Due rinvii a giudizio al mese, di cui peraltro si ignora l’esito. Per anni è stato ripetuto come un mantra che la corruzione rappresenta una delle principali emergenze del Paese. Poi arrivano i numeri, forniti dall’Anac, e tutto cambia.

L’ultimo rapporto dell’Authority, pubblicato domenica scorsa in esclusiva dal Corriere e, stranamente, non ripreso da alcun giornale, registra appena 141 procedimenti penali comunicati dalle Procure riguardanti fenomeni corruttivi in appalti pubblici nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2020 e il 15 maggio 2026. Tradotto: poco più di due procedimenti al mese in un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti e con centinaia di magistrati e decine di migliaia di appartenenti alle Forze di polizia “impegnati” quotidianamente nelle indagini sui reati contro la Pubblica amministrazione. Di questi 141 procedimenti, che hanno coinvolto complessivamente 994 persone, 490 imprese e 212 stazioni appaltanti, si sconosce, come detto, quanti si siano conclusi con una sentenza definitiva di colpevolezza, quanti con assoluzioni e quanti siano invece ancora pendenti.

I dati territoriali, inoltre, ridimensionano ulteriormente l’idea di una corruzione diffusa ovunque. Quasi un quarto dei procedimenti riguarda la Sicilia, il 18% la Campania, il 10,4% la Lombardia e il 9,6% il Lazio. Alcune regioni registrano addirittura zero o un solo caso nell’intero periodo considerato: Veneto, Sardegna, Basilicata, Marche, Molise e Valle d’Aosta. Anche la tipologia dei soggetti coinvolti racconta una realtà diversa. Solo il 21% degli imputati ricopre incarichi politici, come sindaci o assessori. Il restante 79% è costituito da funzionari e tecnici. Insomma, la corruzione che emerge dai fascicoli sembra annidarsi molto più negli apparati amministrativi che nella vituperata politica. Curioso anche il dato sulle donne. Rappresentano meno del 14% degli imputati e l’Anac arriva persino a ipotizzare che ciò possa essere indice di un “maggior grado di integrità” rispetto ai maschietti, richiamando anche studi accademici internazionali.

Ma il dato forse più interessante riguarda proprio la natura dei reati contestati. La corruzione rappresenta appena il 22%. Ancora più rara la concussione, ferma all’1%. Alla luce dei numeri forniti dall’Anac – il cui presidente Giuseppe Busia, nominato durante il governo Conte due in quota M5S, è in scadenza fra qualche settimana – pare essere difficile sostenere ancora l’esistenza di un’emergenza generalizzata. Per anni, però, il legislatore ha costruito un sistema sempre più invasivo, ampliando intercettazioni, trojan, misure cautelari, fattispecie penali e obblighi burocratici asfissianti per amministrazioni e imprese. Tutto ciò sulla base dell’idea che la corruzione fosse un fenomeno endemico.

Se davvero però i procedimenti sono circa due al mese in tutta Italia, ed è irrealistico immaginare che l’Anac abbia fornito al Corriere dati tarocchi, quale è oggi il reale carico di lavoro delle Procure nei reati contro la Pubblica amministrazione? Quante risorse investigative, quanti magistrati e quanti poliziotti, finanzieri e carabinieri sono impiegati per produrre un numero così limitato di rinvii a giudizio? Un conto è affermare che la corruzione va combattuta senza sconti. Altro è continuare a descriverla come un’emergenza permanente, tale da giustificare eccezioni alle regole e continui inasprimenti normativi.

Infine c’è il tema dell’Anac. Il rapporto ricorda che il vero valore dell’Autorità non consiste tanto nei dati penali, quanto nell’attività di “prevenzione” con i pareri forniti alle amministrazioni. Un compito certamente utile, ma che apre un’altra questione: è proporzionata la struttura, con i suoi maxi costi e il suo maxi apparato, rispetto ai risultati emersi sul piano repressivo? Lo stesso Consiglio superiore della magistratura, va ricordato, quando si trattò di nominare Raffaele Cantone, il predecessore di Busia, alla Procura di Perugia, per valorizzarne il cv rispetto allo sfidante, un magistrato che a differenza sua aveva sempre fatto il pm, disse che l’attività preventiva e quella repressiva andavano sullo stesso piano. Il dibattito politico, e il centrodestra sul punto ha una grande responsabilità, dovrebbe finalmente partire dai numeri e non dagli slogan. E i numeri dell’Anac, letti senza pregiudizi, raccontano un Paese ben diverso da quello descritto da chi continua a evocare una perenne emergenza corruzione. Che non esiste.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere