Pigi Battista, editorialista e scrittore, osservatore acuto delle trasformazioni dell’Occidente, legge con preoccupazione l’accordo tra Washington e Teheran e ne denuncia le conseguenze strategiche.

L’accordo tra Stati Uniti e Iran è una strana pace. Lei parla apertamente di una sconfitta.
«La chiamano pace, ma è una resa senza condizioni. E non mi interessa la questione dell’onore nazionale o del prestigio ferito. Mi interessano le conseguenze. E saranno disastrose».

Perché?
«Perché si accetta una gigantesca mistificazione. Si continua a descrivere ciò che è accaduto in Libano come una sorta di aggressione israeliana, quando per anni Israele ha subito attacchi sistematici da Hezbollah contro il proprio territorio. Possiamo discutere di proporzionalità, di errori, di eccessi. Ma raccontare la vicenda come se fosse assimilabile all’invasione russa dell’Ucraina è una falsificazione della realtà».

Colpa anche dei nostri media…
«Questa narrazione getta fango sulla stampa internazionale e su quella italiana in particolare. Si continua a divulgare una rappresentazione deformata dei fatti».

L’altro grande vincitore sarebbe l’Iran.
«Assolutamente. Già sapevamo che Teheran era il finanziatore, il protettore e il padrino politico-militare di Hezbollah e Hamas. Adesso però tutto questo viene formalizzato. Attraverso un accordo con gli Stati Uniti si riconosce implicitamente all’Iran una sovranità quasi illimitata sul Libano e sulle milizie sciite».

Che cosa significa per il Libano?
«Che il governo libanese scompare definitivamente dalla scena. E che emerge tutta la grottesca inutilità della missione Unifil. In questi anni i caschi blu hanno assistito alla costruzione dei tunnel di Hezbollah senza impedirla. Lo dico con amarezza, anche perché tra quei soldati ci sono gli italiani».

Trump rivendica di aver riportato stabilità nella regione.
«Ma quale stabilità? Ci raccontano che è una vittoria perché viene riaperto lo Stretto di Hormuz. Peccato che fosse aperto anche prima della crisi. Si presenta come conquista il semplice ritorno allo status quo».

E sul programma nucleare iraniano?
«C’è soltanto una promessa vaga sull’uranio arricchito. Nulla di concreto. È esattamente lo stesso schema già visto con Obama. Si dichiara che l’Iran è una minaccia esistenziale e poi gli si concede di continuare a negoziare sul punto centrale della controversia».

Nel dibattito è scomparso anche il tema del cambio di regime.
«Totalmente. Non c’è alcun riferimento al regime change, neppure a una transizione controllata. Eppure Trump aveva incoraggiato gli oppositori iraniani a scendere in piazza. Migliaia di persone hanno creduto che l’Occidente li avrebbe sostenuti. Oggi si ritrovano soli».

Lei parla di una responsabilità morale dell’Occidente.
«Certo. Decine di migliaia di oppositori hanno sperato in un cambiamento. Invece continuano le impiccagioni, continua la repressione, continua la persecuzione. Di loro non parla più nessuno».

Anche Israele esce sconfitto?
«Sì. Si è raccontato che eliminare Hassan Nasrallah e parte della leadership di Hezbollah avrebbe risolto il problema. Ma Hezbollah non è un’organizzazione che si abbatte decapitando qualche dirigente. È una struttura che si rigenera continuamente».

Quindi l’idea della vittoria israeliana è un’illusione?
«È una mistificazione. Se davvero si voleva abbattere il sistema iraniano bisognava prepararsi a una guerra lunga, durissima, forse di anni. Non a un blitz seguito da una resa diplomatica».

Che effetto produce questo accordo nel mondo arabo?
«Umilia gli alleati sunniti dell’Occidente. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania, l’Egitto. Tutti quei Paesi che stavano costruendo una nuova architettura regionale attraverso gli Accordi di Abramo si ritrovano improvvisamente davanti a un Iran rafforzato: hai dato all’Iran la certezza che da loro dipende l’economia mondiale».

Una Caporetto dell’Occidente.
«È esattamente quello che penso. Non soltanto una sconfitta politica o militare. Una sconfitta storica. Tra cento anni, se qualcuno scriverà ancora libri di storia, potrebbe raccontare che dopo il secolo dell’egemonia americana arrivò il momento in cui la Repubblica islamica dell’Iran riuscì a piegare e umiliare gli Stati Uniti e Israele. Questa è la dimensione della sconfitta».

Una sconfitta anche culturale?
«Culturale, politica, strategica e militare. Per questo considero l’accordo un evento molto più grave di quanto oggi si voglia ammettere».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.