I nuovissimi: decidono loro?
di Stefano Cappellini
Oggi prima riunione della rinnovata segreteria. Due tesi a confronto: si tratta di rinnovamento vero o di un organismo di pura facciata destinato a essere scavalcato dai caminetti dei big come il primo tragico esecutivo veltroniano?
Oggi si riuniranno per la prima volta. Attorno a Dario Franceschini, nella sede nazionale del Partito democartico di largo del Nazareno, si accomoderanno i membri della rinnovata segreteria nazionale del Pd. Ci saranno quelli balzati fuori d'improvviso, i nuovissimi, come la trentunenne senese con bimbo di diciotto mesi, Elisa Meloni, segretario provinciale del partito a Siena («Metterò tutto quello che ho imparato stando sul territorio», la prima dichiarazione pervenuta), o il quarantaduenne deputato dell'assemblea regionale Giuseppe Lupo, e il presidente della Provincia di Rieti, Fabio Melilli. Quindi i seminuovi - Federica Mogherini, trentacinque anni, è l'unico nome che compariva già nel primo, poco fortunato, esecutivo di Walter Veltroni - insieme ai più navigati Vasco Errani, Sergio Chiamparino, Maurizio Martina e Maurizio Migliavacca, cui è affidata l'Organizzazione. L'ultimo arrivato è il segretario della Toscana Andrea Manciulli, eletto ieri presidente dell'assemblea dei segretari regionali e in quanto tale cooptato nell'organismo nazionale.
L'incontro odierno servirà a definire l'agenda dei cento giorni. Tanto manca alla tornata elettorale di giugno, europee più amministrative, che peraltro deciderà il destino di Franceschini, oltre che del nuovo organismo.
La scommessa del neosegretario è ardita: partorire la linea del partito in un organismo nel quale sono esclusi non solo tutti i big, ma anche colonnelli e marescialli. Il precedente tentativo è andato nettamente fallito. L'esecutivo dei “giovani” varato da Veltroni dopo le primarie fece in tempo a riunirsi poche volte, e senza lasciare tracce, prima di essere scavalcato dai caminetti dei maggiorenti. Nella crisi seguita alla batosta elettorale fu infatti il gabinetto d'emergenza composto dai soliti noti a riunirsi al Loft per gestire l'emergenza. Alla fine, di fronte all'evidenza di una siutazione al limite del grottesco - un esecutivo in carica ma privo di qualunque potere esautorato da un organismo non eletto, ma di fatto legittimato a prendere le vere decisioni - Veltroni sciolse l'esecutivo con l'alibi di trasferirne le funzioni tematiche al governo ombra e trasformò il caminetto dei big in coordinamento nazionale (con l'esclusione, però, di Franco Marini e Massimo D'Alema). Ora governo ombra e coordinamento sono finiti in rottamazione. Tutto il potere alla segreteria? Saranno i nuovissimi a decidere su questioni come federalismo, riforme, referendum elettorale, solo per citare i principali dossier delle prossime settimane?
Franceschini giura che sarà così, che stavolta non saranno possibili scavalcamenti. «La condizione che mi ha fatto accettare il ruolo di segretario è la disponibilità di tutti gli altri leader a fare un passo indietro in una situazione come questa». Ne consegue, aggiunge Franceschini, che se qualcuno deciderà di tornare a farne uno avanti, usurpando le prerogative della nuova cabina di regia, insieme alla segreteria salterà anche il nuovo segretario.
Naturalmente nel Pd c'è chi pensa che le cose stiano diversamente e che la nuova segreteria sia un'operazione di pura immagine studiata a tavolino da Franceschini e dai suoi grandi elettori per contornare di nomi e facce più o meno inedite l'unica vera casella di peso, l'organizzazione tornata in mano agli ex Ds, e per dare una risposta di facciata ad alcuni dei dibattiti che da tempo agitano il partito: la questione generazionale (da qui la cooptazione dei trentenni) e la questione settentrionale (con la netta prevalenza di esponenti nordisti). Il tutto senza dimenticare il Cencelli: il cislino mariniano Lupo, il fassiniano Migliavacca, il veltroniano rampante Martina, ecc.
Sull'effettivo ruolo di direzione politica della segreteria pesano poi altri due fattori. Il primo è il doppio ruolo di alcuni membri che sono anche amministratori di città e di altri al confine del conflitto di interessi, come Errani, presidente della Conferenza Stato-Regioni. Poi c'è un'altra incognita: molti dei big saranno recuperati come responsabili dei dipartimenti, la cui nomina, ha spiegato ieri il capo della segreteria di Franceschini, Antonello Giacomelli, è posticipata di qualche giorno. Ma i giochi sembrano fatti, tanto che l'altra sera, mentre il segretario presentava la sua squadra, Pierluigi Bersani ospite di Otto e mezzo anticipava la sua nomina a responsabile Economia. E con lui saranno incaricati altri pezzi da novanta, come Beppe Fioroni ed Enrico Letta. Davvero sarà la segreteria a dare loro la “linea”? O il vecchio coordinamento si prepara a rinascere in altra veste? Da oggi si comincerà a capire?