semina, senza la quale la carestia salirebbe in modo esponenziale nei prossimi mesi. E occorrerà da subito, ove possibile, iniziare a ricostruire ambulatori, scuole, case. Senza l’eco, ripetuta quotidianamente, dei media, dalle TV alle radio e alla carta stampata, l’impresa rimane molto difficile. E’ un grido, questo, a non lasciarci soli.

martedì, 31 agosto 2010

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commenti dei lettori

1 commento presente

elias

31 ago 2010 13:54

Tutto giusto e non è il primo articolo che leggo sul tema dei pakistani abbandonati. Facendo la tara delle colpe dell'informazione, della politica, di qualche cattivo esempio precedente, del disastro civile italiano, non c'è proprio nessuna "colpa" riconducibile al Pakistan ed ai suoi popoli così come rintracciabili nelle cronache più recenti: massacri della minoranza cristiana; doppio gioco internazionale nel sostegno ai talebani; focolaio di tensione sia con l'Afghanistan che con l'India; assassinio della premier; elezioni tribali del figlio alla "leadership" del partito con poi delega al marito; ecc. Mi piacerebbe sapere quella classe dirigente nata dalla disgregazione religiosa, voluta e violenta dell'India postcoloniale, mentre si è fatta la bomba atomica, e riceve miliardi da Usa e paesi arabi del Golfo, quale welfare offre ai suoi abitanti. A proposito di paesi del Golfo: il regime saudita ha destinato, leggo, 30 miliardi di dollari in 20 anni alla "propaganda fide" del wahabismo. Non è che c'è poca solidarietà anche perchè nei "paesi sviluppati" si comincia a prendere atto che il nostro sviluppo è finito, altri stanno arrivando e va ripartita anche la solidarietà. E se c'è chi paga miliardi per difendere e diffondere letture dell'islam semimedievali è forse meglio che paghi altro. Dubbi leciti o politicamente scorretti?

foto del giorno

A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)