Il reportage
Cipro, l’isola-paradiso che divide l’Europa (e unisce gli affari). Tra droni, oligarchi e grattacieli, russi e ucraini investono sotto lo stesso cielo
Mezzo secolo di occupazione e un presente da paradiso fiscale, qui l’Occidente parla con i suoi nemici Tra droni, oligarchi e grattacieli, russi e ucraini investono sotto lo stesso cielo
LIMASSOL (Cipro) – Il suo “quarto d’ora di celebrità” Cipro quest’anno se l’è guadagnato tra il 1° e il 2 marzo, quando un drone Shahed di fabbricazione iraniana, probabilmente lanciato da Hezbollah dal Libano, ha colpito la base britannica della Raf ad Akrotiri, causando alcuni danni e nessuna vittima. Altri due droni, diretti contro lo stesso obiettivo, sono stati intercettati. Nei primi giorni della guerra che poi si sarebbe evoluta nella crisi di Hormuz ancora in corso, Teheran aveva lanciato un ballon d’essai. Aveva preso le misure sulle capacità di reazione dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica, colpendo un Paese che è in parte territorio Ue, la Repubblica di Cipro appunto, e in parte, a Nord, è occupata dall’esercito turco. Quindi da uno Stato membro della Nato. Per uno scherzo di coincidenze, quell’avamposto di Occidente nel Medio Oriente, in quei mesi, si trovava anche nel bel mezzo del suo semestre di presidenza di turno Ue. L’episodio è rimasto del tutto isolato, però. E questo ha permesso all’isola di tornare a vivere la sua quotidianità.
Nella sua città che è centro economico e finanziario dell’isola, Limassol, grandi infrastrutture turistiche si alternano a moderne torri di vetro e acciaio. Molte sono sedi di case finanziarie e società ultratecnologiche straniere. Le gru nell’entroterra danno l’idea di una città in veloce espansione. Suv elettrici sfrecciano su ampie strade su cui si affaccia una lunga schiera di ristoranti di ogni tipo. Georgiani, vietnamiti, pochi quelli italiani. Tra i tavoli, si sente parlare russo, greco, inglese, ebraico. Cipro conserva l’anima multietnica dell’antica colonia veneziana, passata poi sotto il dominio dell’Impero ottomano e dopo ancora quello britannico. Per un viaggiatore, quest’isola è una sorpresa. Il grosso del turismo internazionale preferisce ombrelloni e piscine. E snobba le sue coste deserte. Lasciando a pochi spettatori lo spettacolo del blu cobalto del mare che s’infrange spumeggiante contro bianchissime scogliere di calcare. C’è poi Famagosta, città fantasma dal 1974, ovvero da quando la Turchia invase la parte nord dell’isola.
I grandi hotel del jet set di allora oggi appaiono come teschi scorticati dal vento e dal sole. La cattedrale gotica di San Nicola – oggi chiamata Moschea Lala Mustafa Pasha – che nulla avrebbe da invidiare a quelle di Chartres e Rouen, è un rudere muto, in un centro storico dove si alternano botteghe abbandonate e bancarelle turistiche iperattive. Ancora oggi dell’invasione turca non è davvero chiaro il motivo per cui prese piede e, altrettanto in maniera inspiegabile, si arrestò. Erano gli anni della dittatura dei colonnelli in Grecia. Aleggiava l’ipotesi che Atene potesse annettersi Cipro. Ankara si mosse con il pretesto di proteggere la minoranza turca che abitava la parte nord dell’isola. «A guardar bene, la cosiddetta “operazione militare speciale” di Mosca contro l’Ucraina nel 2022 ha avuto le stesse caratteristiche», spiega Christodoulos Ioannou, Co-direttore del Cyprus Security and Intelligence Institute (CysII). Dopo mezzo secolo, le sterpaglie hanno invaso palazzi, negozi e chiese di Famagosta meglio ancora di quanto fecero i soldati turchi. Sono le vecchie proprietà dei greci ciprioti fuggiti dopo l’invasione. I loro discendenti oggi le rivendicano. Ankara sarebbe disposta a cederle. A patto però che Nicosia riconosca la sovranità della repubblica turca di Cipro del nord. Impensabile. Da allora Cipro è condannata a un limbo che nessuno intende risolvere. È l’unico Stato membro Ue con una parte del suo territorio occupata da un esercito straniero.
Viene da chiedersi se non sia stato proprio questo status quo a fare l’odierna fortuna dell’isola. «Tutti investono a Cipro», dice ancora Ioannou. Secondo la Central Bank of Cyprus, nel 2024 lo stock di investimenti diretti esteri ammontava a circa 365 miliardi di euro, con Russia (83,5 miliardi), Stati Uniti (66,6), Lussemburgo (32,1), Regno Unito (17,2) e Paesi Bassi (6,9) tra le principali provenienze. Una quota considerevole riguarda holding e finanza, ma non investimenti produttivi sull’isola. Nell’economia reale sono cresciuti soprattutto immobiliare, turismo, tecnologia, servizi ed energia. Qui è particolarmente visibile Israele, i cui investitori negli ultimi anni hanno assunto un ruolo crescente soprattutto nel real estate, nell’hospitality e nell’hi-tech, in particolare a Limassol e Larnaca. «Israele è uno dei nostri migliori amici», aggiunge Myrto J. Demetriou, collega di Christodoulos Ioannou al Cysii. Il volo Larnaka-Tel Aviv è di soli tre quarti d’ora. La presenza di cittadini israeliani è concreta. L’isola sta cominciando a essere vista come una sorta di prima spiaggia dove turisti, famiglie e businessmen israeliani possono recarsi rapidamente in caso di escalation sulle coste di fronte.
Oltre i numeri, il luogo comune è che Cipro sia uno “shady country”, un Paese poco raccomandabile, dove affari e intrallazzi si intrecciano. Tra le due Cipro c’è una buffer zone, una frontiera controllata sì, ma che può essere altrettanto porosa. Il dubbio viene stando a un posto di blocco assolato e in mezzo al nulla. Arriva una Maserati nera, con targa greco-cipriota. L’uomo al volante presenta un passaporto ucraino. Un rapido check e poi se ne va in territorio turco. Pittoresco. Il fatto di essere il crocevia di così tante nazionalità rende questo posto fascinoso, ma porta a farsi anche delle domande. Come possono ucraini, russi, libanesi e israeliani dormire qui sotto lo stesso cielo per poi combattersi in patria? È ancora fresca la memoria dei “golden passports”. Il caso di corruzione che prevedeva l’assegnazione della cittadinanza cipriota – e quindi europea – a facoltosi stranieri in cambio di investimenti. Uno scambio sottobanco della portata di 9 miliardi di euro, chiuso nel 2020. A questo si aggiunge il ruolo dell’isola come hub offshore per capitali russi.
L’inchiesta internazionale “Cyprus Confidential”, basata su 3,6 milioni di documenti, ha ricostruito una rete di banche, studi legali, società di servizi e scatole societarie utilizzata da oligarchi russi per custodire e trasferire patrimoni, in alcuni casi anche in prossimità dell’imposizione delle sanzioni occidentali. Più di 650 società e trust ciprioti risultavano controllati da russi successivamente sottoposti a sanzioni. «Di tutto questo è rimasta la reputazione», commenta Petros Petrikkos, Head of Operations del Cysii. «Le cose sono cambiate. Sono stati introdotti sistemi regolatori molto rigidi. Di contrasto al riciclaggio e contenimento alle crisi finanziarie». L’ultima risale al 2012-2013, provocata dall’esposizione delle banche cipriote con la Grecia. La ristrutturazione del debito greco causò perdite superiori a 4 miliardi di euro. Ue ed Fmi intervennero con un programma di salvataggio fino a 10 miliardi di euro. «Il nostro punto di forza è che siamo un Paese piccolo e indipendente, che può risolvere i problemi e così tornare a crescere», spiega Petrikkos.
Il riscatto di Cipro oggi poggia sulla sua capacità di attrarre capitali da altri settori produttivi. L’innovazione tecnologica per esempio. Kios e Cyens sono due dei principali centri di eccellenza per ricerca e innovazione locali, entrambi con sede a Nicosia, sostenuti anche da finanziamenti europei e specializzati in settori quali trasporti, telecomunicazioni, robotica, gestione delle risorse idriche. Tuttavia la questione turca resta. Quello di Ankara è il solo governo al mondo che riconosce la repubblica turca di Cipro del nord. Ed è una presenza ingombrante. Il numero di nuove moschee è in aumento. Quanto conviene a Erdogan islamizzare una risorsa economica con le stesse potenzialità di sviluppo della parte meridionale?
È anche vero però che il governo di Nicosia si guarda bene dallo spostare una qualunque pedina di uno stato di cose del tutto fuori dall’attenzione della comunità internazionale. Ci sarà un motivo se, nemmeno durante il semestre cipriota di turno di presidenza europeo, nessuno a Bruxelles abbia avanzato l’idea di risolvere il problema? E se fosse che all’Europa una realtà dalle fattezze così fluide fa comodo? Può tornare utile a tutti disporre di una terra di nessuno dove si può parlare anche con chi, alla luce del sole, i rapporti sono interrotti.
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