di Tommaso Labate
Beppe Fioroni dice che «la scelta di Dario Franceschini di dar vita a una segreteria che sia espressione del territorio è un segnale importante». Ma l’ex ministro dell’Istruzione avverte: «L’unico criterio per la selezione della classe dirigente è il merito. Attenzione, dunque: se davvero vogliamo bene al nostro Pd, teniamoci alla larga da un’ansia da prestazione che ci porta sulla strada di furbizie pericolose». Fioroni, che sta smaltendo un periodo di convalescenza dopo un’operazione, affida a quest’intervista col Riformista le sue idee sul futuro del partito: dal congresso di ottobre al testamento biologico, passando per la collocazione internazionale.
Fioroni, sbaglio o sembra un po’ preoccupato per il Pd?
Il Pd è un grande progetto e, di conseguenza, necessita di tempi medio lunghi. Abbiamo davanti un percorso che dovrà portare a un partito radicato sul territorio, che parta dalla periferia, che inizi dalla base. Se vogliamo che questo progetto abbia successo, dobbiamo prendere le necessarie precauzioni…
A che si riferisce, scusi?
Evitiamo le scorciatoie e le furbizie, innanzitutto. Vedo in giro troppa ansia da prestazione, mentre noi dobbiamo stare alla larga dal Viagra politico. È sbagliato pensare di trovare subito il deus ex machina, il leader carismatico che improvvisamente ci porta a vincere.
E le altre furbizie?
Per quanto mi riguarda, il nuovismo a tutti i costi non ha nulla a che fare con la politica. La mentalità di chi applica il marketing ai partiti, quella di fa la promozione pubblicitaria con qualche nuova invenzione, non serve per costruire consensi né per ottenere la fiducia della gente. Questo paese ha bisogno di un partito plurale, aperto a tutti i riformatori, fondato sul senso di appartenenza, su valori condivisi, sulla militanza. La scelta di Dario di selezionare il gruppo dirigente dal territorio è un primo segnale importante. Ora però va fatto il resto.
Ad esempio?
La periferia non è l’appendice ma il nostro cuore pulsante. E la ricchezza dei nostri amministratori locali non è soltanto quella dei soliti sindaci famosi. Per questo dico che la sfida per il radicamento, il Pd, deve ancora vincerla. Quando sento i dibattiti sulla forza della Lega mi viene da ridere… Sindaci di piccole comunità, consiglieri comunali, sezioni: basta andare nelle valli del bresciano per vedere quanto può essere forte un partito del territorio, una forza politica che la gente vede come un insostituibile punto di riferimento.
Militanza, dunque.
Dobbiamo rivedere lo Statuto del Pd, separare le cose che vanno da quelle che non funzionano. Per prima cosa, dobbiamo riconoscere la vera centralità degli iscritti, sia per la definizione delle proposte politiche sia per la scelta dei dirigenti. La battaglia tra giovani e vecchi, detto sinceramente, non mi appassiona. Meglio affidarsi al merito. Quanto alle primarie, credo che siano uno mezzo importante per «produrre» condivisione e partecipazione. Ma questo mezzo non può diventare il fine. E, soprattutto, il Pd non può trasformarsi in un contificio permanente.
E il congresso di ottobre?
Dovrà essere un momento per discutere prima delle proposte politiche e poi delle persone. Buttarsi a capofitto solo sulla scelta del leader, prescindendo dalla politica, non va bene. Se qualcuno prendesse questa strada, rinuncerebbe alla costruzione di un soggetto politico in grado di durare nel tempo.
Testamento biologico: lei è tra coloro che...
...Io sono tra quelli che si sono stufati di sentirsi dire «tu prendi ordini dalla Chiesa». Un partito non può pretendere di imporre a iscritti e dirigenti cosa pensare dei temi etici. Chi si iscrive al Pd deve avere il diritto di conservare le idee che gli detta la coscienza. Sul testamento biologico, quindi, può esserci l'orientamento prevalente dei gruppi parlamentari ma non una linea di partito. E chi la pensa diversamente rispetto all'orientamento prevalente non deve sentirsi «tollerato» o «tollerabile» proprio perché, in un partito come il nostro, la diversità di posizioni è una ricchezza.
Ma su altri temi spinosi, come la collocazione europea, non può esserci libertà di coscienza. Quindi?
Il Pd, come ha spiegato bene Franceschini, ha individuato un percorso. Ma una cosa deve essere chiara: noi siamo diversi dal Pse. Il Pd, proprio perché supera le vecchie esperienze, ha un'originalità e un'autonomia che vanno riconosciute, in Italia e all'estero. Di conseguenza, non staremo nel Pse ma faremo le nostre battaglie col gruppo del Pse.
E l'opposizione al Cavaliere? Cosa dovrà cambiare rispetto al passato recente del Pd?
Suaviter in modo, fortiter in re. Per evitare ulteriori danni al paese, non possiamo fare sconti.