Testardamente inadatti
Cercasi la geopolitica nel campo largo con buona pace dei massimi sistemi della segretaria Pd, delle raffinate doti telefoniche di Conte e del nulla cosmico di Avs
Se c’è una questione – e c’è, grande come una casa – che condannerebbe il campo largo alla sconfitta alle prossime elezioni politiche, è proprio la sua postura fondativa in politica estera. Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni difettano in qualche modo delle competenze di base (per usare un lessico caro alla didattica) necessarie a guidare l’Italia del futuro: la geopolitica, con buona pace dei massimi sistemi della segretaria del Pd, delle raffinate doti telefoniche del leader del M5S e del nulla cosmico di Avs, costituisce l’architrave dell’azione di governo per un Paese del G7, membro fondatore dell’Unione europea e pilastro dell’Alleanza Atlantica. Eludere questo nodo equivale a un esercizio truffaldino, insopportabile, ai confini del demenziale: non si può continuare a prendere in giro gli italiani e mi limito volutamente alla politica internazionale, sorvolando per carità di patria sul resto del fantomatico programma progressista.
Persino Michele Serra — proprio lui, non Sallusti o Belpietro — ha richiamato il campo largo a fare chiarezza sul tema, prendendolo a randellate. Osserva che, dopo mesi di discussioni e tentativi di ricomposizione, l’unico dato emerso è il derby permanente tra Conte e Schlein, mentre il problema vero rimane irrisolto: l’assenza di un progetto condiviso, soprattutto in politica estera. La sua conclusione è tanto semplice quanto impietosa: se un programma comune non è possibile, si abbia almeno l’onestà di dichiararlo agli italiani, perché una coalizione incapace di definire il posto dell’Italia nel mondo si riduce a una somma di sigle in cerca d’autore, non certo un’alternativa di governo. Tertium non datur, insomma.
Non siamo ingenui. Anche la coalizione di governo custodisce al proprio interno “visioni” diverse, con l’aggravante della pattuglia filo-putiniana di Vannacci, pronta a capitalizzare consensi. Ma è incontrovertibile che gli atti parlamentari parlano chiaro: la Lega baratta aggettivi e avverbi qua e là, salvo poi votare compatta la mozione unica di maggioranza e vincere, in aula, tutte le partite. Dall’altra parte, osserviamo lo spettacolo desolante di un vaso mai integro, ridotto in cocci: un pezzo di mozione a Conte, un altro al Pd (aggiungiamo interi blister di Maalox per la minoranza riformista) un frammento a Italia Viva, un pezzettino ancora a Bonelli.
Ebbene, se si avverte il bisogno di segnalare questa divergenza “a monte” nel centrosinistra è perché essa produce, di per sé, effetti “a valle” concreti sull’azione di governo. Basti chiedere alla stessa premier Meloni, e il discorso vale per qualsiasi capo di governo, quanto le sia costato inseguire la dottrina Maga a suon di dichiarazioni anti-europeiste per poi ritrovarsi come un san Sebastiano trafitto dalle frecce del fu-amico Trump nella guerra illegale contro l’Iran. Basterebbe questo episodio a dimostrare che la politica estera resta un affare serio per chi aspira a governare.
A molti, poi, sarà sfuggito ma vale la pena notare che il neo primo ministro britannico Andy Burnham, laburista, non ha atteso di vedersi assegnare le stanze di Downing Street per telefonare, primo fra tutti, al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, incontrandolo poi di persona subito dopo l’insediamento e ribadendogli un sostegno “al cento per cento”. Ha annunciato, in quell’occasione, una partnership strategica che prevede il trasferimento di tecnologie per la guerra elettronica e la costruzione, nel Regno Unito, di una grande fabbrica di droni alimentata dal know-how maturato da Kiev in oltre quattro anni di conflitto. Un accordo che va ben oltre la dimensione industriale: è una scelta geopolitica precisa, pensata per rafforzare la deterrenza europea, investire nell’innovazione militare e consolidare il fronte occidentale contro l’aggressione russa.
Altro che le telefonate randomatiche di Conte, capaci — a suo dire — di sedare le tempeste con un tocco taumaturgico. Tutto questo per dire che le categorie del negoziato e della diplomazia, va insegnato al campo largo, restano coessenziali alla politica estera, ma non si contrappongono alla deterrenza quando in campo c’è chi aggredisce e chi subisce l’aggressione. Ignorare questa distinzione è inaccettabile, al netto degli errori storici dell’Occidente, che nessuno, io per primo, intende negare. Nell’implosione dei progressisti, la cosa più intollerabile resta il mutismo del Pd, che oggi vota in divergenza dal Movimento cinque stelle in ogni sede, dalle sfumature delle mozioni parlamentari fino a Bruxelles: un atteggiamento che li rende inadeguati e deludenti, a scapito di quella metà del Paese che si aspetterebbe un’alternativa credibile alla destra attuale.
Il campo largo potrebbe, a proposito di telefonate, chiedere consulto a Burnham e farsi scrivere una paginetta di sintesi di politica internazionale. L’Italia non può essere affidata alla cieca: viviamo tempi troppo incerti per permetterci, dopo la sciagura dell’uno-vale-uno, anche l’apocalisse dell’uno-vale-niente.
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