Alla fine ha deciso Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio. Che nelle ultime 36 ore ha fatto tre mosse che hanno messo la pallina della crisi, ancora ferma nella buca di una difficile trattativa, sul piano inclinato. Due sono dichiarazioni ufficiali. La prima è uscita lunedì mattina sui giornali, veicolata dal suo portavoce con cui si spiegava che andando in aula «possiamo asfaltare Matteo Renzi e Italia viva». La seconda è di ieri, fine mattinata, quasi ora di pranzo: «Se Renzi si sfila, per il presidente Conte non sarà più possibile una maggioranza con Italia viva». Tutto è pianificato in queste ore. Una guerra di nervi. E di veline. Ne è prova il fatto che l’aut-aut di Conte rimbalza sulle agenzie di stampa e poi sui media, deputati e senatori 5 Stelle sono pronti in coro: «Mai più al governo con Italia viva».

La terza mossa è un “si dice” che trapela in diversi capannelli parlamentari, tra Camera e Senato, tra le 17 e le 19: Giuseppe Conte avrebbe in queste ore depositato il simbolo di un proprio partito che si chiamerebbe “Insieme”. Ora, quest’ultima cosa è bene prenderla con le molle perché sono ore di maionese impazzita da cui non è affatto chiaro cosa possa venir fuori. Ore in cui un po’ tutti, non solo gli indiscussi protagonisti Conte e Renzi, stanno facendo filtrare indiscrezioni utili a una parte o all’altra di quello che è comunque l’ultimo atto di una partita durata fin troppo. Una partita che non prevede pareggio. Perché è chiaro al di là delle tante ragioni che Italia viva ma anche il Pd, in modo più timido e silenzioso, hanno messo sul tavolo in questo mese per uscire dall’immobilismo del governo Conte e andare oltre le politiche “assistenzialiste” e “giustizialiste” di stampo grillino, quello che è sulla scena negli ultimi giorni è lo scontro tra Renzi e Conte. E l’obiettivo è chiaro: uno dei due non va al turno successivo.

La prosecuzione quindi è ormai segnata. L’esito ancora incerto. Stamani le ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti dovrebbero dare le dimissioni. Lo show down è previsto in una conferenza stampa annunciata nell’arco della mattinata a cui sarà presente Matteo Renzi. «Io non volevo far fuori Conte, ma me stesso da questo governo. Ormai ci siamo. Non ci metto la faccia sullo spreco di denaro pubblico» ha spiegato Renzi ieri nel tardo pomeriggio parlando al Senato durante una pausa dell’aula. Conte ha alzato molto l’asticella. Delle due l’una: o è un bluff o ha chiuso con successo la raccolta dei Responsabili.
Dietro entrambe queste ipotesi Renzi vede la regia della coppia Casalino-Travaglio. Il senatore è convinto della seconda: «Evidentemente hanno i numeri per andare avanti, prenderanno anche qualcuno dei miei… pazienza, me ne andrò all’opposizione».

Sui Responsabili al Senato, quella ventina di senatori pronti a sostituire in maggioranza i 18 di Italia viva, sono state scritte paginate su paginate in questi giorni di vacanza. Gli azionisti di maggioranza sono due, la senatrice Lonardo e il senatore Fantetti, entrambi ex di Forza Italia e ora nel Misto. Da settimane, immaginando che prima o poi sarebbe arrivato lo show down, tengono in caldo un progetto che si chiama “Italia 23”, un nuovo gruppo o componente (il simbolo sarebbe quello del Maie) che ha la missione di portare la legislatura al 2023. Anche ieri sono fioccate sonore smentite su ogni ipotesi di progetto Responsabili. La voce più veicolata racconta di «un gruppo di senatori di Forza Italia che si staccherebbero con il via libera di Berlusconi per dare l’appoggio, magari anche esterno, al Conte ter». Ipotesi smentita seccamente e con fastidio dal quartier generale di Forza Italia: «Voci che mettono in giro per spaventare Renzi. Non è vero».

Nella chat dei 5 Stelle, solerti nel dire «mai più con Italia viva» c’è invece una voglia matta di responsabilità. Parlamentari come Vaccaro, Dessì, Puglia e tanti altri non hanno dubbi nel dire «abbiamo governato con Salvini perché non possiamo farlo con i Responsabili?».

A proposito di responsabilità, Italia viva ha assicurato il proprio voto ieri sera in Consiglio dei ministri sul Recovery plan che è stato modificato così come Iv chiedeva e sul decreto Ristori. Guai mettere in difficoltà il cammino già difficile e doloroso dell’Italia. Non solo, Renzi ieri ha chiamato il ministro Speranza e ha garantito l’appoggio di Iv quando oggi verrà a spiegare le misure del nuovo Dpcm.

Il punto è cosa succede dopo. Il Pd non si arrende alla fine dell’esperienza giallo-rossa. È almeno da settembre che i gruppi parlamentari dem lavorano al rimpasto di governo. Il timing è quello previsto, “tra la Befana e metà gennaio”. Il pressing di Italia viva in queste settimane è servito a molti. Solo che Renzi ha puntato fin da subito ad un nuovo governo, un nuovo premier con la stessa maggioranza. Il Pd al Conter ter convinto che solo Conte può tenere unito il Movimento che è maggioranza in Parlamento ma totalmente fuori controllo. Sarebbe stata in entrambi i casi una crisi pilotata. Con esiti e protagonisti diversi. Questa divergenza non ha mai provato a coincidere e la situazione è scappata di mano. Cosa succede adesso è ancora un rebus. Ieri pomeriggio i vertici dem, Zingaretti, Franceschini, Orlando, Delrio e Marcucci, si sono riuniti per ribadire la «contrarietà all’apertura di una crisi». Per Zingaretti è ancora possibile «approvare la bozza del Recovery Plan modificata con il contributo delle forze politiche, avviare il percorso parlamentare e impegnarsi per attivare in fretta le misure per il rilancio, l’economia, il lavoro». E poi, «subito, tra oggi e domani, su proposta del Presidente Conte si discuta e si approvi il patto di legislatura per affrontare i problemi aperti e per rilanciare l’azione di governo». Un appello che sembra però arrivare fuori tempo massimo.

Il Pd resta quindi su Conte sebbene ci siano ipotesi di tentare un altro premier politico per dare alla maggioranza ancora più forza. Si fanno i nomi di Guerini, Franceschini, lo stesso Di Maio. Conte ha già deciso «mai più Iv nel governo». Renzi immagina invece la conta in aula. «Penso che il premier sostituirà le ministre di Italia viva e poi andrà alle Camere per chiedere la fiducia. Non so se prima si recherà al Quirinale». Difficile che Conte si dimetta. A meno che il rimpasto, come vuole il Pd, vada ben oltre le tre caselle di Iv. Tutto adesso passa nelle mani del Presidente Mattarella.