Riforma e art. 18. Dure reazioni del Pd alle affermazioni del manager del Lingotto. I sindacati, per ora, preferiscono il silenzio. Secondo Berta (Bocconi) «la trattativa si incarta ogni giorno di più».
Ritrovata la pace tra sindacati e imprese, l’armonia tra governo e parti sociali sembra ancora lontana. La discussione sulla riforma del lavoro procede senza soste. Ancora incerto l’ammontare delle risorse per i nuovi ammortizzatori sociali, si sta per aprire un nuovo, infuocato, capitolo: quello sull’articolo 18. Il primo marzo, al tavolo tra governo e parti sociali, verrà affrontata ancora la questione relativa agli ammortizzatori sociali (al momento la riforma della cassa integrazione è prevista per il 2017). E l’articolo 18? L’incontro in cui si parlerà di flessibilità in uscita è slittato ancora a data da destinarsi. Incombe la protesta nazionale organizzata dalla Fiom (i metalmeccanici della Cgil) organizzata per il prossimo 9 marzo. Ma solo l’ipotesi di una modifica della norma dello Statuto dei lavoratori, fa infuocare il clima. Ieri, Sergio Marchionne, amministratore delegato del colosso automobilistico Fiat-Chrysler, ha rilasciato al Corriere della Sera un’intervista in cui attacca proprio l’articolo 18: «Ce l’ha solo l’Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi. Diversamente, le imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire». Parole che hanno spalancato la porta alle polemiche. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, che si era detto «più ottimista» sull’intesa tra governo e parti sociali, ha preso le distanze dalle esternazioni del manager del Lingotto. Il leader democrat ha difeso la morma anti-licenziamenti, spiegando che «in tema di lavoro, l’articolo 18 non è il problema principale, c’è da aggiustarne la gestione, ma non è opportuno mettere al centro un tema che è a margine della discussione sul lavoro». Più duro il commento di Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: «Il dottor Marchionne è poco informato. La possibilità di reintegro, anche in caso di licenziamento non discriminatorio ingiustificato, è prevista in 15 dei 27 Stati dell’Ue». Tra i Paesi europei che hanno una norma simile all’articolo 18 italiano, anche Germania, Gran Bretagna, Olanda, Austria. Nemmeno i sindacati non l’hanno presa bene. La Cgil non è caduta nella provocazione di Marchionne (ha anche detto che Susanna Camusso «parla troppo di Fiat, ma poco con la Fiat»). Il segretario generale dell’organizzazione di Corso d’Italia non ha rilasciato commenti ufficiali, «perché - spiegano dalla Cgil - non vuole aprire nuove diatribe, sta lavorando alla riforma del lavoro e ieri ha riunito tutti i delegati territoriali del sindacato per avere un loro giudizio». Anche da Cisl e Uil fanno sapere che ai due segretari, rispettivamente Raffele Bonanni e Luigi Angeletti, non è piaciuta l’intervista di Marchionne, ma - per il momento - non hanno voluto replicare. Ma il caso Fiat non è legato solo all’intervista del suo capo operativo. Ieri, l’azienda automobilistica ha affermato che «non intende avvalersi delle prestazioni lavorative» dei tre operai di Melfi reintegrati in base alla sentenza dalla Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom. I tre operai dovrebbero, però, percepire regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di ieri. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto. Al di là del contenzioso tra Fiat e Fiom, ilproblema è se la riforma del lavoro del ministro Fornero riuscirà a vedere la luce entro marzo come auspicato dal presidente del Consiglio, Mario Monti. Secondo Giuseppe Berta, docente alla Bocconi e profondo conoscitore del mondo Fiat, «il quadro è ancora molto indistinto. A volte sembra che l’intesa sia raggiungibile, altre no. Serve quanto prima un progetto sul quale pronunciarsi. Finora il governo è stato troppo vago». Per Berta la trattiva tra governo e parti sociali «si complica ogni giorno di più» e, come se non bastasse, «ogni giorno si carica di aspettative diverse». Strada in salita per Monti. Il Professore invidia la riforma del lavoro del governo spagnolo. Ma anche per Mariano Rajoy non fila tutto liscio: il Psoe ha annunciato che presenterà ricorso alla Corte costituzionale, se la nuova normativa non sarà corretta durante l’iter parlamentare di conversione in legge. I socialisti considerano che l’aumento dagli attuali sei mesi a un anno del periodo di prova, per i contratti a tempo indeterminato, che consente il licenziamento libero del lavoratore, violi quanto stabilito dalla Carta spagnola.
venerdì, 24 febbraio 2012
commenti dei lettori
1 commento presente
Articolo diciotto
25 feb 2012 19:04
Che ci vuole, accordarsi e scusarsi d'aver esagerato dando un diritto tolto ad altri. Non solo la bella figura, ma anche non dover ammettere il torto delle resistenze. Meglio cedere che essere travolti poi.
foto del giorno
A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)