Il testo integrale dell’accordo di difesa firmato alla Mecca il 7 agosto da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non è ancora pubblico e dovrà essere esaminato dalla Commissione Affari esteri del Parlamento turco. L’intesa nasce dalla crescente incertezza regionale: l’indebolimento dell’ombrello protettivo statunitense, la distruzione di Gaza dopo il 7 ottobre 2023, il conflitto tra Stati Uniti e Iran, la vulnerabilità saudita agli attacchi iraniani e delle milizie alleate di Teheran. L’accordo stabilirebbe che un attacco contro uno dei firmatari sia considerato un attacco contro tutti.

Ciò non implica, tuttavia, un ingresso automatico in guerra a difesa di uno dei Paesi firmatari del Patto qualora uno di essi dovesse subire un attacco. È da tener presente che sono ben note le relazioni di tipo transazionale di Turchia e Iran, che condividono un confine montuoso attraverso il quale passa un corridoio strategico sotto l’aspetto commerciale ed energetico. E non va dimenticato che Pakistan e Arabia Saudita avevano firmato un accordo di difesa appena prima della guerra. E l’Iran aveva poi colpito l’Arabia Saudita. Cosa ha fatto il Pakistan? Nulla!

Insomma, l’impressione che si ha è che non ci potremmo aspettare un cambiamento significativo nell’architettura della sicurezza regionale. Sia la Turchia che il Pakistan sono preoccupati per il corridoio di trasporto India-Arabia Saudita-Israele-Grecia. Il disagio dell’amministrazione saudita è diventato evidente con l’attacco israelo-americano all’Iran e, prima dell’accordo trilaterale, aveva firmato un accordo di difesa con il Pakistan, potenza nucleare. A questo dobbiamo guardare quando analizziamo il “Patto della Mecca”. Teniamo presente che India e Pakistan si scontrano frequentemente. Pertanto, la Turchia dichiarerebbe guerra all’India? Anche la mancata risposta turco-pakistana all’attacco Houthi contro la raffineria saudita di Jazan, avvenuto due giorni dopo la firma, conferma che Turchia e Pakistan si guarderebbero bene dal far scattare la difesa collettiva dal momento che mantengono rapporti strategici e commerciali con Teheran e che preferiscono presentarsi come attori stabilizzatori. Il patto sembra pertanto soprattutto una dichiarazione politica di solidarietà e deterrenza.

L’accordo non appare necessariamente incompatibile con la Nato: Ankara potrebbe favorire l’interoperabilità degli eserciti saudita e pakistano con gli standard atlantici, estendendo indirettamente l’influenza dell’Alleanza in Medio Oriente. Da un certo punto di vista, potremmo vedere la questione in questi termini: la Turchia sta estendendo la portata della Nato nel Caucaso e in Medio Oriente. Gli Stati Uniti potrebbero interpretarlo come una forma di condivisione degli oneri, più che come un’alternativa al loro ruolo nel Golfo.

Le conseguenze principali riguardano Iran e Israele. Pur non costituendo formalmente un’alleanza anti-iraniana, il coordinamento tra tre grandi Paesi sunniti potrebbe modificare i calcoli strategici di Teheran e creare un blocco più assertivo anche nei confronti di Israele. Gli Emirati Arabi Uniti osserveranno con cautela il crescente ruolo di Ankara nella sicurezza del Golfo.

Il “Patto della Mecca” non sembra dunque destinato a rivoluzionare immediatamente l’architettura regionale, ma crea capacità e meccanismi utilizzabili in una futura crisi. La sua funzione essenziale resta la deterrenza, soprattutto verso Iran e Israele. Non a caso, i Paesi dai quali sono arrivate le reazioni più forti.