«Con il tetto sul prezzo della benzina e diesel, l’Eni ha messo a segno un’operazione simpatia, incassando la benevolenza del governo, il favore degli automobilisti, senza scalfire i propri conti, magari guadagnandoci pure», commenta lapidario Salvatore Carollo, una carriera in una delle principali multinazionali del settore Oil&Gas e oggi analista di trading energetico.

Solo un gruppo integrato sull’intera filiera, dal trading del greggio, alla raffinazione e retail, può permettersi un tetto ai prezzi. I piccoli distributori rischiano il fallimento.
«Presumo che Eni, la quale per risorse e competenze è strutturata per farlo, abbia adottato misure di hedging per coprire lo sconto».

Come?
«Supponiamo che il gruppo acquisti a termine 1 milione di barili di carta di greggio a 100 dollari il barile. Se a fine mese le quotazioni salgono a 110 dollari avrà guadagnato 10 milioni, senza alcun scambio fisico di merce. Visto che l’Eni copre circa il 25% del consumo di carburanti in Italia, a fine mese un aumento di 10% del prezzo del petrolio equivale all’incirca a un mancato guadagno di 3 milioni. Mentre ne ha intascati più di 3 volte con la parallela operazione finanziaria. Quindi la differenza sostanziale è che per l’Eni praticare un prezzo super-scontato sulle proprie reti, ha un peso minimo sul proprio equilibrio economico. Salvo poi applicare prezzi “di mercato” sul canale all’ingrosso dove si riforniscono i piccoli distributori, che non sono in grado di accedere al mercato del greggio (né fisico né future).  Non esiste un mercato a termine per i prodotti fisici come benzina, diesel, jet fuel. Poi Eni è blindata…».

Cioè?
«Dovesse registrare mancati guadagni, li trasferisce sotto forma di minori dividendi agli azionisti, all’azionista di riferimento (in mano pubblica oltre al 34% del capitale, ndr), che a sua volta si rivale sul contribuente. Quindi un grande beneficio di facciata al cittadino, al quale comunque verrà presentato il conto».

Al di là delle crisi di Hormuz, il nodo nei rincari dei carburanti è la carenza di infrastruttura di raffinazione che non si risolve con misure di tamponamenti?
«Per decenni, l’Europa ha ignorato – e tuttora evita di sollevare il dibattito – la crisi della raffinazione nel mondo occidentale che nasconde delle precise responsabilità di politiche industriali inadeguate. L’Italia è diventata un caso emblematico».

Trump ha appena minacciato il blocco delle esportazioni di diesel. Siamo scoperti?
«Per il 75% dei prodotti petroliferi consumati in Italia ci si approvvigiona sul mercato internazionale in competizione con compratori esteri e in particolare con gli Usa, che hanno un deficit strutturale di benzine di qualità. A parte gli impianti dell’Eni, 5 grandi raffinerie che operano in Italia sono passate in mano straniera. Il polo di Augusta, acquistato dalla compagnia petrolifera statale algerina, esporta quasi tutti prodotti pregiati verso l’Algeria. La Saras, ex gruppo Moratti, è di proprietà di Vitol, società internazionale di trading di materie prime. La raffineria di Falconara è passata a Socar, società petrolifera statale dell’Azerbaijan che ha insufficiente capacità di raffinazione in patria. La più grande raffineria in Italia a Priolo è in mano a Trafigura, società di trading e braccio operativo nell’aggressiva partita commerciale giocata a livello mondiale da Trump sui derivati del petrolio. Con il paradosso che, all’atto di cessione, è stata negoziata una generica restrizione sull’esportazione di prodotti senza specificare la tipologia. Sicché le benzine di qualità partono verso gli Stati Uniti e in Italia rimangono per essere commercializzati oli combustibili di minor valore».

Oltre a un cap al prezzo serve un cap all’export?
«Serve che il governo realizzi che si tratta di una questione di sicurezza nazionale di medio-lungo periodo. La mission dell’Eni non può limitarsi a portare dividendi e tasse nelle casse dello Stato, ma essere chiamata a partecipare alle scelte strategiche della politica energetica nazionale. Dalle estrazioni alla raffinazione. I carburanti sono qui ancora per almeno qualche decennio. Non si cancellano per decreto. La Spagna, modello energetico che piace molto agli ambientalisti, con Repsol, ha fatto scelte decisive a beneficio del Paese. Idem il Portogallo».

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