Esteri
Arabia Saudita, nuovo asse contro l’Iran: Riad coinvolge Turchia e Pakistan. I dubbi su Israele
L’Arabia Saudita approfitta della confusione a Hormuz per riprendere le sue ambizioni di potenza regionale. Sta maturando una vision che vada oltre la sua leadership di primo produttore mondiale di petrolio. Ieri a Gedda, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha ricevuto il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, e il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, per un vertice dalla valenza religiosa, geopolitica e di sicurezza.
Tre personalità ambiziose, capaci di passare dall’essere falchi e colombe nello stesso contesto. Lo si è visto in Svizzera, in occasione dei negoziati Usa-Iran. Tre uomini forti che sanno trattare con Trump, Putin e Xi Jinping senza temerne minacce o pugnalate alla schiena. I tre Paesi costituiscono un blocco sunnita di 330 milioni di fedeli, contro i 90 milioni di sciiti iraniani. Il conflitto interno all’Islam torna così caldo, ora che la teocrazia di Teheran è in ritirata. Arabia, Pakistan e Turchia stanno lavorando per creare un “cordone sanitario” intorno all’Iran. All’incontro di Gedda si aggiunge il summit di Amman, dove una delegazione saudita ha visto una sua controparte irachena. L’obiettivo è creare una mutua difesa contro l’Iran e i suoi proxy. Di cui Bagdad pullula e di cui Riad si sta occupando personalmente in Yemen. È il caso degli Houthi.
D’altra parte, l’alleanza ha anche una seconda chiave di lettura. Entrambi i summit, di Gedda e Amman, hanno portato a dichiarazioni congiunte che parlano di “aggressione di Paesi vicini”. È un riferimento implicito a Israele? Non lo si può escludere. In questo momento, il mondo chiede che Gerusalemme fermi le sue operazioni di sicurezza. A Gaza e nel Libano del Sud. Come detto più volte, la condizione è irricevibile, in quanto metterebbe in discussione la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico.
E qui è il ruolo di Riad a prevalere. Se Israele vuole normalizzarne le relazioni, bisogna concedere qualcosa alla monarchia saudita. Per esempio nel campo del nucleare, di cui il regno è tornato a parlare, riprendendo un piano da tempo messo in soffitta. I sauditi dicono che se le aspirazioni atomiche di Teheran non dovessero essere decapitate davvero, si sentirebbero in diritto di seguire quei vecchi sogni. Inoltre, gli Accordi di Abramo sono sempre più in bilico. Ai sauditi non è mai piaciuto come Israele abbia mosso guerra su Gaza.
Nonostante il distacco mantenuto da sempre nei confronti di Hamas e l’impegno sostanzialmente scarso dimostrato nei decenni per la “questione palestinese”. Questo però non toglie che le nuove architetture del Medio Oriente possano essere progettate da americani, israeliani e perfino dai nemici come gli iraniani, senza che i sauditi possano avere voce in capitolo. All’insegna del “muoia Sansone con tutti i filistei”, un’esclusione dei sauditi rischia di essere pagata da tutti gli attori coinvolti. È un messaggio diretto anche oltre Atlantico.
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