A maggio, a Luisago, un tredicenne punta un coccio di bottiglia alla gola di uno studente e lo rapina. I carabinieri lo identificano in poche ore; la legge lo riconsegna alla famiglia la sera stessa: sotto i quattordici anni non si è imputabili. Lunedì, una maxioperazione contro le baby gang in 44 province: oltre cinquecento arresti. È questa l’Italia in cui ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il ddl che riscrive l’art. 98 del codice penale, e va dato atto al Governo di aver messo mano a un problema che troppi fingevano di non vedere.

Il meccanismo è elegante: l’età resta a quattordici anni, le pene restano le stesse, si inverte la presunzione. Oggi il quindicenne che rapina è imputabile solo se il giudice ne accerta, caso per caso, la maturità; domani la maturità si presumerà, come per gli adulti, e sarà l’incapacità a dover essere provata. Non una nuova severità: una corsia più rapida per la risposta giudiziaria, coerente con la logica accusatoria.

Chi scrive, da garantista, annota a margine due cautele. La prima: sparisce l’obbligo del giudice di conoscere d’ufficio la storia, la famiglia, il contesto del ragazzo — e conoscerlo conveniva anche all’accusa. La seconda: il tredicenne di Luisago resterebbe fuori anche domani, e le gang lo sanno, visto che reclutano proprio sotto quella soglia. Praesumptio cedit veritati, dicevano gli antichi: la presunzione cede alla verità. E la verità è che questo è solo un primo passo, e fermarsi qui sarebbe un errore.

I ragazzi di oggi maneggiano a tredici anni strumenti, informazioni e codici che le generazioni precedenti non avevano a diciotto: non è ancora maturità piena, ma non è più l’innocenza attorno a cui il codice del 1930 disegnò le sue soglie. Un fenomeno che recluta sotto l’età dell’imputabilità non si arresta con le presunzioni: si arresta andando a prenderlo dove nasce. Lo Stato ci vada. E presto.

www.stefanogiordanoepartners.it