Ci sono date che non appartengono a un solo Paese. L’11 settembre 2001, il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre 2023 non sono soltanto ferite nazionali di Stati Uniti, Ucraina e Israele. Sono cesure della stessa storia: quella delle società aperte attaccate da poteri e ideologie che non sopportano un mondo in cui la vita individuale, la libertà e il dissenso ne siano i fondamenti. Le analogie non sono solo emotive, sono politiche.

Stati Uniti, Israele e Ucraina, ciascuno a modo suo, incarnano ciò che i nemici dell’Occidente considerano intollerabile: democrazie, anche imperfette, che non si lasciano assoggettare. L’America come potenza liberale e simbolo di mobilità sociale che premia l’individuo e le sue capacità. Israele come unico Stato ebraico e democrazia in un mare di autarchie. L’Ucraina come Paese che ha scelto l’Europa e la regola della legge contro l’impero del sospetto e della forza. Un giorno, se Pechino decidesse di chiudere con la violenza la questione di Taiwan, avremmo una quarta data dello stesso tipo: l’attacco a una società aperta, tecnologicamente avanzata, che non intende entrare nel recinto di un partito-Stato Comunista. Questi Paesi sono simboli perché mettono al centro ciò che i loro aggressori disprezzano: la vita non sacrificabile a un’idea, la donna non velata da un decreto, l’oppositore non sepolto in un carcere, l’informazione non ridotta a propaganda. Per questo vengono colpiti. Non nonostante i loro valori, ma a causa di essi. Gli aggressori non sono intercambiabili nei dettagli (jihadismo, putinismo, autoritarismo cinese) ma condividono una grammatica. Il disprezzo per la vita umana quando questa pretenda di appartenere a sé stessa. Il nichilismo mascherato da redenzione: califfato, “mondo russo”, armonia socialista, ciascuno con il proprio vocabolario e lo stesso esito. Dove vincono, spariscono le urne vere, i pride, i giornali liberi, i corpi dei dissidenti. Dove perdono, restano le macerie e la menzogna sul chi ha cominciato.

Qui entra il punto più scomodo, perché non sta a Gaza, a Donetsk o a Kabul. Sta da noi. A sostenere quegli aggressori, o almeno a offuscarne la natura, sono spesso gli stessi ambienti occidentali. Una sinistra in crisi di progetto che ha sostituito la questione sociale con una teologia identitaria, e che chiama “progresso” ciò che è solo risentimento antioccidentale. Un ambientalismo che ha abbandonato la classe che produce per un Bene superiore mai misurato nei costi umani. Ideologi ottusi o, più prosaicamente, prezzolati. E, sull’altro versante, fasce di destra che non hanno mai digerito fino in fondo la liberaldemocrazia e trovano in ogni autocrate un antidoto al “disordine” delle libertà. Quello che questi fronti interni possiedono, e che i democratici spesso non hanno, è la coesione nel minare. Non discutono il compagno di strada. Un islamista radicale misogino e omofobo può sfilare accanto a un corteo LGBTQ+ perché il nemico del giorno è il “genocidio”. Si può relativizzare Putin, che incarcerà e uccide oppositori e vieta il pride, perché il vero peccato originale resterebbe la potenza “colonialista” americana. Si può dimenticare Bucha purché si ricordi l’“espansione della Nato”. Si può cancellare il 7 ottobre purché si parli solo di bambini a Gaza. La fabbrica della disinformazione è la stessa: contesto infinito per l’aggressore, giudizio sommario per chi si difende.

Questa sfacciata incoerenza è in realtà un metodo. Il nemico non è questo o quel regime. È l’idea che esista una civiltà, quella liberale, che ha reso il mondo materialmente e moralmente migliore per secoli, e che persino i suoi avversari desiderano nei fatti (medicine, università, idee, mercati, asilo) mentre la combattono a parole, incapaci di riformarsi senza intaccare le proprie oligarchie. Per questo queste date dovrebbero unire, non frammentare. Unire chi ritiene che la democrazia non sia un optional storico. Unire chi rifiuta il doppio standard per cui un ebreo ucciso in un kibbutz è colpevole in quanto israeliano, un ucraino sotto le macerie è vittima del contesto, un newyorkese sotto le Torri era “imperialista”. Unire chi capisce che la memoria dell’11 settembre non è nostalgia americana, ma un avviso: se si relativizza il primo massacro simbolico del secolo, si relativizzeranno tutti quelli dopo.

Al ricordo dell’11 settembre si uniscano dunque gli altri lutti. Non per fare classifica delle vittime. Per riconoscere il fronte. E per combattere i nemici di questa civiltà senza mezze misure morali: senza lasciar passare la menzogna come “punto di vista”, senza trattare gli ostaggi come dettaglio, senza scambiare la debolezza per virtù. L’Occidente che merita di durare non è quello che si scusa di esistere. È quello che sa ancora dire chi ha attaccato, chi è stato massacrato, e perché quella distinzione conta.