lunedì, 21 maggio 2012 ore 11:32

Prima pagina

Il museo della Mente
e lo stigma
della  schizofrenia

di Anita Tania Giuga

Aperto al pubblico nel 2000, e ampliato otto anni più tardi grazie alla collaborazione con Studio Azzurro, lo spazio espositivo si trova all’interno del Padiglione 6 dell’ex ospedale pediatrico.

Nella foto: Santa Maria della Pietà (Roma)

Sono trascorsi quasi trentatré anni dall’istituzione dalla legge Basaglia e tredici dalla definitiva chiusura del Manicomio di Roma, l’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà che oggi ospita il Museo Laboratorio della Mente, dedicato alla storia e ai sistemi di cura del disagio mentale. Uno dei progetti di museo narrativo più interessanti nel panorama nazionale, tanto che nel 2010 è stato insignito del premio Icom, dedicato ai migliori enti museali.
Luogo cardine nel campo della salute mentale, il Museo fu aperto al pubblico nel 2000, all’interno del Padiglione 6 dell’omonimo ex Ospedale. Tuttavia, divenne punto di riferimento in ambito psichiatrico e didattico dopo anni di lavoro, nel ruolo attuale di centro documentativo per studiosi, ricercatori, operatori della salute mentale e artisti. Nel 2008 si realizzò, infatti, l’ampliamento espositivo, grazie alla riuscita collaborazione con Studio Azzurro. A riprova di ciò, vogliamo menzionare fra tante le collaborazioni interne quella con Ascanio Celestini (Elogio funebre del manicomio elettrico) e Carlotta Piraino (sul caso di Lia Taverso e La rivolta delle forchette).
Pompeo Martelli dirige il Museo dalla sua prima gestazione. Lo fa con entusiasmo e ferrea pertinenza. A quanti lo desiderano egli racconta genesi e struttura del suo Laboratorio, a partire dalla “costruzione dello stigma” della malattia mentale. Martelli ha modi circostanziati e rigorosi, soprattutto nell’elencare sinergie e competenze territoriali, contributi locali e nazionali (Assessorato alla Cultura Regione Lazio, Assessorato alle Politiche Locali Provincia di Roma; la Regione Lazio, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, Soprintendenza Archivistica per il Lazio). Supporti capitali per la costituzione di quello che allo stato attuale è un archivio unico per ricchezza e a dir poco imponente. Quello della Mente è, ancora, un laboratorio che non conserva; quantunque si nutra della rivisitazione integrale delle cartelle cliniche. Al contrario, o a vantaggio della “narrazione”, si percepisce quell’oscillare tra memoria documentale e pregiudizio (da sfatare) nei confronti della diversità. Tutto ciò per mezzo delle esperienze dirette offerte dall’accurata multitestualità e dalla condizione traslucida delle installazioni interattive.
La comunicazione efficace, mescolata a luci molto attenuate e all’inaggirabile violenza emotiva dovuta alla struttura originaria di contenzione (e ai suoi strumenti di “gestione” patologica), favorisce l’immedesimazione sensoriale subitanea, che significa il regime d’esclusione e le sue caratteristiche di negazione e dolore. Non proprio “storia minore”, poiché ci ragguaglia su come organizziamo e ri-categorizziamo le idee di normalità su noi stessi e sul mondo di fuori.
Basti pensare alla stanza di Adelbert Ames (1946) all’illusione della misurazione oggettiva e alla creazione degli stereotipi della verità, registrati dal cervello e negati dalla cornice: si osserva da un piccolo foro uno spazio che marcando l’aspetto prospettico in realtà ne maschera l’alterazione percettiva, che si rende evidente nel momento in cui ai lati della stanza entrano due diverse persone; una delle due appare, infatti, decisamente piccola e l’altra molto grande, a causa del dislivello creato dal pavimento a scacchi e dalla colonna che separa le due zone.
Potremmo definire questo antico e terribile Asylum - per corpi ritenuti superflui, atopico e al tempo stesso politropico (Callieri, Maldonado, Di Petta) -, sacro: nel senso della separatezza che produce un supplemento di coscienza.
Siamo sollecitati, passo dopo passo, a millimetrare il processo di distanziamento e confusione fra “noi”, “loro” e gli “altri di noi” che scorrono dietro il muro, questo già mentre si attraversa il primo corridoio, partendo dalla visione di una parete “elastica” di plexiglass lavorato a mano, su cui s’infrange e cozza l’immagine di alcuni ballerini.
Seguono le rievocazioni delle condizioni paradigmatiche della follia. Dal “parlar da soli ad alta voce” al vedere dimidiato il proprio volto secondo una registrazione sfasata sull’asse temporale che viene “sottotitolata” con lo scorrere dei secondi che giunti allo “zero” ci permettono di ricomporre il viso; all’ascolto della propria voce disarticolata, per mezzo di imbuti d’alluminio che piovono dall’alto e simboleggiano uno dei modi prediletti da Hieronymus Boch per raffigurare sia la malattia che la cura (1480 circa, La cura della follia, olio su tavola, 48 x 35 cm, Museo del Prado, Madrid). D’altronde, alla domanda su chi fosse lo schizofrenico (al tempo tutti erano schizofrenici, in assenza di diagnosi differenziale), Basaglia ribatteva chiedendo «chi fosse il disoccupato»; considerato che entrambi erano e sono parte dell’area dell’esclusione.
Si è voluta generare, pertanto, in questo spazio la progressiva messa in soggettiva dello spettatore, dentro la condizione della malattia mentale. È stato possibile realizzare lo scambio accompagnando i visitatori a contatto con le tipicità posturali. Ad esempio, con i gomiti appoggiati su due avvallamenti ricavati di proposito su un tavolo e poggiando le mani alle orecchie, ci si è valso della trasmissione ossea del suono per riuscire a fare intendere col corpo l’intrusività del sentire le voci nella testa.
Alla fine del giro non resistono le stesse certezze sulla nostra normalità esemplare, che, apprendiamo, deriva dalla momentanea opportunità di non avere problemi. Né sarà uguale il nostro viso dopo essere stato ritratto fra i loro, poiché: «La morte entra dalle orecchie, si infila come uno spillone dentro, dentro, dentrissimo, fino al cervello e lo punzecchia tre o quattro volte, zac, zac, e sei finito, stecchito…» (dalle voci dei pazienti).

sabato, 4 febbraio 2012

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A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)