Il Palazzo di Giustizia di Napoli è attualmente funestato da una grave lacerazione tra i principali attori del processo penale: magistratura da una parte, avvocatura dall’altra. L’oggetto del contendere oramai è noto a tutti: il documento rinvenuto da un legale in un fascicolo della Corte di appello prima della discussione del processo era un “appunto” oppure una “sentenza anticipata”?

L’episodio ha finito per essere divisivo in seno alla stessa avvocatura, con la Giunta della Camera penale di Napoli che ha assunto una posizione isolata rispetto alle iniziative di protesta delle altre Camere penali, soprattutto di quelle del distretto campano. Molti penalisti napoletani non si sono sentiti adeguatamente rappresentati nelle scelte calate dall’alto dal proprio organo di appartenenza e più voci si sono levate per sollecitare una presa di posizione maggiormente proattiva. Dalla voce autorevole dell’Accademia e dalla lodevole iniziativa di tanti giovani colleghi sono giunte proposte e spunti di riflessione.

La “questione giustizia” ha sempre polarizzato il dibattito, spesso aspro, tra magistratura e avvocatura. Le ragioni partono da lontano: la crisi della legalità, la minimizzazione del contraddittorio e dell’oralità, lo smarrimento della certezza giuridica. Gli effetti infausti si registrano ogni giorno. Possono accadere, essere comprese e tollerate vicende, come quelle di Verbania, che a dir poco, rinvigorisce la questione della separazione delle carriere? La politica penale giudiziaria è fin troppo condizionata da prospettive di efficientismo e dalla necessità di colmare le fratture presenti all’interno dell’ordinamento stesso. In un clima già di per sé segnato dagli eventi, non si è fatto attendere il vilipendio del web, dove alcuni incalliti colleghi, ma anche taluni magistrati, hanno mostrato di saper maneggiare l’insulto molto meglio della ragione, tradendo plasticamente ogni dimensione deontologica che pur dovrebbe costituire – per tutti noi – l’a priori. Ogni schieramento ha portato in gloria il vanto della vittoria e la virulenta capacità di saper piegare l’avversario.

Purtroppo, la “contesa” ha perso completamente di vista l’oggetto del contendere. E la perdita del controllo si riflette sui cittadini, sulle persone le cui ragioni postuliamo ogni giorno, in ogni aula. Costoro vedono svanire la garanzia della legalità (del reato, della pena, del processo), che era stata loro promessa, e da noi tutti. Aspirare a individuare le coordinate utili per comporre il funesto circuito è un atto di presunzione del quale non intendo macchiarmi. Vero è, tuttavia, che ciascuno di noi, avvocato o magistrato, piccolo o grande, giovane o anziano, è attore protagonista (in positivo o in negativo) del “buon” funzionamento del sistema giustizia, condizione, quest’ultima, non eludibile in un Paese che si voglia riconoscere nei valori della civiltà del diritto, del rispetto della persona, della libertà dell’individuo. Condizione non eludibile, inoltre, per un Paese che sappia e voglia andare avanti.

E allora nessuno degli organi istituzionali deputati al controllo sociale può e deve sottrarsi ai doveri di una corretta azione politica tesa ad assicurare le condizioni della coercizione nel rispetto delle garanzie. Un’azione politica (da parte di tutti gli schieramenti) che sappia riconoscere e accettare gli errori, ma che sappia, ancor più, ripartire dagli stessi per non perseverare. È questo un invito alla magistratura, anche attraverso la propria partecipazione all’incontro indetto dalla Camere penali per mercoledì prossimo a Torre Annunziata, a ritrovare con gli avvocati un’unità di intenti intorno ai valori fondativi del sistema di giustizia penale conforme ai diritti umani. Mettiamo fine alle “contese” una volta per tutte e guardiamo all’oggetto del contendere che non può essere altro che il rispetto inflessibile, silente quanto rassicurante, delle regole del gioco.