Caro compagno Cappellini e caro compagno Caldarola, le critiche mosse all’appello firmato da Velardi, Rondolino e Sansonetti, cui ho contribuito, mi toccano personalmente e spiacciono perché vengono da una testata di cui mi considero uno dei “padrini” putativi. Non è la prima volta. In passato mi toccò una reprimenda dell’allora vicedirettore Cingolani, per aver difeso Chicco Testa dal reato di “connivenza in Cda” nella terribile “Spectre” della Carlyle, assieme a Letizia Moratti. Mi sembrava una presunzione di colpevolezza infondata. Tornando all’appello e alla morale che ci fate. Non possiamo dir “noi” solo perché c’erano a sinistra posizioni diverse? O non possiamo dire compagni perché non siamo di sinistra? Chi ha fatto parte di una comunità politica fa le sue battaglie, ma ne assume in parte la responsabilità di ciò che la sua comunità ha fatto. Ed essere comunità, al tempo in cui abbiamo fatto politica noi, era la parte migliore. Proprio quello che oggi manca del tutto. Ma non può andar bene solo per compiacersi nelle mostre rievocative con sofisticati distinguo. A meno di non avere ognuno una specie di “posizione previdenziale”, basata su un curriculum politico certificato dall’ufficio quadri “ma-io-non-ero-d’accordo”. La notazione ad personam sulle campagne per la Polverini, poi, riguarda anche me: il bene della sinistra non si fa se si lavora da professionisti per una candidata di destra? Evidentemente al Riformista hanno fatto breccia i “teologi” in crisi con Mondadori. Quelli che facevano le pulci a Saviano (problema risolto), ma non a Scalfari. Forse non bisognerebbe scrivere su Il Foglio, come il bravissimo compagno Cundari, pena non poter poi apostrofare accoratamente la sinistra, da sinistra, su Leftwing? Il Riformista ha sempre respinto (e io con voi) l’idea assurda secondo cui lavorare per un editore di centrodestra ,come il vostro, non darebbe il diritto di definirvi riformisti. E allora? O i giornalisti sono una categoria “eticamente indiscutibile” mentre i consulenti di comunicazione debbono una coerenza di fede politica?
Poi c’è la obiezione, secondo voi, più grave: manca all’appello il “premesso che Berlusconi se ne deve andare”. Il compagno Caldarola aggiunge “che i vizi privati del potere vanno sorvegliati”. Cioè: possiamo fare certe affermazioni semprechè facciamo “giurin giurella”, contestualmente, contro Berlusconi. Ma è proprio la priorità assoluta dell’anti-berlusconismo giudiziario uno dei danni che denunciamo nella sinistra: che hanno spinto a Veltroni a “preferire Di Pietro ai socialisti”, D’Alema a “chiedere” l’ingerenza del Vaticano, Bersani a temere Vendola. Così ha vinto, a sinistra, l’icona e la speranza nelle manette. Senza parlare di tante altre mostruosità di cui la sinistra stessa è stata vittima. In parte lo avete detto con forza (anche) voi e adesso? Perché dovremmo prima parlare di Berlusconi se il tema è così ampio e devastante. Vorreste un mantra da gesuiti per riconoscere il diritto a chiamare in causa la sinistra? Come quando, per poter sostenere una politica riformista nel Pci bisognava prima attaccare il capitalismo e gli Stati Uniti. Oppure vengono in mente le accuse che vennero rivolte ad Emanuele Macaluso di avere rotto il “fronte della fermezza” quando si adoperò, ottenendola, per la grazia a Fiora Pirri Ardizzone in carcere per reati di terrorismo. Cappellini conosce meglio di me la terribile storia del Pci e del terrorismo e Caldarola non si può appellare neanche al fatto generazionale. Gli schematismi sul tema giudiziario, poi diventato mediatico hanno paralizzato spesso la sinistra (e anche la destra, ma sono affari suoi). Lo spiegano molto bene Pellegrino e Fasanella nel libro “Il Morbo del Giustizialismo” che si chiama così nonostante Berlusconi. Un appello è un appello e serve a lanciare un allarme, una preoccupazione o una proposta e si rivolge ad una comunità, ed insieme è pubblico. Molti non lo condivideranno, ma si fa sentire e lo hanno letto sul nostro sito più di 30.000 persone. Tra questi anche diversi dei numerosi lettori de Il Riformista, giornale che, una volta, queste campagne se le inventava.
Massimo Micucci
Per fortuna che siete rimasti voi a invertarvele, certe campagne. Non vi sono mancati, del resto, un paio di quotidiani – Libero e il Giornale - pronti a offrirvi spazio e visibilità, quindi non avete da dispiacervi della copertura mediatica. Ma lei, caro Micucci, con chi crede di parlare? Con Beppe Grillo? Con Gianfranco Mascia? Su questo giornale non c’è una battaglia garantista che non sia stata fatta. Non una. Tutte le rivendichiamo, tutte le rifaremmo e mai smetteremo di polemizzare duramente con la sinistra manettara e subalterna ai pm. Ma lei usa argomenti insulsi e insultanti, si rifugia in una infantile caricatura delle posizioni altrui («possiamo fare certe affermazioni sempreché facciamo “giurin giurella” contro Berlusconi») e non trova di meglio che rispolverare la trita polemica sull’antiberlusconismo che nuoce alla sinistra. Ma si può dire qualche volta che Berlusconi ha sbagliato? Oppure bisogna sempre e comunque evitare di criticare il presidente del Consiglio, qualunque cosa faccia e dica, per non incorrere nel rischio di passare per antiberlusconisti? Il caso Rubygate ha due piani: uno è quello penale, sul quale si possono fare molte considerazioni (alcune delle vostre sono in sé condivisibili) ed è bene conservare la massima prudenza, l’altro è il piano politico: in qualsiasi altro paese europeo il comportamento di Berlusconi sarebbe valso le sue dimissioni a prescindere da qualunque risvolto penale. E le dimissioni al premier le avrebbe imposte il suo stesso partito. Solo che in Italia il partito del premier è suo in un altro senso, proprietario, e dunque questo non può avvenire. Ne vogliamo parlare o dobbiamo aprire prima un dibattito sui guasti della sinistra, un «giurin giurella» sui ritardi del programma e bla bla bla? Voi preferite non accennare nemmeno ai comportamenti del premier che hanno originato l’azione della magistratura, e rifiutandovi di farlo rischiate di precludervi un posto non tanto nella sinistra, quanto tra i liberali degni di questo nome. Di questo passo, un posto lo troverete solo sulle pagine di Sallusti.
Lei si chiede ancora: «Il bene della sinistra non si fa se si lavora da professionisti per una candidata di destra?». No, non si fa il bene della sinistra se si lavora per la destra. Il che non significa che la vostra attività di professionisti sia disdicevole. Anzi, vi auguriamo sinceramente i migliori successi. Non c’è nulla di male a collaborare alla vittoria di Renata Polverini né a festeggiare con lei, ma poi non ci si può stupire se quando si lancia un appello per il «bene della sinistra» risulta meno credibile alle orecchie di molti. E quando lei traccia un parallelo tra giornalisti e consulenti a gettone, lì sì che dimostra di avere ancora ottimi riflessi piciisti. Perché la domanda cui rispondere per venire a capo della differenza non è “chi ti paga?”, che andava molto di moda nella sinistra che lei ha frequentato, ma “per cosa ti paga?”. Noi scriviamo quel che pensiamo, per contestabile o detestabile che sia, lei lavora per far vincere la destra. E se non vede la differenza, beh, allora sono sicuro che continuerà a inventare molte altre campagne di grande successo sui quotidiani della famiglia Berlusconi. (Stefano Cappellini)