venerdì, 3 settembre 2010 ore 12:47

Prima pagina

De André remix. L'anarcopolitica del grande aedo
(di Luca Mastrantonio)

Non chiamatelo poeta. Trovatore, va bene. Ma poeta no, sarebbe riduttivo e offensivo della sua ironia. Perché lui i 18 anni, quelli dopo i quali molti cretini scrivono poesie, li aveva superati da tempo.

Fernanda Pivano è tanto cara e simpatica, grazie a lei dobbiamo gran parte della letteratura americana importata in Italia, ma anche quest’idea che tra un cantautore e un poeta non ci sia differenza è gravida di nefaste conseguenze. Ci si trova a considerare poeta Luciano Ligabue solo perché ha pubblicato dei testi con frasi mandate a capo.

Oggi ricorrono dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André. Il più grande aedo italiano del secolo scorso, autore e interprete straordinario di un corpus che ha rinnovato e diffuso la grande tradizione trobadorica europea, sponda italiana, in lingua del sì e genovese. Ogni canzone una storia, un personaggio, un modo di vedere questo pazzo mondo. Anime salve, nuvole in viaggio, soldati dal cuore troppo tenero per sopravvivere, prostitute, carismatici camorristi col cappotto cammello, innamorati persi morti impiccati, nani megalomani con sete di giustizia, pescatori con un solco lungo il viso e bombaroli anti-capitalisti e incauti che fanno saltare in aria le edicole.

Il mondo De André è così bello e vario, anche in persone normalmente considerata avariate, tra eroi diseredati e carnefici innocenti, che ci sarà sempre una canzone, struggente e/o irriverente, adatta a descrivere i tipi umani contemporanei. Per gioco, perché a prenderlo sul serio si finisce per piangere solo più lucidamente la sua scomparsa, proveremo qualche accoppiamento (poco) giudizioso tra le più celebri canzoni di De André e il bestiario politico. Un testamento antropologico e politico. Sapendo che l'arte del cantautore genovese è fatta di una materia che vive sempre di vita propria e si ribellerà, quando vorrà, al gioco. Dadaista.

Questo grande suonatore di parole e corde umane, con il Genoa nel cuore, smisurato, era un anarco-borghese, cultore delle città stato, impossibile da ingabbiare, politicamente. Ha suonato sulla crociera dove cantava Silvio Berlusconi, non ha demonizzato la Lega, ha perdonato i suoi rapitori, ha osato dire che purtroppo «la mafia dà lavoro», cantava i bombaroli, oggi Villaggio lo ricorda su YouDem. Forse resta inviso giusto a qualche cattolicastro e o destrorso. Peggio per loro.
<+nero>Partiamo da Silvio Berlusconi. Nessuna canzone meglio di Un giudice esprime l’idea della giustizia togata come strada intrapresa per devianza psichica o spirito di rivalsa, intrisa comunque di spirito di autoderminazione. «Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore/ che preparai gli esami diventai procuratore/ per imboccar la strada che dalle panche d'una cattedrale/ porta alla sacrestia quindi alla cattedra d'un tribunale/ giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male». Ma il peccato originale – nemesi! - da cui il giudice di De André vuole riscattarsi è proprio la statura, berlusconiana. «Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura,/ ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente». Sarà per questo che la riforma della giustizia ricorda il Sogno numero due: «Ascolta/ una volta un giudice come me/ giudicò chi gli aveva dettato la legge:/ prima cambiarono il giudice/ e subito dopo/ la legge.// Oggi, un giudice come me,/ lo chiede al potere se può giudicare./ Tu sei il potere./ Vuoi essere giudicato?/ Vuoi essere assolto o condannato?».

Rimanendo dalle parti di Arcore, a Dell’Utri, e al suo amico stalliere, si potrebbe dedicare una strofa di Geordie: «Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera/ sellatele il suo pony/ cavalcherà sino a Londra stasera/ ad implorare per Geordie».
Dall’iper-garantismo all’auto-innocentismo. Antonio Di Pietro, prima di venire scoperto a mettersi da parte un po’ dei valori dell’Italia dei Valori, credeva di poter cantare Quello che non ho. «Quello che non ho è una camicia bianca/ quello che non ho è un segreto in banca/ Quello che non ho è di farla franca/ (…) Quello che non ho sono le mani in pasta/ quello che non ho è un indirizzo in tasca/ quello che non ho sei tu dalla mia parte/ quello che non ho è di fregarti a carte».
Per Gianfranco Fini, in merito ai fatti “minimizzati” del G8, vale un ritornello fuori stagione, de La canzone del maggio. «Anche se voi vi credete assolti/ siete lo stesso coinvolti». A Letizia Moratti, che ha gestito male la nevicata di Milano, dedichiamo l’Inverno, da Anime Salve, così da ricordarsi delle precipitazioni atmosferiche tipiche di questa stagione: «La terra stanca sotto la neve/ dorme il silenzio di un sonno greve/ l'inverno raccoglie la sua fatica/ di mille secoli, da un’alba antica».
A Renato Brunetta inevitabilmente leviamo la preghiera de Il fannullone. «Senza pretesa di voler strafare/ io dormo al giorno quattordici ore/ anche per questo nel mio rione/ godo la fama di fannullone/ ma non si sdegni la brava gente/ se nella vita non riesco a far niente». A lavorare ci prova, ma con scarso interesse: «Ho anche provato a lavorare/ senza risparmio mi diedi da fare/ ma il sol risultato dell'esperimento/ fu della fame un tragico aumento/ non si risenta la gente per bene/ se non mi adatto a portar le catene».

A Tremonti, ostile alla volatilità dei prezzi con il cambio dell’euro, si può far interpretare l’intemerata di Re Carlo Martello per l’aumento della parcella della peripatetica: «Anche sul prezzo avrei poi da ridire/ ben mi ricordo che pria di partire/ v’eran tariffe inferiori alle tre mila lire». Mentre Canzone per l’estate spetta di diritto a Matteoli, ministro dei trasporti. Anche quelli aerei. Il ritornello, in particolare, si presta bene all’ottusità con cui si continua a gestire Alitalia. «Com’è che non riesci più a volare».

Tommaso Padoa-Schioppa può sentire familiare Città vecchia. Non tanto per quello che il vecchio professore cerca in quel portone, semmai lì troveremmo Sircana o Lapo Elkann, ma per le parole con cui il cliente vuole farsi appellare, durante l’amore. «Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone/ forse quella che sola ti può dare una lezione/ (…) tu la cercherai tu la invocherai più d'una notte/ ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette/ quando incasserai delapiderai mezza pensione/ diecimila lire per sentirti dire Micio bello e bamboccione».

Ecco, Bocca di Rosa. Ai poveri, di spirito, verrebbe da dire Mara Carfagna, per le fantomatiche aulenti intercettazioni. Senza malizia, invece, le si può canticchiare, dato la sua ostilità alla riapertura delle case chiuse, Testamento<+tondo> dove, in assenza di regolari case chiuse - proposte invece dalla Lega, che dovrebbe, sul piano dell'integrazione, riascoltarsi il Testamento di Tito, che inchioda qualsiasi razzismo religioso al legno della croce -, ce la si prende con i magnaccia. «Ai protettori delle battone/ lascio un impiego da ragioniere/ perché provetti nel loro mestiere/ rendano edotta la popolazione/ ad ogni fine di settimana/ sopra la rendita di una puttana/ ad ogni fine di settimana/ sopra la rendita di una puttana».

I poveri di immaginazione adotteranno Bocca di rosa a Rosa Russo Iervolino. Altrettanto facilmente, potrebbero asociare la bellissima Canzone di Barbara, soave canto dell’amore mobile, a Barbara Palombelli: «Chi cerca una bocca infedele/ che sappia di fragola e miele/ in lei la troverà Barbara/ in lei la bacerà Barbara» che, in effetti, si conclude con un omaggio all’ex partito del marito: «E il vento di sera la invita/ a sfogliare la sua margherita/ per ogni amore che se ne va/ lei lo sa un altro petalo fiorirà/ per Barbara».

sabato, 10 gennaio 2009

invia il tuo commento alla notizia

commenti dei lettori

4 commenti presenti

luca

12 gen 2009 15:32

a me invece è piaciuto...sarà che troppe cerimonie e omaggi mi hanno stancato.

giamba

12 gen 2009 11:52

a me ha divertito il gioco, perché di un gioco dichiarato si tratta, anarchico e irrivenrete, citando testi cui sono legato, meglio dI TANTE DICHIARAZIONI. anche la littizzetto l'ha fatto da fazio. dove invece lo strazio era bocelli che canta l'armore perduto. la retorica è vero, che schifo, la retorica e la furbizia, come quella di mollica che rende antipatico anche de andrè quando gli fa quelle sue domande o coinvolge cantanti che con de andrè non hanno nulla a che spartire. vedere rencenskione di grasso per credere

Francesco

12 gen 2009 09:09

Non invidio l'estensore dell'articolo, costretto a rovinarsi la giornata associando buona musica e pessimo gossip.

Alex

11 gen 2009 12:38

Solo voi potete associare l'una e l'altra persona a brani di Fabrizio.....a secondo di chi avete o meno da discreditare......ma non era ASSOLUTAMENTE nelle sue intenzioni......quindi state inculcando nella gente....falsita'( associare la Palombelli alla Canzone di Barbara e' quanto di piu' meschino possiate fare)!!!!!!!! Era un GENOVESE....era un SIGNORE....e non avrebbe gradito tutta questa RETORICA .... e tutto questo inutile SPROLOQUIO.........