La democrazia, come è noto, è il peggior metodo di governo esclusi tutti gli altri. Ti manca quando non c'è. È paradossale che oggi manchi a un partito che si chiama «democratico», ma a furia di scrivere regole complesse e astruse, da dottor Stranamore, il partito di Veltroni se ne trova privo proprio quando più le servirebbero.
Dunque l'idea è Dario Franceschini reggente. Autoreggente, si potrebbe dire. Secondo la tradizione della casa, ci si passa il testimone di fratello in fratello (come tra Massimo e Walter alla guida dei Ds, e tra Francesco e Walter e Francesco per la guida di Roma). Ora tocca a Dario e Walter. Più che amici, si sono definiti fratelli. Dunque Walter ha chiesto al gruppo dirigente ancora sotto choc per le sue dimissioni di dare il partito al «fratello Dario», che ha subito ringraziato il «fratello Walter». L'Assemblea costituente, convocata per sabato, dovrebbe ratificare il passaggio dello scettro ta consanguinei.
Ci sembra un percorso oltretutto pericoloso. Primo: l'Assemblea costituente è un organismo lasciato cadere in disuso. Si è riunita solo tre volte. All'ultima si presentarono appena qualche centinaia di aventi diritto su 2800. Chi garantisce che stavolta saranno di più?
Saranno di più dell'altra volta i partecipanti all'Assemblea se sapranno che il loro compito è, come nelle tre volte precedenti, quello di alzare la mano?
Secondo: perché non un congresso, invece che la ratifica di un accordo raggiunto altrove? Veltroni l'ha detto chiaro e tondo, ieri mattina: c'è una divisione nel gruppo dirigente, sull'idea di partito, sulla sua identità e linea politica, sul sistema delle alleanze. Di fronte a questo problema politico grande come una casa, si convoca l'Assemblea e la si mette di fronte al fatto compiuto, senza non dico risolvere, ma nemmeno affrontare, tutti i problemi di cui sopra?
Terzo: perché Dario Franceschini? Massima stima personale, ma di tutto il gruppo dirigente del Pd Franceschini è forse l'unico che non è mai stato neanche eletto alla carica che ricopre. Fu nominato da Veltroni. In quest'anno ne è stato il braccio destro, dunque si presume che ne condivida tutte le scelte e le idee. L'unica cosa che lo differenzia da Veltroni è un minor carisma e una minore esperienza. In che cosa consisterebbe il salto di qualità del rinunciare a Veltroni per sostituirlo con il suo vice?
Naturalmente obiezioni analoghe possono essere mosse su tutti gli altri nomi che vengono in testa. Di Titani in giro non ce ne sono. Ma allora, tanto più varrebbe la pena di affidarsi all'unica cosa titanica che c'è in questo partito, a quei milioni di elettori che ancora lo votano nonostante tutto, a quelle migliaia di militanti che ancora se ne appassionano nonostante tutto.
È vero, il Pd non conosce ancora chi sono i suoi tesserati, o forse li conosce e non vuol dirlo, visto che girano voci secondo le quali il 70% sarebbe concentrato al Sud, il che autorizza i peggiori sospetti. Ma non è mica colpa dei militanti se in un anno il partito non è neanche ancora nato. Sarebbe un delitto continuare a tenerli fuori. Bisogna quanto meno sentirli, se proprio non si vuol dare loro il potere di decidere e scegliere. Non ripetete, in tono minore, la finzione unanimistica che portò Veltroni alla segreteria. Non cercate un compromesso di vertice, giusto per salvare la carriera di tutti. Non vi accontetate di trovare qualcuno cui imputare domani la sconfitta alle europee per poter ricominciare poi daccapo un'ora dopo. Un reggente si nomina nelle monarchie, quando il re impazzisce o è impedito (nel Regno Unito ne nacque uno stile, il Regency). Nei partiti politici, di solito, si elegge un segretario.
Di seguito l'editoriale pubblicato il 18 febbraio
L'ultimo Walter
di Antonio Polito
Il voto in Sardegna è stato un voto politico. Non poteva che produrre conseguenze politiche. Ha dunque fatto bene Veltroni, lo sconfitto, a dimettersi. Ha fatto bene a resistere alla solita manfrina del Gran Consiglio che gli diceva: ma no resta, meglio se le europee le perdi tu, non siamo ancora pronti a farti le scarpe. Veltroni non aveva più l'autorità per dirigere il maggior partito di opposizione. Nel lasciare ha mostrato una grandezza che gli era finora mancata nel restare. Perché al suo partito, ormai in caduta libera, uno choc serve più di una rassicurazione.
Da oggi sarà dura, sarà il caos, sarà lo sconforto. Ma se c'è una speranza di salvare il salvabile alle europee, sta proprio nel guardare in faccia il disastro e nel voltare pagina. Gli elettori del Pd non perdevano più occasione di punire deliberatamente una leadership in cui non credevano più. Ora almeno sanno che il segnale è arrivato, che nessuno farà più finta di niente. Può uscirne una corsa sotto le bandiere del Pd, per evitarne il collasso e la morte prematura. Oppure può uscirne la liquefazione. Ma adesso è chiara la posta in gioco: non la sopravvivenza di questo o quel dirigente, ma la sopravvivenza del partito.
La nettezza della scelta del segretario mette al riparo - almeno dovrebbe, mai dire mai - dal rischio di un ennesimo giro di Walter, magari a furor di popolo dei fax, dalla finzione di una «verifica» e di una conclusione unitaria. Speriamo che la sua dignità metta al riparo anche dalla tentazione dello scaricabarile, del «muoia Sansone con tutti i Filistei», cui già ieri indulgeva l'Unità, dando la colpa della sconfitta elettorale del suo editore a tutti i dirigenti del Pd tranne il candidato sconfitto.
Nella debacle in Sardegna, in effetti, non c'è molto di locale, se non proprio l'ostinata arroganza di Renato Soru, convinto di poter trionfare berlusconianamente sulle ceneri dei partiti, fino al punto di imporre le elezioni anticipate contro il suo stesso partito.
Ma il voto sardo è stato un voto politico perché la coalizione di centrosinistra è rimasta staccata di 18 (diciotto) punti percentuali dal centrodestra, perché il Pd è sceso di dieci punti rispetto alle politiche, perché l'opposizione ha dimostrato di perdere, indipendentemente dalla qualità del governo locale, sia dove se ne è vergognato (l'Abruzzo), sia dove se ne è vanagloriato (la Sardegna).
È un voto politico perché rivela un radicamento del berlusconismo nell'elettorato italiano di ampiezza e durata mai conosciuto prima nella Seconda Repubblica. L'equilibrio sostanziale tra i due schieramenti, che durava dal '94 seppure con leggera prevalenza della destra, sembra essersi ormai spezzato. Se neanche la peggiore crisi economica in due generazioni rilancia l'opposizione, che cosa potrà mai farlo?
Secondo molti osservatori, l'origine di questo sisma politico è stata l'inconsistenza dell'opposizione. Non saremo noi a negare questa realtà. Lo dicevamo quando il Pd di Veltroni vantava il 34 per cento delle politiche, figurarsi se si può negarlo ora che è al 24 per cento. Fin dall'inizio il genoma del veltronismo recava in sé il Dna dell'insuccesso. I motivi sono molti e li abbiamo elencati in questi mesi. Primo tra tutti l'errore speculare a quello di Soru: immaginarsi in competizione con Berlusconi sul suo terreno, quello del cesarismo (seppur democratico), e del partito personale. Da questo errore concettuale nasce prima l'abbandono di ogni forma di opposizione e poi l'esasperazione di ogni forma di opposizione, l'andamento peristaltico che ha tolto ogni credibilità all'azione del Pd in questi mesi. Il Pd ha qualche speranza solo se riaccende la politica democratica in Italia. Invece ha contribuito a spegnere la luce, come se non sapesse che in quel buio Berlusconi è una belva capace di mangiarsi chiunque.
A questo va aggiunta un'evidente debolezza personale della leadership, che ha sorpreso anche chi conosceva Veltroni come un peso leggero, ma lo faceva smaliziato, professionale, capace almeno di fare il surf sull'onda mediatica. Neanche questa qualità è stata vista alla prova. Genericità di proposte, volubilità di umori, superficialità di approcci, hanno portato Veltroni al record di cinque elezioni perse su cinque, alla caduta di Roma, all'uscita di scena delle due più belle speranze locali (Illy e Soru), a una consistenza elettorale che ricorda quella del Pci prima del '68.
Ma detto tutto questo - e, ripeto, a noi non si può rimproverare di non averlo detto, e per tempo - resta però il problema Berlusconi. Che in poche parole è questo: è più forte di prima, è più forte di sempre. È emblematico che il suo personale trionfo in Sardegna - perché di trionfo personale si tratta quando scegli il figlio del tuo commercialista e lo fai presidente della Regione, dopo aver fatto governatore dell'Abruzzo un altro sconosciuto commercialista - abbia coinciso ieri con la condanna a Mills, che rappresenta il suo ultimo potenziale ostacolo giudiziario. In altri tempi, quella condanna avrebbe fatto sensazione. Oggi, al culmine del consenso elettorale, nessuno, nemmeno tra i suoi alleati, osa neanche più immaginare di potersi liberare del premier per via giudiziaria.
Voglio dire che Berlusconi sarà ancora più forte che mai anche quando un altro andrà al posto di Veltroni. È come se l'Italia avesse deciso, nella tempesta, di affidarsi a lui, perché è l'unico che pare avere l'autorità sufficiente per fare alcunché. Lo sfondamento che il centrosinistra cercava si sta verificando all'incontrario. L'elettorato che lascia il Pd verso l'astensione, verso Di Pietro, verso Casini, è il sintomo di chi non spera più in un cambio, non considera l'opposizione «electable», e dunque non si raccoglie più nel voto utile, rassegnandosi quasi a un lungo regno berlusconiano. Che sia per acquiescenza, stanchezza o sfiducia, l'Italia anti-berlusconiana si è ristretta. Il Pd deve dunque sapere che se nuoterà in quell'acqua soffocherà, e prima o poi morirà. Per liberarlo dall'incantesimo ci vorrebbe qualcuno che sia nato alla politica quando Berlusconi c'era già, così come Obama divenne adulto quando c'era già Reagan.
Qualcuno che non abbia vissuto l'arrivo di Berlusconi al potere come un'usurpazione e che l'accetti per quello che oggi è: un dato di fatto. Un Messia nato negli anni 70. Finché non ci sarà, e finché Berlusconi ci sarà, è meglio prepararsi a una lunga guerra di trincea, a salvare l'onore alle europee, e poi a rifondare in una lotta politica aperta e tra la gente quel partito riformista che non è mai nato. L'alternativa, lo so, è lo scioglimento. Però niente, neanche la prova data da Veltroni, mi ha ancora convinto che sarebbe un esito migliore per la democrazia italiana.