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Cerchiamo di capire dove sta andando l’economia, il nuovo rapporto di Intesa San Paolo curato da Deaglio
«Un’ora di lavoro che in Italia produce 60 dollari di valore aggiunto contro i 94 americani: non è un dato da commentare: è un problema da risolvere». In questa frase di Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa San Paolo, si racchiude il senso della crisi italiana. La famosa produttività che non regge il passo non solo con la concorrenza straniera ma nemmeno con i bisogni del Paese. Eppure l’Italia non sta malissimo. È tutto spiegato in questo “Scegliere la rotta”, titolo del quinto Rapporto sul mondo postglobale” a cura di Mario Deaglio, con prefazione di Gros-Pietro (Guerini e Associati), e si tratta della prosecuzione della serie che Deaglio cura da circa trent’anni sull’economia globale e sull’Italia.
Il volume è una dettagliatissima diagnosi dell’economia italiana in un contesto globale in perenne movimento, da cui si desume che il nostro Paese non soffre di assenza di risorse, ma di insufficiente capacità di trasformare le proprie risorse in produttività. Non si tratta soltanto di «fare più crescita»: bisogna investire in tecnologia, capitale umano, imprese, ricerca e competenze, impedendo che i giovani più qualificati vadano a produrre valore altrove.
C’è inoltre una contraddizione molto forte: l’Italia ha imprese capaci di competere sui mercati mondiali, ma un’economia nel suo complesso che produce troppo poco valore per ora lavorata. Le ragioni della debole produttività italiana sono sostanzialmente queste. L’Italia investe molto nelle costruzioni e poco nei capitali capaci di aumentare il prodotto per ora lavorata: macchinari avanzati, ricerca, software, formazione tecnica. Il tessuto produttivo resta frammentato in imprese troppo piccole per adottare tecnologie ad alto rendimento. Le competenze digitali scarseggiano. Una parte dei margini aziendali alimenta la conservazione patrimoniale.
Tuttavia il Rapporto non è affatto pessimista. A pagina 183-184 si legge: «L’Italia si presenta alle soglie del 2026 con un quadro composito. I consumi crescono ma non abbastanza, gli investimenti si sono normalizzati ma restano condizionati dagli incentivi… La radiografia del Pil dal lato della domanda racconta dove va l’economia, ma non perché non va più veloce». Meno di un anno dopo – siamo vicini al 2027 – la situazione pare sempre questa. Un Paese che regge ma non decolla. Infatti Gros-Pietro scrive che «l’Italia ha ancora gli strumenti per farcela, ma deve produrre più valore»; Deaglio aggiunge «attenzione, perché quel valore dovrà essere prodotto in un mondo completamente diverso da quello nel quale abbiamo imparato a vivere». Servono più ricerca, più coraggio, più innovazione. Vedremo.
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