La circolare
Carabinieri, il ricambio generazionale e le troppe registrazioni in caserma contro colleghi e superiori: scatta il “bavaglio” ed esplodono le polemiche
Registrare di nascosto una conversazione con un collega può diventare una “violazione grave” dei doveri di lealtà e correttezza, con conseguente sanzione disciplinare e penalizzazione della carriera. È quanto prevede una direttiva del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri emanata il mese scorso. Il provvedimento ha immediatamente provocato la reazione del Sindacato dei Militari, che ha accusato i vertici dell’Arma di aver introdotto un “bavaglio” nei confronti del personale.
Ma perché il Comando Generale ha sentito il bisogno di intervenire con questa direttiva? Se si arriva addirittura a sottolineare la rilevanza disciplinare delle registrazioni, è ragionevole pensare che nelle caserme il fenomeno dilaghi e tutti si registrino a vicenda. La causa sarebbe il “ricambio” generazionale. Le nuove leve dell’Arma sono cresciute con lo smartphone in mano, in un mondo nel quale registrare una conversazione o filmare un episodio è la prassi. Sono poi cambiati anche i rapporti con i superiori, sempre più complicati, e i codici di comportamento che per anni hanno accompagnato la vita militare. Per il giovane militare che ritiene di subire un sopruso, la registrazione, prima ancora che mettersi a rapporto, è dunque il modo più efficace per documentarlo.
Può però essere una grave violazione la registrazione effettuata per tutelarsi? Il codice penale esclude la punibilità della diffusione di registrazioni fraudolente quando derivi direttamente dal loro utilizzo in un procedimento o per l’esercizio del diritto di difesa. Ciò non significa che ogni registrazione sia lecita. La giurisprudenza richiede un concreto rapporto con la finalità difensiva. Una registrazione fatta per danneggiare un collega è una cosa; quella utilizzata per documentare un comportamento rilevante per la propria difesa è un’altra.
Secondo il Sindacato dei Militari, guidato da Luca Marco Comellini, la direttiva rischia di “scoraggiare” i carabinieri dal raccogliere prove quando ritengono di essere vittime di un comportamento illegittimo, costringendoli a subire in silenzio. “Abbiamo chiesto di ritirare la direttiva e abbiamo invitato le Commissioni Difesa di Camera e Senato e il ministro della Difesa Guido Crosetto ad aprire un’istruttoria”, ha commentato Comellini.
Se un militare sente comunque il bisogno di registrare il proprio superiore, qualcosa nei rapporti interni evidentemente non funziona. Sarebbe però altrettanto sbagliato pensare che la risposta possa essere soltanto: non registrate. La direttiva andrebbe letta anche al contrario: non solo come richiamo rivolto ai carabinieri, ma come fotografia dello stato dei rapporti all’interno dell’Arma. Sicuramente nelle caserme esiste un serio problema di gestione del personale, che non si risolverà soltanto con le sanzioni: la gerarchia non si tutela infatti vietando di registrare, ma facendo in modo che il carabiniere non senta il bisogno di farlo.
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