Si è parlato anche di elezioni, ieri al Quirinale. Col Cavaliere che intende restare in sella sino a quando potrà contare sui numeri, e con le opposizioni indisponibili, rimanendo Berlusconi a Palazzo Chigi, ad assumersi altre responsabilità, sul Colle la via spagnola non è vista come la soluzione peggiore. Il saliscendi al Colle più alto, ieri, è stato ininterrotto. Delegazioni politiche al massimo livello (ieri Terzo Polo e Pd, oggi Pdl e Lega) si sono susseguite per l’intero pomeriggio; proprio come nel pieno di una crisi di governo senza che, però, questa crisi sia stata formalmente annunciata. Al centro della scacchiera, il Quirinale, arbitro di una crisi politica che, appunto, ormai appare sempre più simile a una crisi di governo. Ed è proprio in ciò che ieri si è sostanziata la svolta drammatica di una giornata che avrebbe dovuto vivere, invece, attorno alla risposta ad una domanda soltanto: sino a che punto l’opposizione è disposta a spingersi; intendendo con ciò: quali, degli intendimenti manifestati dal governo italiano all’Europa, è disposta a votare? Di altri scenari - il dopo Berlusconi, su tutti - non si sarebbe dovuto discutere. E, a sentire chi ha attraversato i saloni del Quirinale, formalmente non se ne è discusso; ma parlato sì. E, certo, è diverso, ma la sostanza non cambia poi molto. La premessa era, ancora ieri, nella nota diramata dal Colle il giorno precedente, nella quale si faceva osservare che il Capo dello Stato, «dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci nell’ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee». Palazzo Chigi, si faceva osservare dal Colle, garantiva di voler procedere in quella direzione; le opposizioni «hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi». Ecco, allora, che il Presidente della Repubblica «ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva», intendendosi con ciò la consapevolezza delle forze sociali e politiche «della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia». A ciò, appunto, doveva servire il giro di consultazioni in agenda ieri. E, però, come detto, per come la giornata si è sviluppata, quelle di ieri sono apparse alla fine vere e proprie consultazioni da crisi di governo. Già, perché Silvio Berlusconi ha fatto sapere di avere tutta l’intenzione di rimanere ben saldo a Palazzo Chigi, almeno sino a quando i numeri parlamentari - peraltro sempre più risicati - gli daranno ragione. E Angelino Alfano ieri ha ribadito il concetto, anticipando alla stampa ciò che oggi riferirà al Capo dello Stato: «In questa legislatura non c’è alternativa al governo Berlusconi». E nell’inusuale - e irrituale - decisione di parlare prima alla stampa e poi al Qurinale, sembrava nascondersi il timore provocato dalle voci che oramai, nel tardo pomeriggio, circolavano su ipotetiche discussioni relative a possibili maggioranze diverse da cercare in Parlamento. Da parte loro, le opposizioni hanno ripetuto all’unisono che senza un passo indietro di Berlusconi non c’è spazio per nessuna assunzione di responsabilità. Lo hanno detto dal Terzo Polo - ricevuto unitariamente - Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli («La svolta può scaturire solo da un moto di responsabilità repubblicana che scaturisca dalle file della attuale maggioranza»), Benedetto Della Vedova e Italo Bocchino. Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: siamo pronti «ad assumere la responsabilità di un governo di transizione e emergenza» ma «senza discontinuità ogni provvedimento è inutile». Lo stesso ha detto anche il leader Idv Antonio Di Pietro. Peraltro, già in mattinata appariva chiaro che la strada imboccata dal Colle era quanto mai stretta e difficile, come dimostra la domanda (retorica) che il finiano Carmelo Briguglio aveva affidato alle agenzie di stampa, chiedendo: «È giusto che il Capo dello Stato eserciti ancora una fortissima moral suasion sulle opposizioni, senza esercitarne una altrettanto decisa nei confronti di Berlusconi a lasciare Palazzo Chigi in nome della salvezza dell’Italia?». Considerato come si è sviluppata la giornata - con il Cavaliere inchiodato sulla poltrona di Palazzo Chigi e le opposizioni non disponibili ad assumersi responsabilità senza discontinuità - la via è diventata ancora più stretta. Ed è per questo che, alla fine, si è iniziato a ragionare della via spagnola che, considerato contesto e condizioni, non appare più come la strada peggiore da imboccare. Ma, come vuole la Costituzione, a decidere se imboccarla o meno deve essere il Parlamento, non può certo essere il Quirinale.
mercoledì, 2 novembre 2011
commenti dei lettori
2 commenti presenti
cecilia
03 nov 2011 09:14
speriamo
Vittorio Scchiatti
03 nov 2011 07:17
Giusto, il parlamento e' sovrano.Si sfiduci Berlusconi in aula. Chiedano le opposizioni stesse un voto di sfiducia.
Non esiste altra via.
Perche' insistono a coinvolgere Napolitano ?
Qursto non e' certo Scalfaro.
foto del giorno
A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)