Il ritratto
Chi era Francesco Guccini: schivo, irregolare, fuori dal coro. Quelle parole portate a un senso più alto
Francesco Guccini è morto ieri mattina nella sua casa di Pavana, una scheggia dentro l’Appennino tosco-emiliano, ancora in Toscana e non ancora in Emilia. Un posto irraggiungibile che, nel corso del tempo, è divenuto una sorta di Samarcanda delle parole. Proprio le parole sono state la religione del tempo abitato da Guccini, insieme alle storie e a quel mondo cui è rimasto sempre fedele, ancorato alle sue radici che, a ripercorrerle, diventano una matrice collettiva.
Quel Paese infinito che tiene in piedi il fiato della storia
Ha scritto Matteo Marchesini che «Guccini è stato il Carducci e il Gozzano dei cantautori. Un po’ Bertoldo e un po’ Balanzone, la sua resta la Bologna di un emiliano di provincia che si libera dalla reverenza con la guasconeria, ma che deve anche far vedere che della razza sua è il primo che ha studiato. La pianura modenese e l’Appennino della Limentra rendono leggendari, e sopportabili, il portico dei Servi e le osterie del capoluogo». Ma, più di Gozzano e ancora più di Carducci, Guccini ha saputo rendere il verbo, la parola e l’azione una misura esatta della nostra interiorità. Se Carlo Ginzburg ha saputo fare della microstoria un nuovo modo di leggere il passato, Guccini, con il suo presepe di figure secondarie, di parenti antichi partiti per le Americhe, di Odisseo, di Cirano, di amiche segnate da tragedie avvenute a Natale, di ragazze «bionde di una loro bellezza senza averne l’aria», di macchinisti ferrovieri prima giovani e poi pensionati, di donne morte di parto nei grandi ospedali, ha raccontato quel Paese infinito che tiene in piedi il fiato della storia e di cui lui si divertiva a essere perno, cantore ed eterno studente.
Con i pugni chiusi al cielo
Amava le case. Tutte le ha trasformate nel teatro della sua esistenza. È stato forse l’unico cantante al mondo a intitolare un album con l’indirizzo di casa sua, Via Paolo Fabbri 43, e per chi lo ascoltava quell’indirizzo diventava così consueto da finirci quasi residente. La casa diventava anche il palco, perché i concerti di Guccini erano un luogo diverso, dove c’erano le chiacchierate, il vino rosso, anche se poi col tempo avrebbe preferito il bianco, la sua band fatta di grandissimi musicisti e infine quel rito collettivo che diventava La locomotiva, con i pugni chiusi al cielo perché, anche senza partiti, senza anarchia, senza ragioni, c’erano sempre quelle parole antiche quanto l’uomo a riportare tutto a un senso più alto della cronaca quotidiana.
Si sarebbe potuto permettere molte cose
Per questo Guccini è stato anche il più montaliano tra tutti coloro che hanno fatto del cantautorato una dimensione di affermazione collettiva. Sapeva soprattutto ciò che non era, intestandosi caparbiamente il primato di continuare a raccontare la grazia, l’oblio e il volo di un mondo che cambiava sempre di più. Si apriva al mondo salvo poi richiudersi. Aveva la folle curiosità di un gatto e la stessa pudicizia nel non dichiararsi mai in senso assoluto. Si sarebbe potuto permettere molte cose: tantissime ospitate televisive, reel e gloria digitale. Forse è anche per questo che gli sta così male addosso il ritratto assolutista che gli si sta cucendo in queste ore. Guccini ha attraversato le stranezze delle nostre stanze di vita quotidiana con quel dolore di fondo che quasi mai riusciamo a leggere nelle nostre esistenze, restituendoci l’elaborazione più crudele e potente dei nostri sentimenti. L’amore è come un vento di scirocco nella sua letteratura sonora. I sentimenti nascono, si appassiscono, si perdono, ma devono sempre e comunque essere dichiarati. E allora Vedi cara, Quattro stracci e poi Vorrei vengono a dirci che è sempre tutto un ricominciare.
Fattarelli
Proprio l’altro giorno, sorvolando Venezia, ho canticchiato «che è un sogno che si può comperare». Quando ho saputo della sua morte da un amico comune stavo invece su un treno, verso la Toscana, e ho pensato che viziare questo ricordo con qualcosa di personale avrebbe finito per fargli torto. Ma poi mi sono tornate in mente le barzellette intorno alla tavola, la storia dei suoi gatti, la scarica di domande che rivolgeva a chiunque incontrasse, con quegli occhi resi deboli dalla malattia ma apertissimi al mondo. E ho pensato che tutto questo mancherà a una società che non guarda più in faccia la realtà e che ha finito per riempire lo spazio e il tempo non di storie, ma di fattarelli, di piccole vicende che si esauriscono nel giro di pochi minuti.
L’eterno studente
Nell’epoca dell’egolatria imperante, l’inversione del canone, per Guccini, era definirsi «eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere».
© Riproduzione riservata






