Price cap
Caro carburanti, la rabbia degli agricoltori torna a infiammare le strade italiane
Dalla Sicilia alle porte di Roma, la rabbia degli agricoltori torna a infiammare le arterie stradali italiane. Ancora una volta sono i trattori a farsi presidio di una vertenza socio-economica profonda, innescata dal repentino rialzo dei prezzi alla pompa del gasolio agricolo e per autotrazione. Una fiammata inflattiva che minaccia di travolgere un settore manifatturiero primario dai margini strutturalmente risicati e di estendersi all’autotrasporto, minacciando una reazione a catena sull’intera filiera agroalimentare e distributiva.
Dinnanzi all’impatto immediato sui costi fissi aziendali — dalla lavorazione dei suoli alla movimentazione delle merci — la reazione del mondo agricolo appare comprensibile. Tuttavia, l’analisi di questa nuova stagione di contestazioni richiede un approccio liberale, europeista e privo di tentazioni demagogiche. Non basta prendere atto del disagio sociale; occorre interrogarsi sulla sostenibilità dell’architettura economica dei mercati energetici e agricoli nazionali. La risposta tampone offerta da attori industriali come Eni, mediante l’introduzione temporanea di un tetto volontario sui prezzi di benzina e gasolio, fornisce un sollievo immediato ma parziale. Un price cap aziendale o statale non rappresenta una soluzione strutturale: la fissazione d’imperio dei prezzi rischia infatti di distorcere i segnali del mercato, disincentivare la concorrenza e ritardare gli investimenti strategici per la transizione.
La vera vertenza politica riguarda la capacità del Paese di affrontare i nodi della produttività e della sovranità energetica nel quadro dell’Unione Europea. Sotto il profilo della finanza pubblica e del diritto amministrativo, la questione dell’accisa mobile o del taglio delle imposte sui carburanti pone vincoli contabili ineludibili. Le risorse pubbliche non sono infinite e i sussidi indiscriminati ai fossili confliggono sia con la disciplina europea degli aiuti di Stato sia con gli impegni assunti nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR destina ingenti risorse alla modernizzazione tecnologica dell’agricoltura, all’efficienza energetica, al parco agrisolare e alla meccanizzazione sostenibile. La soluzione strutturale alle crisi cicliche delle materie prime risiede nell’accelerazione di questi investimenti, non nell’erogazione di aiuti a fondo perduto che rimandano soltanto la soluzione del problema. Al contempo, occorre superare le storiche inefficienze della catena del valore agroalimentare.
Il forte divario tra il valore riconosciuto al produttore all’origine e il prezzo corrisposto dal consumatore finale alla grande distribuzione segnala asimmetrie informative e distorsioni di mercato che penalizzano le micro e piccole imprese. Più che invocare barriere protezionistiche contro le importazioni europee o extra-UE — tentazione regressiva e contraria ai principi del libero scambio e del mercato unico — le associazioni di categoria e le istituzioni dovrebbero promuovere una maggiore aggregazione dell’offerta, l’integrazione della filiera e l’adozione di strumenti contrattuali più equi e trasparenti. La protesta dei campi rappresenta un campanello d’allarme che la politica non può ignorare o trattare con interventi d’emergenza a pioggia. Per garantire la competitività del settore primario e difendere il potere d’acquisto dei cittadini serve una visione riformista e modernizzatrice.
Occorre ridurre la pressione fiscale generale sui fattori produttivi, sburocratizzare l’accesso ai fondi comunitari, favorire l’innovazione tecnologica e completare la transizione energetica per affrancare definitivamente il sistema economico dalla volatilità dei combustibili fossili. Solo coniugando disciplina di bilancio, apertura ai mercati ed efficienza amministrativa l’Italia potrà trasformare una crisi contingente in un’opportunità di crescita duratura.
© Riproduzione riservata






