Ma chi erano mai questi azionisti? Potremmo così parafrasare il Gianni Morandi di “Dimmi chi erano i Beatles”. Componente decisiva della Resistenza, formano ai nostri occhi una galassia indefinita, un po’ nebulosa, che comprende – per usare categorie lievemente abusive – moderati ed estremisti, o meglio liberaldemocratici e liberalsocialisti (tutti accomunati però da una visione radicale della democrazia), erede agli inizi della Seconda Guerra Mondiale degli ideali di Giustizia e Libertà.

Nell’immaginario politico oscillano tra una mitologia eroica e una immagine al tempo stesso nobile e alquanto screditata (alimentata dai comunisti). Se il fascismo era la “autobiografia della nazione” (Gobetti) loro apparivano – credo impropriamente, come tenterò di dire più avanti – come degli stranieri in patria, un corpo alieno. La tradizione che incarnano ci appare oggi quella giusta (Roberto Calasso nel suo autobiografico Memè Scianca – uscito il giorno della sua morte – li definisce appunto i «giusti, senza ulteriori specificazioni»): antifascisti democratici, intransigenti ma antitotalitari (anticomunisti), e dunque perciò sempre un po’ incompresi e diffamati nel nostro paese.

Ora, un’occasione per averne invece una percezione assai concreta è questo libretto di Aldo Garosci, uscito nel gennaio del 1944 e pubblicato per la prima volta nell’Italia repubblicana: Profilo dell’azione di Carlo Rosselli e di Giustizia e Libertà (Edizioni di storia e letteratura, introduzione di Samuele Bertinelli). Garosci, militante e cospiratore giellino, era stato costretto ad espatriare nel 1932, poi rientrò in Italia 12 anni dopo, alla fine del 1943- sbarca in Sicilia provenendo da Tunisi – insieme a Leo Valiani e altri per combattere nelle file della Resistenza (e in Sicilia trova subito «un insospettabile fervore antifascista» tra i giovani, un clima incoraggiante nel quale scrive queste pagine). Ricordo come in quel momento si era appunto costituito il Partito d’Azione, dalle ceneri del precedente Giustizia e Libertà (il cui nome e simbolo riproduce nella sua bandiera rossa), e di quel movimento conserva l’impronta politica più di quella ideale (la quale resta un poco sullo sfondo a causa della urgenza della lotta armata). Usiamo allora queste pagine per ripercorrere la vicenda di Giustizia e Libertà.

L’inizio è rocambolesco, già un romanzo d’avventura alla Victor Hugo: nell’autunno del ‘29 nasce GeL dopo che in estate Rosselli, Nitti e Lussu erano evasi da Lipari su un motoscafo che veniva dalla Corsica. Ma la gestazione del movimento risale almeno all’Aventino (1925), e avviene attraverso riviste, circoli, iniziative pratiche, etc.: si tratta di un’area politica ispirata dai due mentori, Gobetti e Salvemini, e subito perseguitata dalla violenza fascista. A Lipari il socialista già turatiano Carlo Rosselli aveva scritto il fondamentale Socialismo liberale, uscito nel 1930, e Bibbia del nascente movimento (particolarmente acuminate le pagine di critica al determinismo di Marx). Come sappiamo, quel titolo stesso stava a indicare per Croce (e non soltanto) un “ircocervo”, una creatura mitica, fantastica. Eppure si tratta, a ben vedere, dell’unica soluzione realistica del dilemma politico che attraversa tragicamente il secolo breve.

Capi dell’organizzazione all’estero furono Rosselli e Lussu, in Italia Rossi e Bauer. GeL si diffonde velocemente, raccogliendo una concentrazione socialista-repubblicana-democratica: «non era una lega o un cartello di partiti ma un’accolita di uomini». Nella lotta al fascismo, condotta attraverso attentati, attività cospirativa e una opera di “controinformazione”, ci furono parole d’ordine poco felici, come il “non pagare le tasse” (nel momento in cui lo stato fascista si stava rafforzando, anche nell’opinione pubblica) ma anche metodi di propaganda innovativi e fantasiosi, come il lancio di volantini su Milano o l’idea di mettere gli slogan del movimento per gli ufficiali dentro le buste di “Nastro azzurro”.

Nel 1932 viene messo a punto un programma del movimento, con una parte politica e una economica: richiamo alle autonomie, socializzazione della grande industria, terra a chi lavora mediante una moderata indennità… Certo, alcune parti del programma restano poco definite, forse anche confuse (ad esempio il tipo di equilibrio, in economia, tra i due settori, il privato e il socializzato), ma al suo centro troviamo la richiesta di una repubblica democratica che possa estirpare dalle radici fascismo e monarchia. Nel 1932 esce il primo dei dodici importanti “Quaderni”, mentre nel 1934 GeL si afferma come movimento politico indipendente, con a capo Rosselli , il quale dopo aver combattuto in Spagna, verrà assassinato in Normandia, insieme al fratello, nel 1937. Conseguente sfaldamento del movimento e sua parziale rinascita con l’azionismo all’inizio della guerra.

Accennavo a un sistematico screditamento di GeL, specie ad opera dei comunisti, che ribattezzavano settariamente “socialfascismo” tutte le forme di antifascismo diverse dalla propria (i giudizi di Togliatti sugli azionisti furono sprezzanti e riduttivi: Rosselli era un “piccolo borghese presuntuoso”). Ripasso velocemente le accuse per tentare di ribaltarle. Erano, colpevolmente, predicatori, moralisti, astratti, professorali, elitari… Allora: non tanto “predicano” quanto agiscono, e da subito, con perdite e sacrifici individuali immensi. Lungi dall’essere astratti propongono invece riforme concrete, industriali e agrarie, e riconoscono, realisticamente, che solo una “rivoluzione” può impedire la imminente guerra europea.

Non fanno mai la “morale” agli altri, e anzi sanno bene, come scrisse Carlo Levi (uno dei giellisti più prestigiosi) che occorre combattere il fascismo anzitutto “dentro di sé”. Non si pensano mai come élite, come avanguardia esterna che leninisticamente porta la coscienza alle masse, ma ci appaiono oggi quasi mistici della democrazia, con la fiducia nell’autogoverno, nelle forme di contropotere e autorganizzazione (“autonomia” è il mantra che ricorre in tutti i documenti: più Naomi Klein che un circolo snob di illuministi). Aggiungo solo che l’atteggiamento dei comunisti era ambivalente: ad esempio Rodano, eminenza grigia del “compromesso storico”, vedeva come bestia nera gli azionisti di sinistra mentre si sentiva vicino alla “rivoluzione democratica” dei La Malfa, Omodeo, Salvatorelli, etc.

Il finale dello scritto di Garosci è insieme problematico e commovente. Sottolineando le affinità tra GeL e il Partito d’Azione si mostra preoccupato, in un momento di “dissoluzione sociale e morale”, dall’affievolirsi della identità azionista, tra il sostegno contraddittoriamente concesso a Badoglio e un approccio tutto verticistico e istituzionale alle questioni sul tappeto. Tanto da allontanarsi polemicamente dai partiti stessi, auspicando una “rivoluzione umanista”, libertaria, che si contrapponesse al fascismo non come forza politica ma come forza morale.

Credo che gli azionisti, lungi dall’essere degli alieni, disegnino anch’essi una autobiografia della nazione. Solo che raccontano una nazione diversa da quella dell’eterno fascismo, una nazione più appartata, una umile Italia in parte inesplosa, eppure altrettanto reale. L’individuo prima degli apparati, le persone prima dei partiti, l’etica prima della tattica, il vero prima dell’utile, una idea di civiltà prima ancora dei programmi politici. Sì, erano i “giusti”.