I danni economici della fretta di Kohl di Tonia Mastrobuoni
RIUNIFICAZIONE. Il cambio 1:1 tra le due monete e l'aumento degli stipendi dell'Est spazzarono via quel che rimaneva dell'industria. E la privatizzazione fu frettolosa, costellata di scandali e contribuì alla piaga della disoccupazione. Oggi economisti e analisti chiamano l'ex Ddr con un termine italiano: “Mezzogiorno”.
«Politicamente Kohl non ha commesso errori. Ma dal punto di vista economico ha sbagliato tutto». Il giudizio è di Lothar Späth, per 13 anni premier cristianodemocratico di una delle regioni più ricche della Germania, il Baden-Württemberg, e storico rivale di Kohl. Giudizio forse ingeneroso, ma non del tutto campato per aria. Se a distanza di vent'anni molti tedeschi occidentali continuano a ritenersi contribuenti netti e frustrati della ricostruzione a est dell'Elba e molti compatrioti di là del vecchio Muro vittime di una svendita e di un'annessione frettolosa al capitalismo, forse qualcosa non è andato per il verso giusto.
Uno che all'epoca c'era e partecipò in prima persona ai negoziati economici per il trattato di riunificazione è Edgar Most. All'epoca era vicepresidente della banca di Stato della Germania Est e un giorno di aprile del 1990 si ritrovò seduto accanto a Kohl durante un incontro a Bonn con i principali istituti di credito tedeschi. In un'intervista al settimanale Stern Most racconta di aver tentato per quattro ore di convincere il cancelliere e i suoi interlocutori che il cambio 1:1 di un marco orientale contro un “super” marco occidentale sarebbe stata una follia che avrebbe spazzato via l'industria dell'Est, già poco competitiva.
Most disse ai banchieri e a Kohl che aveva dati riservati sul reale stato dell'economia della Ddr, che non era così grave come era stata prospettata sei mesi prima, quando c'era ancora il Muro, dall'ex leader maximo della Ddr Krenz quando era andato a “vendere” la Cortina di ferro a Bonn in cambio di nuovi crediti da 13 miliardi. Kohl si rivolse a Hans Tietmeyer, all'epoca sottosegretario alle Finanze, più tardi governatore della Bundesbank e gli chiese di dare un'occhiata ai documenti del banchiere dell'Est. Ma col senno di poi per Most è chiaro che fu un gesto poco più che simbolico, «che quelli non ci volevano ascoltare». Che Kohl, in sostanza, aveva già la testa sulla campagna elettorale per le politiche previste a dicembre di quell'anno e aveva fretta di definire i dettagli del trattato di unificazione.
Il cambio 1:1 fu fatto e distrusse effettivamente quel che rimaneva delle imprese della Germania Est, creando oltretutto un'ondata di discoccupati che fatica ancora ad essere riassorbita. Quella decisione, come ha dichiarato al Riformista anche il presidente del gruppo editoriale Axel Springer, Giuseppe Vita «fu un errore, forse l'errore più grande della riunificazione». Ma non fu l'unico. L'economista tedesco Hans Werner Sinn dirige da anni l'Ifo, il seguitissimo istituto che raccoglie il mood, l'indice di fiducia delle imprese della prima economia europea. Già nel 1991 scrisse un libro a quattro mani con la moglie Gerlinde che fece scalpore, “Kaltstart”, (”Partenza a freddo”) in cui c'erano molte critiche alle decisioni economiche che avevano accompagnato la riunificazione politica. Di recente ha scritto un bilancio del ventennale dalla caduta del Muro dal titolo eloquente, “Partenza falsa a freddo” apparso sulla edizione domenicale del quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Il reddito pro capite dei tedeschi dell'Est non arriva al 70% dei “cugini” dell'Ovest. Gonfiato, oltretutto, dalle sovvenzioni occidentali, altrimenti sarebbe il 66%. Un risultato «particolarmente deludente», secondo Sinn, se si pensa «agli aiuti giganteschi che sono stati concessi ai nuovi Länder». Secondo le stime prudenti dell'economista si tratta di 1.200 mila miliardi di euro, ma c'è chi ipotizza che la montagna di soldi investita a Est per creare i «paesaggi in fiore» promessi da Kohl raggiunga i 1.500 mila miliardi. Una somma che equivale alla ricchezza prodotta in un anno in Italia. E che corrisponde più o meno al debito pubblico tedesco di oggi (che è sotto il 70% del Pil). Il divario tuttora enorme tra ricchezza pro capite nelle due Germanie induce spesso gli economisti tedeschi a parlare dell'Est come del “Mezzogiorno” (in italiano, negli articoli) della Germania. Scrive Norbert Peche in un articolo apparso sulla Berliner Zeitung: «Si tratta di un divario di sviluppo enorme, più grande di quello tra l'area emergenziale del “Mezzogiorno” italiano e la media del resto del Paese. E dire che questo differenziale è comunemente citato come esempio lampante di un deficit di sviluppo catastrofico e di un fallimento di politica economica».
Il secondo errore della riunificazione economica di cui parla estesamente Hans-Werner Sinn è stata la frettolosa privatizzazione, in sostanza il disastro della Treuhand. L'agenzia federale responsabile del risanamento e della privatizzazione delle aziende della Ddr fu istituita il primo marzo del 1990 per amministrare il “patrimonio del popolo” valutato 620 miliardi di marchi. Come scrisse giustamente l'ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, la cessione ai privati delle aziende orientali sull'orlo del collasso «fu giusta, in linea di principio». Ma Bonn «sbagliò i tempi e i modi». Dopo che il primo responsabile fu assassinato, la Treuhand fu diretta con piglio ultraliberista e aggressivo tra il 1991 da Birgit Breuel. Il suo motto era «la privatizzazione è il miglior risanamento» e alla fine del 1994, 12mila imprese dell'ex Ddr erano già passate per le sue mani. Due terzi privatizzate o salvate in altro modo, un terzo liquidate. Ma quando terminò il suo mandato, l'agenzia della Breuel lasciò 260 miliardi di marchi di debiti e una scia di polemiche per i numerosi casi di corruzione venuti a galla durante il quadriennio. La privatizzazione è andata poi a beneficio quasi esclusivo di acquirenti occidentali. Il 95 per cento delle imprese è stata ceduta a tedeschi occidentali e al “resto del mondo”, solo il 5 per cento è stato venduto a tedeschi dell'Est. E, come scrive Franziska Augstein, figlia del leggendario fondatore dello Spiegel, Rudolf, sulla Sueddeutsche Zeitung, «i costi più pesanti sono quelli causati indirettamente dalle politiche dell'agenzia per le privatizzazioni, cioè l'enorme disoccupazione che ne conseguì».
Un altro problema che contribuì ad affossare le imprese orientali prima ancora che avessero avuto l'opportunità di confrontarsi con il capitalismo fu la politica dei redditi. Per non avere tra i piedi i sindacati dell'Est ma soprattutto imprese concorrenti con manodopera a basso costo, i rappresentanti delle imprese della Germania Ovest riuscirono a strappare un'enorme aumento degli stipendi. Fu il colpo di grazia, per le aziende già cotte ad est dell'Elba. Ma ebbe altre, pesanti conseguenze. Scrive Sinn: «gli investitori si tennero alla larga, le aziende amministrate dalla Treuhand fallirono e alla fine non ci fu più niente da redistribuire. Sony, uno dei pochi investitori importanti della prima ora ha già rivenduto, delusa, il suo colossale SonyZentrum a Potsdamer Platz». Suggerisce l'economista dell'Ifo: «Nell'economia di mercato esiste una regola ferrea: prima bisogna fare in modo che l'economia fiorisca. Poi si possono aumentare gli stipendi». È ovvio: gli stipendi bassi attraggono gli investitori, l'economia comincia a girare, a quel punto le retribuzioni aumentano. Ed è quello che è successo effettivamente in altri paesi dell'Est. Oggi non è un caso se c'è un'unica impresa con più di diecimila addetti, nella ex Ddr. Si chiama Vattenfall ed è svedese.
giovedì, 17 dicembre 2009
commenti dei lettori
5 commenti presenti
Emilio Alberti
20 dic 2009 17:53
La Germania Ovest ha avuto un atteggiamento coloniale e ha distrutto le strutture di quella orientale che era una economia poco consumistica ma valida. Difatti i tedeschi orientali andavano nei Paesi del terzo mondo a portare tecnologia e capitali. Con gradualità e conservando quello che era valido, comprese le strutture sociali che all'est erano più vaste che all'ovest, non ci sarebbe stato nessun esodo che invece c'è stato e c'è tuttora.
Pier Paolo Castellari
20 dic 2009 11:08
La fretta è certamente una cattiva consigliera ed i vincoli europei non consentono alle economie nazionali di apportare le terapie necessarie alla loro integrazione. I tedeschi che hanno dato prova di coesione e determinazione in economia, In questo caso scontano i cattivi costumi acquisiti in ambiente comunista dai lavoratori. Probabilmente Khol temeva che il processo di unificazione potesse rallentare fino a creare due realtà, come la repubblica Ceca e la Slovacchia. Forse, la dicotomia economica, ma anche culturale fra le due aree tedesche, per altro storiche (c'erano già fra la Prussia e il resto del paese),non è tutta negativa, consentendo l'oneroso e lento, ma necessario adeguamento fra una democrazia attenta ed evoluta ed un'area di nostalgie plebee e neonaziste. Avanti, con metodo!
Franz
19 dic 2009 19:53
Facile col senno di poi. Ma se così non fosse stato che sarebbe successo? I tedeschi orientali si sarebbero accontentati di continuare la vita di prima (da poveri) o si sarebbero tutti riversati ad ovest come già avevano iniziato a fare?
Edmond Dantes
19 dic 2009 13:04
Azzaccatissimo
FrancoPo.
18 dic 2009 07:41
Solo un piccolo particolare: quelle della Germania Est erano industrie di Stato dai bilanci fallimentari. La moneta era priva di un vero potere d'acquisto. Tutte le risorse erano destinate a una sorta di galleggiamento sociale sorretto dalla propaganda. Al confronto il Meridione italiano era un mezzo paradiso. Da noi la mafia, da loro il comunismo. Quale preferire? L'ideale sarebbe né mafia né comunismo. Ci stiamo lavorando.
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A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)