Il professor Rocco Romeo, docente dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, dialoga con il professor Daniele Castrizio, ordinario dell’Università degli Studi di Messina, sui misteri, la storia e l’identità dei due capolavori dell’arte greca
Ci sono opere che appartengono alla storia dell’arte e altre che, superando i confini del tempo, diventano parte della coscienza collettiva di un popolo. I Bronzi di Riace appartengono a questa seconda, rarissima categoria. Non sono soltanto due straordinarie testimonianze della scultura greca classica: rappresentano un ponte fra civiltà, un enigma archeologico ancora capace di interrogare gli studiosi e, soprattutto, uno dei simboli più potenti dell’identità culturale della Calabria e dell’intero Mediterraneo.
Il professor Rocco Romeo, docente dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, e il professor Daniele Castrizio, ordinario di Numismatica presso l’Università degli Studi di Messina, saranno i protagonisti dell’incontro accademico dedicato ai Bronzi di Riace, in programma sabato 22 agosto 2026, alle ore 19.00, presso l’Ex Convento dei Minimi di Roccella Ionica. Un dialogo tra due docenti universitari che, attraverso prospettive disciplinari differenti e complementari, affronteranno la storia del ritrovamento, le caratteristiche artistiche e tecniche delle due statue, le più recenti interpretazioni scientifiche e il valore identitario che i celebri guerrieri rivestono per la Calabria, per l’Italia e per l’intero patrimonio culturale mediterraneo.
Il mare restituisce la storia
Il 16 agosto 1972, nelle acque antistanti Riace Marina, il mare restituì alla storia due figure maschili in bronzo, sopravvissute per circa duemilacinquecento anni alle vicende umane, alle trasformazioni politiche e alle fratture della memoria. Le statue, rinvenute a circa otto metri di profondità, furono convenzionalmente denominate Bronzo A e Bronzo B. Alte rispettivamente 1,98 e 1,97 metri, raffigurano due uomini barbati, possenti e nudi secondo il codice della nudità eroica, originariamente dotati di armi e attributi oggi perduti. Il loro ritrovamento costituisce uno degli eventi archeologici più rilevanti del Novecento.
La loro eccezionalità non risiede soltanto nella bellezza formale. Delle grandi statue bronzee prodotte nel mondo greco sono sopravvissuti pochissimi esemplari: molte opere furono rifuse nel corso dei secoli, perdendo per sempre la propria consistenza materiale. I guerrieri di Riace ci consentono, dunque, di osservare direttamente il livello altissimo raggiunto dagli artisti dell’antichità nella rappresentazione del corpo umano e nella lavorazione dei metalli.
La tensione dei muscoli, la posizione delle gambe, la torsione impercettibile del busto, il ritmo anatomico e l’intensità degli sguardi costruiscono una presenza che sembra sottrarsi all’immobilità della materia. Il bronzo diventa corpo, respiro, carattere. La compostezza delle figure non è assenza di movimento, ma energia trattenuta: è il momento sospeso che precede l’azione. Anche i raffinati inserti polimaterici — il rame utilizzato per alcuni particolari anatomici, i materiali impiegati per gli occhi e i denti e le differenti lavorazioni delle superfici — testimoniano una sapienza tecnica che unisce arte, conoscenza anatomica e dominio della fusione a cera persa. I Bronzi non furono concepiti come immagini monocrome e lontane dalla realtà, ma come presenze visive complesse, capaci di esercitare sullo spettatore antico una forza quasi teatrale.
Un mistero ancora aperto
Nonostante decenni di studi, interrogativi fondamentali rimangono senza una risposta definitiva. Chi raffigurano i due guerrieri? Chi li realizzò? Facevano parte di un unico gruppo statuario? Da quale città provenivano? Quale viaggio stavano compiendo prima di finire nelle acque della costa ionica calabrese? Le numerose ipotesi formulate nel tempo dimostrano che l’archeologia non è una disciplina immobile, ma un campo di ricerca vivo, alimentato dal confronto tra fonti letterarie, indagini archeometriche, osservazione stilistica, iconografia, numismatica, restauro e nuove tecnologie.
In questo lungo percorso scientifico si inserisce l’attività del professor Daniele Castrizio, tra i più autorevoli studiosi italiani dei Bronzi di Riace e autore di numerose ricerche e pubblicazioni dedicate ai due celebri guerrieri. Attraverso l’esame degli attributi mancanti, delle testimonianze antiche e dei confronti iconografici e numismatici, Castrizio ha avanzato una suggestiva proposta interpretativa: i due guerrieri potrebbero essere identificati con Eteocle e Polinice, i figli di Edipo destinati a uccidersi reciprocamente nella contesa per il dominio di Tebe, all’interno di un gruppo statuario attribuibile a Pitagora di Reggio. Si tratta di un’ipotesi scientifica che, come ogni proposta di identificazione, deve essere considerata nel quadro di un dibattito ancora aperto. Proprio questa pluralità di letture costituisce uno degli aspetti più affascinanti dei Bronzi: essi continuano a generare conoscenza, a sollecitare domande e a mettere in dialogo discipline diverse.
Dal patrimonio custodito al patrimonio vissuto
I Bronzi di Riace non possono essere considerati soltanto oggetti museali, per quanto straordinari. Essi sono una risorsa educativa, civile, culturale ed economica. Parlare dei Bronzi significa interrogarsi sul rapporto tra tutela e valorizzazione, tra ricerca universitaria e divulgazione, tra museo e territorio. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, nel quale sono custoditi, rappresenta il centro di un possibile sistema culturale capace di collegare archeologia, paesaggio, architettura, università, scuola e turismo. La Calabria possiede un patrimonio che non deve essere percepito come una gloria isolata, ma come il principio generatore di una nuova visione territoriale. La valorizzazione culturale non può limitarsi alla promozione occasionale di un’immagine. Richiede infrastrutture, accessibilità, programmazione, formazione professionale e continuità istituzionale. Richiede, soprattutto, la capacità di trasformare il patrimonio in conoscenza condivisa.
Un’opera è veramente tutelata quando una comunità ne comprende il valore, la riconosce come propria e la trasmette alle generazioni future. In questa prospettiva, i Bronzi possono diventare il fulcro di una narrazione mediterranea della Calabria: una terra che non occupa una posizione marginale, ma si trova al centro di antiche rotte, scambi culturali e processi di civilizzazione. La Magna Grecia non è una formula da consegnare nostalgicamente al passato; è una chiave attraverso cui elaborare una moderna strategia di sviluppo culturale.
L’incontro accademico di Roccella Ionica
A questi temi sarà dedicato l’incontro pubblico “I Bronzi di Riace. Un mistero lungo 2.500 anni – Nuove interpretazioni, storia e identità dei capolavori dell’arte greca”, in programma sabato 22 agosto 2026, alle ore 19.00, presso l’Ex Convento dei Minimi di Roccella Ionica. Protagonista dell’incontro sarà il professor Daniele Castrizio, ordinario di Numismatica presso l’Università degli Studi di Messina, con il quale dialogherà il professor architetto Rocco Romeo, docente dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, organizzatore dell’iniziativa.
Il confronto offrirà l’occasione per ripercorrere la storia del ritrovamento, approfondire le caratteristiche artistiche e tecniche delle due statue e presentare al pubblico le più recenti linee interpretative. Il seminario intende aprire il sapere accademico alla comunità e favorire il confronto con cittadini e studenti. L’università, infatti, realizza pienamente la propria missione quando non rimane chiusa nei luoghi specialistici della ricerca, ma restituisce al territorio strumenti di comprensione critica.
L’iniziativa è stata ufficialmente presentata anche sul sito istituzionale dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, che sottolinea il valore storico e archeologico dei Bronzi, il loro rilievo nel patrimonio culturale italiano e internazionale e il ruolo centrale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria nella valorizzazione del territorio. I due guerrieri riemersi dal mare continuano così il loro viaggio. Non conosciamo con certezza il luogo dal quale partirono né la destinazione verso cui erano diretti. Sappiamo, tuttavia, che oggi appartengono alla memoria dell’umanità. Custodirli significa proteggere la materia; studiarli significa restituire loro una voce; trasformarli in occasione di educazione, cultura e sviluppo significa dare un futuro alla loro bellezza.
© Riproduzione riservata