Campo largo
Campo sfaldato sull’Ucraina: l’alleanza nel 2027 traballa, Calenda apre ai riformisti dem
Il campo largo non è ancora partito e forse non partirà mai. Conte ha lanciato la granata che potrebbe decretare la fine del polo progressista di sinistra. I nodi, almeno quelli già arrivati al pettine, sono tre: chi guiderà la coalizione del campo riformista, cosa fare con l’Ucraina e mettere mano al portafogli europeo per riarmare l’Europa. Insomma, non proprio questioni leggere.
Prima di passare in rassegna le dichiarazioni della politica, occorre buttare sul tavolo una riflessione. Guardando gli indici di gradimento dei leader, Conte è quasi al pari di Meloni, mentre la segretaria dem rincorre. Con lei il Partito democratico si è spostato ancora più a sinistra; la sovrastruttura (le idee) pare essere più importante della struttura (i fatti). Anche perché, bisogna dirlo, sulle grandi questioni internazionali il Pd vota come Fratelli d’Italia, che porta avanti la linea Draghi: atlantisti, europeisti, filo-Kyiv. E ancora, Conte e Schlein dall’opposizione non perdono occasione di mandare alle agenzie dichiarazioni forti, che stimolano la pancia del Paese, ma poi sul piano pratico della questione gli esponenti del campo largo divergono su tutto.
Da un lato l’avvocato chiede le primarie, forte del suo indice di gradimento (dal 30 al 35%), mentre la segretaria dem non si esprime in modo chiaro sulla questione. La scintilla che ha scatenato l’implosione del campo largo è stata una dichiarazione di Conte che, riferendosi al nodo Ucraina, ha dichiarato: «Lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani». E ha rincarato la dose aggiungendo: «Daremo il nostro voto per aiuti e sanzioni economiche ma non voteremo a favore degli aiuti militari. Mi sembra che l’Ucraina abbia un arsenale militare super attrezzato, ci sono anche componenti di destra estrema e già c’è un mercato, ci si chiede che fine facciano quelle armi».
Con queste parole il leader del 5S ha dato prova agli osservatori di quanto sia fragile il campo progressista. In serata arriva la replica di Schlein: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». «Una campagna elettorale sul disarmo di Kyiv vuol dire armare Putin e allontanare una pace giusta», tuona il segretario di +Europa, Riccardo Magi. Sulla faccenda interviene anche il suo compagno di partito e deputato, Benedetto della Vedova: «Qui si tratta di agenda anti-Ucraina e Conte sta lanciando una sfida suicida per la futura coalizione». Matteo Renzi accetta la sfida lanciata dal leader pentastellato e gli ricorda che «le idee si difendono ai gazebo, non con i proclami. Vogliamo vincere le secondarie per evitare Meloni al Quirinale, Salvini al Viminale e Vannacci premier». E propone un patto di ferro da sottoscrivere. In questa situazione, la nota politica è la tenuta della coalizione, quindi accettare il candidato che verrebbe scelto a queste ipotetiche «primarie».
Il colpo di grazia lo dà Carlo Calenda, segretario di Azione: «I riformisti del Pd vengano a costruire con noi il polo europeista di centro. Conte dice buffonate sulla pelle del popolo ucraino e la sua linea è incompatibile con il Pd». Quanto al riarmo europeo Conte è contrario, Schlein è critica, ma i suoi «riformisti» sono a favore. Il futuro delle relazioni tra Ucraina, Europa e Russia sarà tutto da riscrivere al termine delle ostilità, ma le elezioni si avvicinano e la politica estera la detta Palazzo Chigi, non il leader del M5S «and friends». Come ricorda il detto, l’importante è che se ne parli. Non importa se bene o male, di Conte.
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