Politica
A Forza Italia serve subito un nuovo futuro: Tajani faccia un passo indietro
O Tajani o Forza Italia. I dirigenti, i parlamentari e la famiglia Berlusconi devono decidere. C’è un momento nella vita di ogni partito in cui bisogna scegliere se difendere una leadership o salvare una comunità politica. Per Forza Italia quel momento è arrivato. La domanda è semplice: vogliamo continuare a difendere Antonio Tajani oppure vogliamo restituire un futuro al partito fondato da Silvio Berlusconi? Perché oggi le due cose sembrano sempre più difficili da conciliare.
La flessione di Forza Italia
Forza Italia non sta vivendo una semplice flessione elettorale. Sta perdendo identità, entusiasmo e capacità di incidere nel dibattito pubblico. Ma il dato più preoccupante è un altro: ha smesso di sorprendere. E proprio questo rappresenta il tradimento più profondo dello spirito del 1994. Silvio Berlusconi non avrebbe mai amministrato il declino. Lo avrebbe ribaltato. Davanti a un partito fermo attorno al 5%, avrebbe cambiato dirigenti, linguaggio, organizzazione e strategia. Perché il Cavaliere non era un gestore, ma un innovatore. Preferiva rischiare piuttosto che assistere lentamente all’appannarsi della sua creatura. Oggi accade il contrario. Mentre Giorgia Meloni presidia la leadership di governo, Matteo Salvini continua a caratterizzarsi con sicurezza, Ponte sullo Stretto, flat tax e tutela del regime forfettario; Carlo Calenda difende europeismo e sostegno all’Ucraina; Luigi Marattin interpreta il liberalismo economico; Roberto Vannacci ha costruito una proposta politica riconoscibile fondata su identità, sovranità e sicurezza. Tutti hanno una battaglia. Tutti parlano a un elettorato preciso. Tutti evocano immediatamente un’idea. E Antonio Tajani? Qual è oggi la battaglia di Forza Italia? Quale riforma porta la sua firma? Quale messaggio distingue davvero il partito dagli alleati? Sono domande alle quali sempre più militanti non riescono a dare una risposta.
E Tajani che fa?
Anche la recente cena ai Parioli, nata con l’obiettivo di mostrare un partito compatto, ha lasciato a molti osservatori una sensazione diversa. Più che entusiasmo, sembravano emergere nervosismo, prudenza e la consapevolezza di una fase delicata. Persino alcuni inconvenienti organizzativi sono stati interpretati come la metafora di una Forza Italia che fatica a ritrovare slancio. Ha colpito anche l’assenza di due figure di primo piano come Roberto Occhiuto e Giorgio Mulè. Non è corretto attribuire a quella scelta significati che i diretti interessati non hanno espresso. Resta però un dato politico: sono tra gli esponenti più autorevoli del partito e vengono spesso indicati da amministratori e militanti come possibili protagonisti di una futura fase di rilancio. Per consenso, credibilità istituzionale e capacità di parlare oltre il perimetro di Forza Italia, rappresentano per molti un patrimonio da valorizzare. Nello stesso contesto si è distinta anche la posizione di Stefania Craxi, che ha dato l’impressione di non voler accettare passivamente l’attuale stato delle cose, confermando che il dibattito interno sulla leadership è tutt’altro che chiuso.
Tajani dovrebbe fare un passo indietro
Il punto, però, è politico. Un leader non tiene unito un partito garantendo il futuro dei propri dirigenti. Lo tiene unito restituendo consenso, orgoglio e una direzione. Per questo il tempo delle attese è finito. Antonio Tajani dovrebbe compiere un gesto di responsabilità e rimettere il mandato da segretario nazionale, consentendo a Forza Italia di ritrovare energia, identità e ambizione. Se ciò non accadrà, la responsabilità ricadrà anche su chi, pur vedendo il declino, sceglierà di non intervenire: dirigenti, parlamentari e su chi custodisce l’eredità politica e morale di Silvio Berlusconi. Perché ormai la scelta è una sola. O Tajani o Forza Italia.
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