L'editoriale
Aggressione in Bulgaria, l’odio antiebraico ha di nuovo il volto delle SS. La società ha un problema con gli ebrei
A Sofia, un gruppo di naziskin con le magliette nere e il teschio ha tentato di forzare l’ingresso di un albergo che ospitava decine di adolescenti ebrei italiani, arrivati da Roma e Milano con i loro educatori al termine di un campeggio estivo del movimento giovanile Bnei Akiva. Braccia tese, urla di «Sieg Heil», l’intero repertorio nazista esibito senza vergogna nel cuore dell’Europa e nel 2026. La polizia è intervenuta, ma non è bastato: gli aggressori sono tornati, hanno bloccato di nuovo gli accessi, hanno continuato a minacciare. Ragazzini indifesi, assediati in un Paese dell’Unione europea.
Un’aggressione neonazista
Va detto con chiarezza, senza attenuanti né equilibrismi: questa è un’aggressione neonazista premeditata contro dei minori, colpevoli soltanto di essere ebrei. Le immagini diffuse non lasciano spazio a interpretazioni indulgenti. E va detto altrettanto chiaramente che stavolta poteva finire molto peggio. Non ci troviamo davanti a uno slogan urlato in un corteo o a una scritta su un muro: qui un branco di ignoranti e violenti ha cercato fisicamente di entrare dove dormivano dei ragazzi, ed è tornato alla carica perfino dopo l’arrivo della polizia. È un salto di qualità che dovrebbe togliere il sonno a tutti, perché il confine tra l’intimidazione e la strage, in certe notti, è questione di pochi metri e di una porta che regge. Ce lo ricordano le stragi di Anders Breivik a Utoya e il gesto eroico di Dan Uzan a Copenaghen.
La reazione delle istituzioni
Per questo, il primo dovere è il ringraziamento. Le istituzioni italiane hanno reagito con una compattezza che merita di essere riconosciuta. La Comunità ebraica di Roma ha denunciato subito l’ignobile provocazione e chiesto alle autorità bulgare di identificare e perseguire i responsabili. Il ministro degli Affari esteri Tajani ha espresso solidarietà ai ragazzi, parlando di un germe da estirpare, mentre il presidente del Senato La Russa ha manifestato profondo sdegno e ferma condanna. L’Ucei, con un comunicato umano, ha stretto i giovani in un abbraccio. Da destra a sinistra, dal governo alle opposizioni, una sola voce. È esattamente ciò che serve, ed è bene dirlo forte.
A Sofia non c’era Gaza
Ma proprio da questa unità dobbiamo trarre una lezione più scomoda. Dal 7 ottobre 2023 il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sull’antisemitismo di matrice propalestinese, quello dei cortei, delle università, dei boicottaggi. Un fenomeno reale, sul quale non si abbassa la guardia. Ma l’odio antiebraico non ha una sola faccia: è multiforme, cambia bandiera e travestimento a seconda della convenienza. A Sofia non c’era Gaza, non c’erano kefiah né slogan sulla resistenza: c’erano il teschio delle SS e il saluto romano. La stessa identica ferita, inferta da mani opposte.
La società ha un problema con gli ebrei
Ed è qui il punto che non possiamo più eludere. Che l’antisemitismo sia di destra o di sinistra, religioso o politico, cambia pochissimo per chi lo subisce. La società occidentale ha un problema con gli ebrei, e non è un problema di ieri: affonda radici profonde, precede di secoli la questione mediorientale e non si spiega con essa. Chi continua a leggere ogni aggressione unicamente attraverso la lente di Gaza compie un errore d’analisi e, spesso, si costruisce un comodo alibi. L’ebreo aggredito a Sofia non pagava per una scelta di Gerusalemme: pagava per essere nato ebreo. Ed è proprio questo il modello che si ripete sempre.
Un’aggressione che riguarda tutti
Le istituzioni, per fortuna, non hanno mai smesso di monitorare e di reagire dove serve, su entrambi i fronti. Ma la buona volontà non basta se non è accompagnata dagli strumenti giusti. Oggi più che mai serve adottare senza reticenze la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, che permette di riconoscere l’odio antiebraico in tutte le sue forme, comprese quelle che si mascherano da critica politica. E serve la legge: quella italiana, certo, ma evidentemente anche una europea, perché un’aggressione a Sofia riguarda Roma, Milano e Bruxelles allo stesso modo. I nostri figli hanno diritto a viaggiare liberi in Europa. È una frase semplice, quasi ovvia. Che nel 2026 si debba ancora rivendicarla è la misura esatta di quanto lavoro ci resta da fare. Cominciamo oggi.
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