“Lei pensa che io sia scemo, vero? No, sono un uomo di partito”. Lo ha dichiarato Ugo Sposetti in una vecchia intervista. Non interessa qui a proposito di che cosa il fedele curatore della borsa e degli immobili dell’ex-Pci, abbia fatto questa dichiarazione. Ciò che interessa qui è la questione “scemenza”.

Perdere un partito

Come fa gente che viene da un partito granitico e meritocratico, avvezzo alla segretezza interna, alla ferrea disciplina individuale e guidato da persone di grande preparazione culturale, ad aver perduto tutto? Intendo dire che se al Nazareno, cioè presso la sede nazionale del Partito Democratico, producono una tessera annuale con la foto di Enrico Berlinguer, significa che si sentono totalmente depositari di quella storia. Eppure sembra che il PD abbia perduto una base elettorale vera e appassionata, e alla fine anche piena credibilità nei consessi mediatici.

Si osservi il recente inghippo sulla questione preferenze della nuova legge elettorale, in cui alla fine i democratici hanno lasciato supporre di preferire un parlamento di nominati, piuttosto che lasciare la scelta agli elettori. Oppure si guardi l’andamento delle dichiarazioni politiche dell’ultimo anno, sottoposto in larga maggioranza agli slogan del Movimento 5 Stelle. La rinuncia alla propria autodeterminazione politica, all’analisi seria e cauta dei contesti internazionali, e l’accettazione di fare politica commentando soltanto l’attualità paiono i peccati maggiori di questa stagione della sinistra italiana.

In questa frattura del PD con parte del suo bacino elettorale e nella incapacità dei dirigenti di coalizzare menti giovani, strumenti intellettuali alti per farne una linea autonoma e che parli alla parte debole della società, si sono innestati gruppi e gruppetti, correnti e cacicchi. Ci sono coloro che pensano si debba tornare a ragionare coi santi vecchi, una specie di morbosità ex-comunista che ritiene di poter cucire il mondo odierno con la “alternativa democratica”. Ci sono alcuni riformisti disposti a fare accordi interni con chiunque garantisca loro la poltrona, in qualunque consesso essa sia allocata. Ci sono ex-democristiani o neo-democristiani che remano in tondo e pensano che finché la barca va e il PD non scende sotto il 18% è grasso che cola. E infine ci sono i movimentisti, i quali credono che la politica sia scendere in piazza ad ogni alito di presunta ingiustizia: gli indignati di professione. Sono quelli che maggiormente sfasciano il sistema di un partito che avrebbe necessità di discutere internamente e ordinare in modo serio i processi decisionali sui territori.

La sinistra e i grulli

In questo scenario ci sono gli elettori incerti che sentono il partito erede del Pci lontano dai propri bisogni e dagli alterni timori che il mondo nuovo pone davanti: un giorno l’impressione di arrivare faticosamente a fine mese, un altro di non sapersi difendere come nazione da eventuali sorprese belliche, l’altro ancora di vedere uno spreco di intelligenza nel sostegno a gruppi terroristici mediorientali al soldo del potere liberticida iraniano. Molti anni fa Nanni Moretti disse: “D’Alema dì qualcosa di sinistra”. Come a chiedere di non vergognarsi di essere stati ciò che erano stati.

Forse, da parte di D’Alema, c’era il sentore che quando tutto intorno cambia non puoi restare fermo a meno che tu non sia un eremita. E comunque oggi questa battuta morettiana non avrebbe più molto senso. La frase che al momento sarebbe da chiedere è: “Schlein dì qualcosa di sensato”, a costo di impiegare tempo a farlo, per produrre una linea politica solida. Tempo fa il socialista Ciuffoletti jr. ricordava alcuni legami tra comunisti e gesuiti e scrisse: “a noi ci sono toccati i post-comunisti, da sempre noti per essere una razza di simpatici grulli”. Il giudizio fa pensare ovviamente (e forse non a torto) a una separazione dei post-comunisti dalla realtà. Tuttavia io interpreterei la questione in altro modo. Vale a dire, tornando a Sposetti, se il ruolo di “uomo di partito” sia aderente alla figura dello scemo…

A me non pare che gli uomini e le donne di partito di Fratelli d’Italia siano proprio scemi. Anzi! Mi pare che oltre a governare con alterne fortune, Meloni e compagnia abbiano saputo tenere la barra dritta della loro idea di nazione, giusta o sbagliata che sia. Il fatto è che loro un partito vero ce l’hanno. Il tema non sono i contenuti; il tema è come non essere idioti al punto da perdere un partito che possa contribuire a costituire un’identità di sinistra al passo coi tempi, anti-ideologica, libertaria e liberale, perché il cacciucco è buono a tavola, ma non viene votato con convinzione nella cabina elettorale. Per gli ex-comunisti sembra ormai essersi realizzata la profezia che scrisse Antonello Venditti in una delle sue canzoni più belle: Modena.

Venditti e Modena

Correva l’anno 1979 e Venditti scrisse un pezzo scaturito dalla sua esperienza alla Festa de L’Unità nazionale di Modena di due anni prima. Il cantautore romano colse un aspetto profetico, attraverso una musica emotivamente coinvolgente e romantica e un testo ispiratissimo nella sua forza ermetica (cosa rara nel Venditti di quegli anni così popolari e di successo per lui – era da Ullalà che non si sentivano pezzi così evocativi). Dice il testo:

Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui.
Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi
E non c’è niente da scoprire, niente da salvare
Nelle nostre parole.
Ricordi, libri da buttare, frasi da imputare
Di due bandiere dritte in faccia al sole.
Ma cos’è questa nuova paura che ho?
Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via?
Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana,
Sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane?
Ma siamo qui, a Modena,
Io resto qui a guardarti negli occhi, lo sai.
E non c’è tempo per cambiare,
Tempo per scoprire una nuova illusione.
La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola
Di un padre troppo tempo amato.
Quanto valeva, aver parlato già da allora,
Quando tutto era da fare e tu non eri importante.
Ma siamo qui, a Modena,
Io resto qui, con un bicchiere vuoto nella mano.
E non c’è tempo per scoprire,
Tempo per cambiare cosa abbiamo sbagliato.
La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola
Di un ordine che non abbiamo mai voluto.

Questa canzone parla del vecchio Pci, di quella compagine di persone che sono state per tanti anni fedeli a un’ideale, di quei grulli e ingenui che hanno creduto nella possibilità di fare l’Italia migliorando piano piano gli italiani, ma purtroppo anche di coloro che intendevano il partito come una mamma, e una volta persa sono rimasti per sempre nella condizione vittimistica dell’ orfano. I sorrisi tristi erano quelli di Berlinguer, le parole indifendibili quelle che stavano a metà del guado, cioè l’incapacità vera a staccarsi dall’Unione Sovietica, il padre troppo tempo amato della rivoluzione russa. E poi la Coca-Cola fredda nella gola della NATO e dello schieramento occidentale. E la paura di crescere e far svanire il sogno, o il desiderio di fuga da un ordine non riconosciuto, da un’Italia sempre peggiore di come era stata immaginata.

Ecco così un messaggio che transita dal passato al presente, in questa canzone intitolata Modena. Ecco la “scemenza” degli ex-comunisti italiani: con le loro famose facce idiote, appunto! Ciò che è lecito chiedersi adesso è se il PD pensa ancora di motivare al voto questi grulli con una politica seria, oppure è ormai soltanto un soggetto politico multiforme che si autocondanna a restare un semplice testimone del presente, sventolando slogan di altri, schierandosi dalla parte dei terroristi in Medio Oriente, tagliandosi una mano per dispetto, nel caso il governo Meloni affermasse che è meglio vivere con due mani.