lunedì, 21 maggio 2012 ore 11:33

Prima pagina

I tedeschi, gli italiani,
i giornalisti
vil razza dannata

di Paolo Emilio Petrillo

Il pretesto, questa volta, l’ha fornito l’affondamento della Costa Concordia: ma la diatriba tra i due popoli si ripresenta ciclica. Complici i giornali.

Nella foto: la Costa Concordia

È una vecchia storia. Vuoi o non vuoi basata su presunti “caratteri nazionali” reciprocamente poco compatibili, la diatriba fra italiani e tedeschi si ripresenta ciclica. Inaffidabili e vanesi i primi per i secondi; quadrati, pesanti e un po’ nazisti i secondi per i primi. Così l’occasione per uno scambio d’accuse rimane latente e, da almeno settanta anni a questa parte, l’uomo ladro non manca mai.
Il pretesto, questa volta, l’ha fornito l’affondamento della Costa Concordia, dove i tedeschi hanno avuto le loro vittime: quattro morti, sei dispersi. Ma bastava guardare le parole usate dall’editorialista dello Spiegel-Online Jan Fleischhauer – colui che questa volta s’è assunto l’onere… - per capire che sì, d’accordo, la Concordia, ma che in gioco c’è ben altro! E cioè sempre la stessa cosa. «Mano sul cuore: – s’interrogava Fleischhauer lo scorso 23 Gennaio – si è stupito qualcuno del fatto che il comandante della sciagura della Costa Concordia fosse un italiano? Ci si può immaginare una simile manovra, compresa di fuga finale del capitano, condotta da un comandante tedesco o, diciamo meglio, britannico?»
Ovviamente no. E Fleischhauer prosegue, prima pescando da memorie turistiche proprie e collettive – «Li conosciamo questi tipi, dalle vacanze in spiaggia...ampi gesti e dita parlanti…fare bella figura è lo sport nazionale italiano…anche Schettino voleva fare bella figura. Peccato che uno scoglio…» - poi prendendo il toro per le corna. «Con il carattere nazionale ci si comporta come con la differenza di genere. Qualcosa di abolito da tempo, anche se poi ci cozziamo contro ad ogni passo nella vita quotidiana».
E allora, per una volta, bando alle ipocrisie e diciamo le cose come stanno, che poi è anche normale che le nazioni differiscano fra loro: «Ci sono motivi climatici, e anche la lingua gioca un suo ruolo». «Normalmente questo non sarebbe un problema, solo non si dovrebbe costruire una politica sul presupposto che i confini abbiano ormai valore esclusivamente figurato». Altrimenti, eh sì, «ciò che può succedere lo mostra la crisi valutaria che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni». Anche «perché l’uomo al comando accentra su di sé tutte le attenzioni – è l’inappuntabile conclusione di Fleischhauer - E quello che è lo scoglio davanti alla nave, diventa nel mercato il tasso d’interesse».
Chi, a fronte di simili argomentazioni, avesse immaginato in risposta un divertito silenzio, una distaccata osservazione alla Monti o un serio intervento alla stupidità, le cui bronzee leggi affratellano uomini e donne di ogni razza e colore, avrebbe ovviamente sbagliato. Perché sulla trincea italiana le vedette non dormono, e la riva del Piave è netta quanto quella del Reno.
Così, già il giorno stesso dalle nostre linee - La Repubblica - si rispondeva nel modo seguente: «Il senso di tutto il ragionamento (di Fleischhauer, ndr) che forse sarebbe tanto piaciuto al ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels? […] » E, dopo aver ricordato fra l’altro gli aiuti alla Germania del Piano Marshall, si rilanciava: «Allora, vogliamo parlare di carattere nazionale? Americani e britannici troppo spendaccioni e generosi con l’ex nemico, italiani, spagnoli e turchi troppo laboriosi alle catene di montaggio, Volkswagen e Mercedes? E tedeschi incorreggibili dopo la Weltanschaung nata da loro fra il 1933 e il 1945 secondo cui le nazioni non sono comunità di valori come nel mondo moderno, bensì solo razze come cavalli e cani?». Questo, a caldo. Mentre a freddo contrattaccava il Giornale il 27 di Gennaio, aprendo in prima pagina con una bella Lettera ai tedeschi del direttore Alessandro Sallusti e un titolo cubitale che non lascia adito a dubbi: A noi Schettino. A voi Auschwitz. Ecco, ora sì che abbiamo detto come stanno le cose. Anche se di passaggio abbiamo trascurato il vecchio adagio, secondo cui nel parlare con uno sciocco converrebbe tener bassi i toni. Altrimenti gli altri potrebbero non cogliere la differenza.
I tedeschi ruttatori e ubriaconi “sulle nostre spiagge” dell’allora (2003) sottosegretario leghista alle Attività produttive Stefano Stefani, giustamente con delega al turismo; la versione tedesca del titolo del film di Nanni Moretti Il caimano che diventa Der Italiener; Berlusconi e il kapò Martin Schulz; gli ultimi mondiali di calcio, durante i quali – fra molte altre cose - circolava su youtube il video di una localissima rock-band della Bassa Baviera che, chitarra e batteria alla mano, formulava un unico auspicio o condizione: «Solo l’Italia no!». Sott’inteso: vincere i Mondiali, perché gli Italiani sono veramente troppo viscidi e mafiosi. A quanti ritorni di polemiche più o meno note - a quante reciproche sceneggiate -abbiamo assistito anche solo in questi ultimi anni?
La domanda la giriamo a Gian Enrico Rusconi, fra i germanisti italiani sicuramente uno di quelli che la querelle italo-tedesca l’ha indagata più a fondo facendo i conti – e da tempo - con il perpetuo riproporsi degli stereotipi. Professore, quante volte? «Tante, troppe. Pensi che in quest’occasione volevo scrivere qualcosa e poi mi sono trattenuto. Ma sì, parlare seriamente delle cose serie non serve a niente. Nel mio lavoro di storico dei rapporti fra Italia e Germania ho mostrato come le radici profonde del pregiudizio reciproco fra Italiani e Tedeschi riportino al cuore dei traumi storici delle due guerre mondiali. La rivisitazione storiografica di questi fenomeni però non è stata minimamente percepita dal giornalismo. Che quindi rivanga tutti i vecchi pregiudizi».
«Per cui – riprende Rusconi – direi che a questo punto e a questo livello almeno un grande responsabile lo si può individuare, e cioè la pubblicistica. O almeno quel tipo di pubblicistica che – per vari motivi – all’informazione preparata e obiettiva preferisce l’inerziale, dannoso, rilancio dei clichés. Mentre la lotta al pregiudizio implica una seria rivisitazione storica degli episodi che ne sono alla radice».
Questa volta però qualcosa sembra essere successo. Intanto la consolante valanga di improperi e lazzi riversata in rete all’indirizzo di Sallusti e del suo Giornale. Poi la – luminosa, possiamo dirlo? - lettera inviata da Paola (deputata Pd) e Ricarda Trautmann Concia – l’una italiana, l’altra tedesca, l’una residente in Italia, l’altra in Germania, sposate – al direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e pubblicata il 28 di gennaio. Paola e Ricarda che dal loro “amore al tempo dello spread”, oltre ad invitarci «ad una risata su questi stereotipi» e a passare oltre, mandano però a dire: «Costrette a un confronto serrato tra ciò che accade in Italia e ciò che accade in Germania, ci scambiamo informazioni sull’ immagine che ciascun Paese offre all’ altro Paese. Preoccupante, a nostro parere. […] Abbiamo quindi deciso di scriverle per darle, umilmente, il nostro punto di vista incrociato. Siamo convinte che in entrambi i Paesi […] si stia correndo il rischio di ricadere in antichi odi alimentati da stereotipi che pensavamo superati».
«Perché accade questo? – continuano le due - Perché quegli articoli sprezzanti di Der Spiegel verso gli italiani? E perché riaffiorano in Italia con tanta facilità i vecchi pregiudizi sui tedeschi cattivi e arroganti? In Germania non tutti i tedeschi sono rigidi, intransigenti e ottusi, come in Italia non è vero che nessuno rispetta le regole. A noi due viene facile dire che bisognerebbe riuscire davvero a valorizzare le differenze, perché queste sono una ricchezza».
«È proprio questo il problema», ribatte Rusconi: «Da un lato un giornalismo così di bassa lega che anche molta gente ne è stufa, essendo già oltre. E dall’altro l’impossibilità di liquidare tutto questo come baruffe pseudo-giornalistiche che lasciano il tempo che trovano. Perché andare a solleticare il basso ventre dei nazionalismi e dei campanilismi non è mai senza conseguenze. Ragionare per stereotipi significa presumere di saper com’è fatto l’altro ancor prima di conoscerlo, pregiudicandosi così la possibilità di conoscerlo sul serio. D’accordo per Paola e Ricarda Concia; ma all’effetto che parole come quelle di Fleischhauer o Sallusti possono avere su masse di persone che hanno tutt’altre vite ed esperienze, vogliamo pensarci un attimo?».
Ecco, pensiamoci un attimo. Magari tenendo presente come da anni in Europa – complici le ricadute del progetto comune a medio, e della globalizzazione a lungo raggio – vadano crescendo e organizzandosi spinte isolazioniste e protezioniste, inevitabilmente rivolte a una qualche forma di (sub)-nazionalismo identitario. Non sono bagatelle: forse a ripresentarsi sono le linee di faglia lungo cui l’Europa s’è tormentata per secoli, dilaniandosi infine in una nuova guerra dei Trent’anni che si è conclusa con l’abdicazione del Vecchio Continente e il trasferimento della city del mondo sulle rive del fiume Potomac.

sabato, 4 febbraio 2012

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commenti dei lettori

8 commenti presenti

Gabriele

06 feb 2012 14:51

è sempre difficile trattare di caratteri nazionali, sia al bar che sui giornali, senza ricadere negli stereotipi più vieti (di cui un esauriente catalogo ci offrono sia i commenti precedenti che numerosi articoli sui nostri quotidiani, di destra come di sinistra). Fa eccezione questo informato e giustamente ironico articolo, visto che ci ricorda come queste cose sono sempre esistite, ma che al contempo sul fuochino degli stereotipi nazionali sono sempre pronti a soffiare potenti mantici assai pericolosi. Una piccola correzione: Gian Enrico Rusconi è si un grande esperto di Germania, ma non è un germanista, è un politologo

Dott. Sebastiano Zirpoli

06 feb 2012 11:11

sto guardando un film sulle deportazioni degli ebrei, i tedeschi non potranno MAI fino alla fine della loro stirpe giudicare altri popoli. I loro crimini non avranno mai perdono. Gente infame e crudele.

roberto

06 feb 2012 11:06

Nella differenza tra i due popoli trovo l'omologazione del giornalismo; ormai è gestito solamente per scrivere spazzatura sulla carta stamapate e nei media. Sparati titoli che NON corripondono al testo, ritengo sempre più vere le perle sul giornalismo che riporto: Ovunque la gente scambia quello che legge nei giornali per notizie (A. J. Liebling) L’editore è una persona impiegata in un giornale, il cui lavoro è separare la crema dal fango e far stampare il fango (Bob Phillips) Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. [...] Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto. (Charles Baudelaire) La pubblicità è la parte più veritiera di un giornale (Thomas Jefferson) Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio. (Honoré de Balzac) Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà? (Ennio Flaiano) “La differenza tra la letteratura e il giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. (Oscar Wilde)

michela

06 feb 2012 08:59

Convinta europeista,apprezzo dell'indole tedesca la precisione e il senso dell'ordine ,purchè sia armonioso e non troppo impositivo.Non dimentico,però degli Italiani,la fantasia,la gioia interiore(magari un pò meno in questo periodo),la spontaneità nell'esprimere i propri sentimenti....Però,pur amando molto la mia terra,in questo momento sono molto delusa e preoccupata per tutto quello che sta emergendo a livello politico:il debito pubblico inimmaginabile,la politica compromessa,le mancate riforme istituzionali.I miei concittadini non sanno sfruttare appieno le numerose risorse a disposizione.Un esempio per tutti:la raccolta differenziata,molto semplice da praticare,è una risorsa.I popoli del Nord.Europa e i tedeschi lo sanno benissimo.La ^monnezza^ di Napoli è stata spedita in Olanda,a seguito di un ricorso presentato da alcuni abitanti di Somma Vesuviana alla Corte Europea,Mi chiedo:chi paga tutto questo?La regione Campania o tutti gli Italiani, anche quelli che la raccolta differenziata la praticano da tempo? Anche per questo vorrei che l'Italia fosse un pò più simile ai ^lander^tedeschi

Antony

05 feb 2012 23:23

anche bossi ha sposato una siciliana e se la storia è ancora tale in sicilia sono stati i normanni tanto è vero che vi è un alta percentuale di biondi e rossi con gli occhi azzurri ma questo non ha bloccato il razzismo della lega di bossi nè alle tedesche e donne dell est di farsi sposare ed essere mantenute insieme ai loro figli dai terroni che dopo sfruttati non servono . . . Qualche volta guarderanno i loro figli ? ai giornalisti del fatto sfugge la provenienza della Regina Paola di Liegi ?

Antony

05 feb 2012 22:49

la superiorità è nei secoli a carico di chi comanda . . . . Anche se dopo anni è sconfitta da chi è comandato . . In fondo è sempre un problema di numeri altrimenti la merkel non sarebbe corsa in Cina

guido laudi

05 feb 2012 14:55

Per completezza informativa è opportuno precisare che il giornalista teutonico, tale Fleischhauer, ha chiuso il suo nefando articolo sostenendo che i tedeschi, loro sì, sono una razza, mentre gli italiani non sono nient'altro che un popolo di smidollati. Se non è una dichiarazione razzista questa...Inoltre, non si può omettere di dire che il direttore di “der Spiegel”, tale Georg Mascolo, è figlio di una tedesca e di un italiano originario (udite udite) di Castellamare di Stabia, cioè lo stesso paese natale di Schettino! In pratica un rinnegato che non ci pensa due volte a far pubblicare sul suo giornale articoli intrisi di veleno contro la sua stessa stirpe! Non si meravigli quindi se qualcuno della stampa nostrana va proprio a mettere il dito sulla piaga del razzismo e del genocidio, di cui i tedeschi restano maestri insuperati. Un succulento invito a nozze. Secondo lei quanti secoli sono passati dal 1945? Più sorpresa invece dovrebbero destare le laudate proteste a senso unico riversate in rete contro Sallusti, lasciando indenne da invettive il duo composto dai verginelli Fleischhauer/Mascolo. Ma se poi andiamo a scavare alcune osservazioni fatte in tv da cosiddetti comici (Crozza) e da cosiddetti giornalisti (Travaglio) secondo i quali esiste un netto parallelismo tra Schettino e Berlusconi, allora la faccenda si presenta più chiara. Per Travaglio è addirittura inevitabile che la madre del comandante si chiami Rosa, facendo intendere che tutte le signore con questo nome devono per forza aver partorito almeno un figlio delinquente, disertore e senza vergogna. Una sola curiosità, egregio collega dei sopra citati giornalisti. Cosa intende con il termine “divertito silenzio”? Ridere a bocca chiusa mentre due teutonici, di cui uno per giunta di origine italiana, sul rotocalco più diffuso di Germania ti pisciano allegramente in testa?

f.de marco

05 feb 2012 12:06

E no , la vil razza dannata sono i parlamentari nominati dal premier e dai segretari di partito,quindi diventati cortigiani, che hanno portato l`ITALIA allo sFASCIO ....... Libera interpretazione di RIGOLETTO.

foto del giorno

A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)