Con tutto il rispetto per il Divo Giulio, a pensar male ci si azzecca sì, ma non sempre. Quindi è suggestivo e frettoloso collegare l’F-2000 dell’Aeronautica militare italiana, colpito nella notte durante gli attacchi alla base saudita di Ta’if, con le parole del ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla possibilità di aumentare l’impegno della Marina militare a protezione dei cargo diretti verso i nostri porti attraverso Bab el-Mandeb. La coincidenza temporale c’è. Il nesso causale, no.

Se proprio bisogna muovere delle critiche, bisogna indirizzarle al comando saudita di Ta’if, che ospita anche i nostri Eurofighter. Dopo settimane di combattimenti, era prevedibile che quell’infrastruttura potesse venire colpita dalle forze Houthi. «E allora perché quel nostro velivolo non è stato protetto?» Si domanda una nostra fonte nell’ambito delle Forze Armate. «Era fuori dagli hangar perché pronto al decollo, oppure appena atterrato?» Il nostro interlocutore esclude in maniera categorica che l’obiettivo sia stato centrato proprio perché italiano. «Gli houthi non dispongono di una rete di intelligence così efficiente», aggiunge. «Il bersaglio era la base saudita. Sfortuna ha voluto che sia stato centrato un nostro aereo». Ma, per fortuna, nessuno si è fatto male.

È prassi quindi la richiesta di Crosetto ai vertici militari di fornirgli una valutazione «sull’evoluzione del quadro, sulle condizioni del nostro personale e sulle possibili opzioni operative». Come comunicato dal Ministero. Questo è il problema, infatti. «Ta’if – dice ancora la nostra fonte – deve far riflettere sulla protezione degli assetti quando vengono proiettati fuori dal territorio nazionale». Difesa fisica, cyber, sicurezza delle reti e delle forniture energetiche devono essere considerate parti dello stesso dispositivo. Questo sì collega Ta’if a Bab el-Mandeb. Ma anche all’Europa dell’Est. Siamo tutti d’accordo che l’Italia non è in guerra, ma se i nostri asset, civili e militari, sono esposti a conflitti lontani, il nostro governo deve farsene carico. Come? Anticipare Aspides è la soluzione avanzata da Palazzo Baracchini. Quando hai il 40% del traffico marittimo commerciale che passa dal Mar rosso – pari al 7% di tutto l’export italiano, come stima l’Ice sulla base delle rilevazioni 2023.’24 – non puoi aspettare che Bruxelles decida cosa fare. Tanto più che Aspides dovrebbe avere già i task per intervenire.

L’operazione navale europea, da luglio scorso a comando greco, è nata nel febbraio 2024 in risposta proprio agli attacchi Houthi contro il traffico commerciale ed è stata prorogata fino al 28 febbraio 2027. Ha natura difensiva. Non è un’“Armada” pronta a invadere l’Africa orientale. Deve proteggere le navi e la libertà di navigazione lungo le principali rotte del Mar Rosso e nelle acque circostanti. L’Italia vi partecipa con fregata “Bergamini”, che si trova in queste ore a Gibuti, mentre diversi mercantili con bandiera o armatore italiano attendono di poter attraversare lo stretto. «Aspides sta fornendo un contributo fondamentale alla protezione del traffico marittimo nella regione», diceva ieri un portavoce della Commissione Ue in risposta a Crosetto. A sua volta, il ministro avrebbe risposto – così dice Foglio – che comunque per la missione servono più risorse.

Gli allarmi di escalation che fanno da sostanza alle polemiche pretestuose in Italia andrebbero ridimensionati se si facesse un semplice ragionamento. Senza il Mar Rosso, le nostre merci – come anche quelle destinate al resto d’Europa e che attraccano ai nostri porti – dovrebbero circumnavigare Buona Speranza. Con tempi e costi moltiplicati per dieci. Una volta in vista delle coste atlantiche del Portogallo, difficilmente entrerebbero nel Mediterraneo. Per farla breve, se gli Houthi strangolano Bab el-Mandeb, noi ne paghiamo le conseguenze sul breve periodo, ma anche in maniera strutturale. L’ombrello europeo serve quando riesce ad aprirsi in tempo. Quando si inceppa e sono in gioco sicurezza e interessi nazionali, è inevitabile che un suo Stato membro si muova da solo. Nella storia dell’Unione, non saremmo i primi né gli unici.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).