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L’Italia è una Repubblica fondata sulle donne. Fin quando si scherza.

Comunicatore & anti-avvocato
L’Italia è una Repubblica fondata sulle donne. Fin quando si scherza.

Si fa presto a dire 8 marzo: festeggiare è sacrosanto, ricordarsi cosa si sta festeggiando probabilmente lo è di più. Poco più di un mese dopo l’elezione del nostro stimato Presidente Mattarella, a freddo, è giusto spiegare uno dei motivi per cui la sua riconferma rappresenta, in realtà, l’ultimo (a livello cronologico) grande fallimento della politica e della società italiana. Il Parlamento ha sbagliato non uno ma due rigori a porta vuota. Il primo penalty fallito consiste nel non aver avuto il coraggio, per l’ennesima volta, di eleggere una donna Presidente della Repubblica; non solo non lo abbiamo fatto ma abbiamo spedito nel tritacarne mediatico alcune delle candidature femminili di più alta levatura attualmente esprimibili dal nostro Paese: la Direttrice del DIS, la Ministra della Giustizia e la Presidente del Senato (seconda carica dello Stato). La seconda concreta occasione gettata alle ortiche si è materializzata quando si sarebbe potuto eleggere Mario Draghi al Quirinale, mettendo al suo posto la prima Presidente del Consiglio donna d’Italia. Questo scenario sarebbe stato un risultato, per certi versi, ancora più dirompente del primo perché Palazzo Chigi è, per le donne italiane, il tabù dei tabù. Il Quirinale viene sempre inteso, erroneamente, come un’istituzione di rappresentanza e più “soft”, mentre il Governo raffigura il massimo della virilità politica a cui si possa mai aspirare. Nessuno dei due “rosei” scenari si è verificato e, invece di assistere finalmente ad una svolta progressista, abbiamo visto l’ennesimo teatrino istituzionale con tutti i grandi elettori ad applaudire (record per numero di applausi) il Presidente Sergio Mattarella, dopo averne totalmente disatteso la chiara volontà di evitare un imbarazzante secondo mandato. Imbarazzante per il sistema, non per lui. La mancanza di lungimiranza della politica nostrana e la totale assenza di dialogo sul tema dell’elezione del Capo dello Stato hanno raggiunto l’apice con il Mattarella bis.

Per fortuna, al destino non manca mai un tocco d’ironia. A Palazzo Chigi, i partiti non sono riusciti a far succedere al Presidente Draghi la prima donna “Premier” ma nella BCE questo è già avvenuto: come sappiamo, infatti, a Mario Draghi è subentrata la Presidente Lagarde, avvocata parigina già direttrice del FMI. Ma non solo: ad ereditare la guida del Parlamento Europeo del compianto Presidente Sassoli è stata, di recente, la maltese Roberta Metsola. In Europa, i più grandi italiani vengono sistematicamente sostituiti da grandi europee, la legge del contrappasso. Per la prima volta nella storia, le tre principali cariche europee (Parlamento, Commissione e BCE) sono guidate da donne. La distanza, a livello di gender equality, tra la migliore Europa e l’Italia è siderale. L’Inghilterra, oltre alla Regina Elisabetta II (il Capo di Stato più longevo della storia), ha già avuto due Primi Ministri donna (Thatcher, May); in Germania, si è da poco conclusa la lunga era politica della Cancelliera Merkel; Svezia, Finlandia, Norvegia, Estonia, Lituania, Danimarca sono tutte democrazie che hanno già avuto Capi di Stato o di Governo donna. In Italia, invece, attualmente l’unica leader di Partito che può aspirare alla guida di Palazzo Chigi è Giorgia Meloni. Cosa aggiungere?

In realtà, anche sulle leadership femminili europee ci sarebbe molto da dire. Non servono grandi analisti politici per notare che quasi tutte le leader europee sopracitate sono accomunate da “un piccolo dettaglio”: il loro orientamento conservatore. Terribile ammetterlo, ma è così: in Europa raggiungono il potere quasi sempre quelle donne che, più o meno consciamente, tutelano il modello patriarcale. Illuminante sul tema è il contributo di Davide di Maio, il quale ricorda una delle principali risposte a questo fenomeno: il “Glass cliff”, il “precipizio di vetro”. Una bislacca dinamica politica che consiste nell’affidare la responsabilità di governare ad una donna nei periodi storici più critici, come accaduto a Christine Lagarde (nominata a capo del FMI, nel 2011, in piena crisi economica), a Theresa May (che, nel 2019, non è riuscita nella complicatissima impresa di far adottare dai Comuni il suo accordo per la Brexit, vedendosi dunque costretta ad abbandonare la guida del Partito Conservatore) e a Ursula von der Leyen (giunta alla presidenza della Commissione Europea dopo un’elezione marcata dall’affermazione dei partiti più euroscettici in Europa). In buona sintesi, a ottenere la leadership sono quasi sempre donne con profili conservatori e tendenzialmente ostili ai diritti conquistati dalle donne stesse: non solo Giorgia Meloni e Marine Le Pen, ma anche la Presidente Metsola che da neo-eletta, è subito corsa ai ripari riducendo le sue storiche posizioni anti-abortiste a opinioni personali.

L’Italia del 2022 è un Paese in cui i luoghi comuni, anche e soprattutto l’8 marzo, spadroneggiano. Un Paese in cui il femminismo è sotto bersaglio di continuo ma in pochi sanno di cosa stanno parlando. Femminismo non è, banalmente, il contrario di maschilismo; si tratta di un movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, nato alla fine del XVII secolo, che ha preso impulso soprattutto nella Rivoluzione Francese;  il maschilismo, come spiega la scrittrice e giornalista Jennifer Guerra, è un informe atteggiamento culturale, mentale e sociale che crede nella superiorità biologica e morale dell’uomo sulla donna. Quel pensiero dominante in cui le femministe appaiono come una “lobby di gattare” è totalmente privo di fondamento storico e politico e denota, peraltro, una profonda ignoranza sulle lotte concrete e vitali portate avanti da Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft, le Suffragette, Betty Friedan. Personalità tragicamente sconosciute ai più.

L’Italia del 2022 è un Paese in cui (udite, udite) affidiamo l’avanguardia gender a Sanremo, ai monologhi eleganti di Drusilla Foer a fine serata, alle artiste che distribuiscono equamente i mazzi di fiori ricevuti da Amadeus ai colleghi maschi. Tutto condivisibile: l’arte deve fare la sua parte (e la fa) perché, da quando esiste l’umanità, gli artisti riescono a vedere il futuro prima degli altri. Ma, fin quando la parità dei sessi avrà briciole di eco sul palco dell’Ariston mentre le donne continueranno ad essere equiparate ad oggetti di design nei partiti (perché di questo stiamo parlando), saremo ben lontani dal permetterci il lusso di partire da zero. L’editoria ed il giornalismo, peraltro, non se la passano meglio dei partiti politici: Monica Maggioni è diventata la prima direttrice del telegiornale di Rai1 nel 2021, dopo 67 anni dalla fondazione della tv di Stato. Bene, tuttavia la saltuaria centralità giornalistica di figure come Gabanelli, Annunziata, Gruber, Schianchi, Cuzzocrea sembra più il frutto della statistica che la logica conseguenza di un sistema mediatico in salute e profondamente imperniato nella meritocrazia. Nel campo dell’editoria, il 78% dei posti dirigenziali è costituito da uomini, c’è una sola Direttrice responsabile di un quotidiano nazionale, Agnese Pini (La Nazione); il Corriere della Sera, primo quotidiano in Italia, ha firme maschili per oltre il 70%. Non meraviglia dunque la gaffe di Beppe Severgnini che, parlando a “8 e mezzo”, lo scorso novembre, del potenziale politico dei Ferragnez, ha qualificato come “carina” la più importante influencer italiana. Aldilà dei pareri soggettivi su Chiara Ferragni, vedere un giornalista del calibro internazionale di Severgnini che, con tanta leggerezza, banalizza una delle donne italiane più apprezzate al mondo, rattrista.

L’Italia del 2022 è quel posto in cui “perfino” l’omosessualità maschile ha ragion d’essere: perché, in fondo, come dar torto ad un uomo che desidera un altro uomo? Ma quella femminile, sintetizzabile in una non madre che desidera una femmina, rappresenta l’Anticristo.

L’Italia del 2022 è un Paese in cui la cultura cattolica non solo ha ancora un ruolo decisivo nella cristallizzazione di stereotipi anacronistici profondamente ingiusti ma, spesso e volentieri, offre il fianco a quella folle convinzione, ormai di dominio pubblico, secondo cui le donne in realtà nascano già predestinate a convivere con il dolore. Icastico, sul punto, è il passo della Bibbia dedicato ad Eva: “partorirai con dolore”. In realtà, nella Genesi, come chiarisce Erri De Luca, la parola èztev significa sforzo, fatica, affanno, non dolore. C’è una bella differenza. Un errore di traduzione che, tuttavia, sta costando più del previsto.

Neanche il panorama sanitario è immune dalle discriminazioni di genere e non si tratta solo dei significativi disagi causati alle donne dalla lacunosa gestione degli obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie. Il quadro è ancora più complesso. Sul punto, ancora J. Guerra spiega che: “Secondo uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine, le donne hanno sette volte le probabilità di un uomo di ricevere una diagnosi errata e di essere dimesse dal pronto soccorso durante un infarto perché manifestano, generalmente, dei sintomi diversi da quelli maschili, e i medici non sono in grado di riconoscerli perché i loro studi si basano sui sintomi che presentano gli uomini. Per questo le donne con meno 50 anni hanno il doppio delle possibilità di morire d’infarto rispetto a un uomo della stessa età. Lo stesso problema si presenta anche nella farmacologia. Come sottolineato dal rapporto Prospettive di genere e salute. Dalle disuguaglianze alle differenze dell’Università degli Studi di Torino, la maggior parte dei farmaci vengono testati sull’idealtipo maschio di 70 chili e i dosaggi consigliati fanno riferimento a questo standard, anche se donne e uomini hanno diverse capacità di metabolizzare i principi attivi. Ne consegue che gli effetti collaterali vengono subiti più dalle donne che dagli uomini”.

In uno scenario simile, ci rendiamo subito conto di quanto impegno politico realmente occorra e di quante donne in politica ci sia bisogno. Altro che conservatori, altro che “politically correct”, altro che secondari scranni di segreterie regalati da magnanimi colleghi uomini. Se della sensibilizzazione sull’endometriosi, sulla vulvodinia, sui congedi lavorativi in caso di mestruazioni dolorose, del linguaggio dei testi scolastici con cui vengono cresciuti bambine e bambini italiani non se ne occupa la politica, chi se ne deve occupare? Sanremo? Davvero?

L’8 marzo, in Italia assistiamo alla solita pantomima collettiva. Parte dalle prime ore dell’alba quella fastidiosa retorica che mette in scena il festival dell’ovvio (a trazione maschilista ma non solo): tra una mimosa e l’altra, si sentono riecheggiare frasi inconfondibili, “le donne sono superiori”, “una volta comandavano gli uomini ora comandano le donne”, con risate gracchianti a seguire. Ma se, per caso, una malcapitata qualsiasi presente allo show, colpevole di essere pensante, reagisce dissentendo, ecco che subito partono i cori che rispettosamente la archiviano come rompicoglioni, isterica, femminista, una delle tre o tutte e tre.

Le mimose ed i fiori non hanno colpe storiche, non c’è motivo di privarsene; ma, alla luce di tutto ciò, nel dubbio, la sera dell’8 marzo, un bel libro di Carla Lonzi ed una birra sulla poltrona sarebbe il miglior modo per festeggiare la ricorrenza. Converrebbe anche andare a letto presto e riposare perché dal 9 marzo, come ogni anno, riparte la vera lotta al patriarcato. Una di quelle lotte in cui la società civile dovrà fare a meno della politica italiana. Una delle tante.

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