Con Augusta Montaruli, vicecapogruppo alla Camera per Fratelli d’Italia e vicepresidente della Commissione Vigilanza Rai, abbiamo affrontato il caso Ranucci-Lavitola.

Onorevole, non c’è il rischio che la vicenda Ranucci si trasformi in un processo politico prima ancora che si siano pronunciati gli inquirenti?
«Il processo è quello che è stato fatto in prima visione tv dallo stesso Ranucci nei confronti di esponenti anche del nostro partito, richiamandoli per nome e cognome e a sproposito, mentre parlava pure dell’attentato subito, un attentato che ora si scopre fatto dal suo amico, addirittura fraterno, Lavitola, per sua stessa ammissione. Ancora aspettiamo le scuse, e non solo da lui».

Dove finisce il giornalismo d’inchiesta e dove comincia l’insinuazione? È questo, oggi, il vero problema di Report?
«Quando non si verificano le fonti non è inchiesta, ma attacco puro. La storia del sondaggio, guarda caso nel campo del centrosinistra, se confermata, sarebbe solo una riprova dell’assenza di imparzialità di soggetti il cui atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e che confondono se stessi con il programma. Ma d’altra parte, quando ci si paragona a Mattarella o Borsellino, viene il sospetto che esista una sorta di mitomania o qualcosa nell’ego che è andato ben oltre il dovere di condurre un programma secondo verità, pluralismo e umiltà e che verosimilmente se solleticato può indurre a ritenersi altro da quello che in realtà si è. In ogni caso noi conosciamo la distinzione tra Report e Ranucci; non so se la conosce lui».

Se un conduttore del servizio pubblico diventa lui stesso protagonista della cronaca politica, può ancora essere considerato un arbitro credibile del racconto che porta in tv?
«Se sa distinguere i due aspetti, a mio giudizio sì; non credo sia il caso di Ranucci, francamente, non per le sue idee politiche, che ignoro, quanto nel modo di condurre quelle che lui chiama inchieste e che troppo spesso si sono rivelati essere teoremi infondati».

Si può ancora parlare di autonomia di Report se la Rai è costretta a verificare fino in fondo ciò che accade dentro e intorno al programma, giusto?
«La Rai deve verificare, perché il servizio pubblico ha come prima missione essere rappresentativo di tutti senza cedere a faziosità, tanto più se fondata sul falso-patacca».

Lei chiede la rimozione di Ranucci: la sua richiesta si basa su responsabilità già accertate o ritiene che, per un volto del servizio pubblico, siano sufficienti comportamenti e vicende che insinuino un dubbio di opportunità?
«Per me è la Rai che decide. Non è compito della politica scegliere presentatori e giornalisti, ma è prerogativa della politica dire che è inaccettabile che un servizio di tutti si trasformi in un volano di suggestioni e fake news. In un momento in cui, specialmente attraverso i social media, si creano notizie verosimili ma false per distruggere le persone, la Rai dovrebbe essere un caposaldo di verità e quindi di democrazia. Chi rema contro questa funzione dovrebbe rimanere fuori, e la Rai ha strumenti e mezzi per decidere in maniera equilibrata. Chi lavora molto non è esente da errore e deve avere la possibilità di riparare. Ma è il meccanismo per il quale la suggestione diventa meccanismo patologico per creare false notizie che non dovrebbe essere riconosciuto come giornalismo perché non è compatibile con la professionalità che il giornalismo richiede. Ma anche in questo caso è chi fa informazione che dovrebbe delineare la linea di confine e le conseguenze che derivano dal travalicarla».

Non pensa che il modo più serio di difendere il giornalismo d’inchiesta sia smettere di confondere il diritto di accusare con il diritto di non dimostrare ciò che si afferma?
«Questa distinzione è essenziale ma è ancor più importante che la facciano per primi i giornalisti allontanando chi usa non il metro della verità, ma quello della suggestione. Molti lo fanno, anche in Rai; sono loro il punto di riferimento per gli italiani, per la loro informazione e libertà».

Aldo Grasso sul Corriere della Sera si chiede cosa significhi per un giornalista d’inchiesta intrattenere rapporti con gente di quel mondo così opaco?
«Saper verificare la veridicità di quanto quel mondo può, in ogni forma, comunicare».