Il Colle sprona il Parlamento Tocca ai partiti fare le riforme
di Tommaso Labate
Legge elettorale. Napolitano invita il Parlamento a intervenire. C’è un «patto di Natale» tra Pdl-Pd-Terzo Polo. Alfano rassicura il resto della maggioranza: «Stavolta Silvio ci starà».
La Consulta dice no al referendum. La Camera rispolvera la vecchia maggioranza del governo Berlusconi (309 a 298) per salvare Cosentino. E in serata, dopo un appello di Napolitano, prende forma il tavolo sulla riforma elettorale. Nel bene e nel male, è il giorno del ritorno della politica. Il Quirinale lo mette nero su bianco in serata, quando dalla replica all’insinuazione «volgare e del tutto gratuita» di Antonio Di Pietro sono passate già molte ore. Napolitano ha appena finito di ricevere i presidenti di Camera e Senato in un incontro dai contorni chiari e delineati. A Fini e Schifani il capo dello Stato ha affidato un messaggio netto: la legge elettorale va cambiata in Parlamento. Un messaggio che, nella nota che segue il vertice tra le tre cariche dello Stato, si trasforma in questa versione: «Un diverso meccanismo elettorale è necessario per determinare un ritorno di fiducia». E ancora: «L’attuale sistema ha interrotto un rapporto che esisteva fra elettore ed eletto». Certo, il presidente della Repubblica precisa che «non voglio idoleggiare sistemi elettorali del passato». Ma la regola d’ingaggio ai partiti è definita: accantonare il Porcellum in un quadro di dialogo che preveda anche l’avvio di un cantiere di riforme istituzionali. Ma per arrivare alla radice di un cantiere istituzionale già avviato bisogna fare un passo indietro di un paio di settimane. Per la precisione agli ultimi giorni del 2011, quando Pdl, Pd e Terzo polo hanno sottoscritto quello che qualcuno ha ribattezzato «patto di Natale». È andata più o meno così. Quando s’è reso conto che le voci dalla Consulta non promettevano nulla di buono per il referendum, Pier Luigi Bersani ha dato mandato a una triade di Democratici di sondare informalmente gli altri partiti. E così il capogruppo Dario Franceschini, che si muove col suo fedelissimo Gianclaudio Bressa e con l’ex presidente della Camera Luciano Violante, ha contattato Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, Antonio Di Pietro e Roberto Maroni. Tutti, compresi i rappresentanti di Italia dei valori e Lega nord, hanno sottoscritto una bozza di divisione dei compiti tra Camera e Senato. Palazzo Madama deve occuparsi delle riforme istituzionali e dell’obiettivo di passare dal bicameralismo perfetto al monocameralismo. A Montecitorio, invece, deve esserci il tavolo sulla riforma elettorale. Che il «patto» esista davvero l’hanno confermato i tanti. Compreso Pier Luigi Bersani che, in un’intervista rilasciata ieri al Tg1, ha iniziato a mostrare qualche carta: «Chiediamo che la conferenza dei capigruppo di Camera e Senato si riunisca velocemente per avviare il percorso parlamentare della riforma elettorale». La parola chiave della dichiarazione bersaniana è «velocemente». Anche perché l’obiettivo a stretto giro del Pd è impedire che Berlusconi metta in scena il remake del maggio ’98, quando rovesciò il tavolo della bicamerale D’Alema. «Subito. Dobbiamo muoverci subito. È l’unico modo che abbiamo per smascherare l’eventuale bluff del Cavaliere», spiega Francesco Boccia un minuto dopo il voto su Cosentino. «Perché», aggiunge il deputato-economista lettiano, «avviare immediatamente il cantiere per le riforme è l’unico modo per scongiurare matematicamente il ritorno dell’opzione “elezioni anticipate”». Su questo fronte, strano ma vero, Angelino Alfano in persona s’è prodigato di rassicurare tanto Casini quanto Franceschini. «State tranquilli. Berlusconi non solo non vuole il voto anticipato. Ma offrirà il suo apporto per cambiare il Porcellum». È l’ennesimo trucchetto che preannuncia un colpo di coda del Cavaliere? Pare di no. Soprattutto a prender per buone le voci secondo cui è l’ex premier in persona a scommettere su una nuova riforma elettorale. Quale? All’ordine del giorno del tavolone parlamentare ci sarà quel sistema ungherese (misto maggioritario-proporzionale) che è diventato la proposta ufficiale del Pd. Ma l’approdo potrebbe essere il sistema spagnolo. Anche se prima bisognerà fare chiarezza all’interno dei partiti. «Io», dice Walter Veltroni, «sono contrario al ritorno delle preferenze, che alimentano corruzione e voto di scambio». In fondo, è la storia di una partita che è soltanto al fischio d’inizio.
giovedì, 12 gennaio 2012
commenti dei lettori
1 commento presente
michela
13 gen 2012 19:05
Mi auguro che le riforme a cui si accenna nell'articolo siano solo l'inizio di un percorso per riportare il nostro Paese in carreggiata,ma si devono anche ridurre il più possibile i costi della politica perchè sono diventati insopportabili e insostenibili per i cittadini Italiani.Ormai tutti sono ben consapevoli che la ^casta^esiste,grava sempre di più sulle spalle della gente,è in numero esorbitante a tutti i livelli istituzionali e detiene il potere troppo a lungo.
foto del giorno
A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)